Un tempo i fari erano delle vere e proprie istituzioni. Dei colossi necessari per permettere ai marinai di giungere sani e salvi nel porto e sulle coste. Un faro è, per antonomasia, una guida. È una luce che indirizza, orienta, consiglia. Non obbliga, non ha questo potere, eppure con la sua statura rappresenta un monito. Per questi motivi il suo guardiano era una figura rispettata e quasi mitica, circondata da un alone imperscrutabile. In tanti si chiedevano come si potesse condurre una vita simile. Ciononostante, per secoli si sono avvicendati guardiani su guardiani, a volte con le loro famiglie e a volte soli, prendendo il timone di una tradizione che appare, oggi che è pressoché tramontata, senza tempo.

Voglio sganciarmi in volo in un salto pindarico. Uno degli innumerevoli fari del nostro tempo, numerosi in quanto epoca della multi e pluridisciplinarità e della diffrazione del sapere, delle tendenze e dei moventi, è rappresentato dal riflettore dell’opinione pubblica. Ovunque si posi l’occhio ciclopico di questo nuovissimo titano laminato il mondo converge o, quantomeno, dà l’impressione di convergere. La porzione di realtà che illumina gode di un quoziente di interesse decisamente spropositato e catalizza anche l’attenzione di quanti non si sarebbero mai e poi mai avvicinati alla faccenda. Spesso, sul terreno della pubblicistica e del consumismo (termini neutri ai quali non affido giudizi morali), questo spicchio di vita viene sfruttato per raggiungere determinati fini stabiliti a priori. È il concetto che anima il processo di ideazione di una campagna pubblicitaria: in primis viene il prodotto da sponsorizzare, successivamente se ne studiano le caratteristiche, il target di riferimento, il tipo di linguaggio da sfruttare, il medium, la durata, la sostenibilità e via discorrendo, tutto per enfatizzare le qualità a discapito dei difetti e per sospingere attraverso una serie di “spinte gentili” l’acquirente verso il negozio, fisico o online che sia. Nel momento in cui questo stesso procedimento viene applicato allo scibile umano si ottengono fenomeni come i politici-influencer, il prodotto-ideologia, il carrello-partito e tutta una serie di amenità deliziose al palato e odorose come un campo di maggio. Attenzione, la retorica e l’oratoria sono discipline coltivate da millenni (ne sanno qualcosa gli antichi romani) e la persuasione è parte integrante del loro sviluppo. Così come le fake news, come si chiamano adesso, non sono un fenomeno recente sul piano qualitativo (Ramses II, faraone egizio, è autore di una delle prime mosse di manipolazione propagandistiche della storia. Si scontrò contro gli Ittiti a Qadesh e ci furono grosse perdite in entrambi gli schieramenti ma, quel gran burlone del faraone, decise di sbandierare ai quattro venti di aver sopraffatto il nemico in maniera eroica e decisiva. Ovviamente gli credettero e ancora oggi annoveriamo il sovrano tra i più influenti faraoni dell’Antico Egitto), lo sono perlomeno su quello quantitativo. Tutto ciò per dire che non stiamo vivendo delle manipolazioni mai esperite prima da mente umana, bensì che il loro impatto è maggiore poiché ne siamo sovraesposti. Analogamente, in modo inconsapevole, stiamo sviluppando un atteggiamento ambiguo nei confronti dell’interpretazione degli eventi: il focus non ricade sul fatto, sul dato oggettivo, ma piuttosto sulla comunicazione che lo circonda, tenta di spiegarlo e lo divulga. Pur avendolo spiegato in maniera dozzinale, è il principio alla base della cosiddetta post-verità. Come a dire che ci interessa non quel che è, ma quanto su di esso viene detto. Sommando le tessere del Mahjong che ho disperso sul foglio elettronico emerge una scacchiera dal disegno beffardo.

La nostra memoria storica collettiva è lacunosa. Prendiamone atto. La cultura dell’oggi è concentrata sulla presa del presente (nuova Bastiglia metafisica) e sulla pianificazione del futuro. Il passato è, per dirla in maniera gentile, un guazzabuglio dal quale tirare fuori radici da sfruttare per romanzi appassionanti e programmi televisivi (si parla di “radici” tanto in letteratura quanto in cucina, che spasso!). Nei fatti, il culto dei nostri avi e dei periodi trascorsi non ci tange, non è rilevante nella narrazione dominante della cultura occidentale. Attenzione alla seconda: non è un male, bensì una caratteristica. Ci sono società, come quella ispanica e latino-americana che invece tengono traccia della propria discendenza assommando cognomi su cognomi come in un’allegra pignatta genealogica. Paese che vai, gente che trovi, per buttarla sulla saggezza popolare. Ciononostante, un popolo senza memoria storica è un popolo facilmente influenzabile.
Brutto bastardo, penserà qualcuno, smettila di romperci i coglioni elencando i nostri possibili difetti e guardati allo specchio! Gentili spettatori, avreste ragione a pensare così e mi auguro di sbagliare su tutta la linea ma, al momento, descrivo solo quel che vedo attraverso la lente del pensiero e dello studio.

Caso di studio numero 1: ammessa la presenza di tutte queste variabili, come reagirebbe l’opinione pubblica di fronte a una innocua pubblicità di meno di due minuti in cui una bambina auspica il ricongiungimento dei propri genitori?
Apriti cielo, diventa un caso mediatico. L’indignazione monta alle stelle, quasi la metà dei commentatori si lamenta dell’ingiustizia del video e la politica viene tirata in ballo neanche stessimo parlando di un conflitto geopolitico. Subito si serrano gli schieramenti. La sinistra dice una cosa, la destra ne dice un’altra, i gruppi indefinibili fanno quel che possono per attirare un po’ di attenzione. Il discorso si polarizza, si fa dell’ironia spicciola e qualcuno inneggia alla dabbenaggine collettiva. Il tumulto fagocita le prime pagine dei giornali, infiamma il web e occupa le ore centrali dei salotti buoni della televisione. E, il tutto, termina ovviamente in uno sbadiglio e in una totale dimenticanza. La pubblicità, esclusivamente pensata per questo, ossia raggiungere molte persone e farle interessare, avrà raggiunto il suo scopo e si beerà del suo successo. Noi, piccoli pesci nella corrente del Golfo, ci faremo trascinare fin verso le reti scandinave e ci dimenticheremo sia del nostro mare d’origine, sia del viaggio, sia del fatto di essere stati catturati. L’oblio circonderà l’evento, come è stato per l’asteroide del Buondì Motta che tanto fece inalberare sedicenti adulti-educatori, senza sfiorare gli atteggiamenti delle “persone vulnerabili”.  
Non tutto è rilevante, tuttavia la proliferazione di opinioni, battute e sputi appare irresistibile.

Caso di studio numero 2: salvaguardare Dio e la famiglia dalle migrazioni internazionali e dalle trasformazioni socio-culturali che stiamo vivendo. Penso sia esaustivo di per sé, non serve approfondire.

In sostanza, mi pare di capire, settembre ci ha deliziato con queste due scoperte sensazionali: Dio va protetto (non sia mai che qualcuno attenti alla sua vita, è anziano e quindi deboluccio) e una pesca ha messo in crisi l’immagine della famiglia nel nostro paese. Dio, per un falso sillogismo, in quanto debole (a detta di chi dice che va protetto) è quindi subordinato a una pesca (frutto formidabile capace di distruggere e formare famiglie). È la prova che la natura è superiore al divino? O forse che dovremmo smetterla di delegare l’insegnamento morale a … una pubblicità di un supermercato?
Dio, voglio salvarti, ti manderò delle pesche con Amazon!

Photo by Rebecca Luna

16 risposte a “Dell’idea di salvare Dio con le pesche”

  1. Che poi magari sto pover’uomo era pure diabetico!🍑

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    1. e l’emoji della pesca! Che in molte chat “non pulite” è la rappresentazione del SEDERE.

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      1. 😅 in effetti!

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      2. Allora apriamo il dibattito… Pesca pelosa o pesca noce? 🤣🤣🤣🐷

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      3. Ah io sono vecchia scuola e contro la deforestazione! Pesca cu pilu tutta la vita!🤷 Del resto tema trattato scherzosamente qui : https://klaudiomi.wordpress.com/2015/01/07/pilu-ululi-lupu-ulula-2/
        e dal punto di vista della letteratura qui:

        Pilu ululi…lupu ululà!

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      4. Poi leggo, con calma!

        La pesca pelosa ha comunque più bisogno di manutenzione! 🤣🔥

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      5. A giudicare dai supplizi a cui si sottopongono le donne per deforestare direi il contrario! La ricrescita poi è bestiale! Nulla a che vedere con una sforbiciatina la dove è proprio necessario!🤷

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      6. Infatti non le capisco – come non capisco quelli FISSATI anche nel contesto gay.

        Magari finisci per essere una testa vuota, dura da piantare pali; ma l’impegno lo dedichi tutto a farti la pelle là sotto liscia liscia.

        Ah, giusto: forse è per farsi scivolare addosso tutti gli improperi che si pigliano, tali teste vuote, appena aprono la bocca per far uscire qualcosa anziché entrare.

        …Ma come parlo! Non mi conosci ma quando c’è da buttarla in ridere, sono il primo

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      7. 😅 qui se continuiamo il palo ce lo suona in testa la padrona di casa! Comunque de gustibus!🤷‍♂️

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  2. Rinnovamenti culturali! 🙄 lol, come questo emoji e intercalare…

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    1. Perché “Nuovo” è necessariamente “Meglio”.
      Mi mancano quasi i tediosi dibattiti di chi contrapponeva il principio dell’originalità a quello dell’imitazione …

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  3. 🤔 che ci vogliano distogliere da fatti (socio-politici, etc) decisamente più significativi…?

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    1. E dopo lo “specchietto per le allodole” dovremmo inserire nel vocabolario le “pesche dell’Esselunga”. Diamo un po’ di lavoro ai poveri linguisti!
      Scherzi a parte, (anche se tutta la questione pare uno scherzo …), direi proprio di sì. Certo che hanno scelto un argomento singolare per distogliere la nostra attenzione. Forse è anche un test per capire quanto siamo capaci di sopportare certe castronerie

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      1. Beh, direi che a castronerie ci hanno abituati ormai da tempo… e qui meglio non approfondire 😁
        La cosa buffa di tutta questa faccenda è che anche chi, come me, non guarda TV, finisce col venire a conoscenza della pesca “grazie” a giornali e radio. Ma tant’è…
        Un sorriso

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      2. Anche io sono stato dirottato sulla questione indirettamente e che dire, menomale! Perlomeno mi ha fatto fare qualche amara risata …
        What a time to be alive, direi, ma ho il sospetto che l’hanno sempre detto tutti, ovunque

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  4. Io mi sento disgustato dal fatto che LA POLITICA prenda posizione su uno spot! Non mi importa cosa pensi e chi sia, fosse un presidente del consiglio serio direbbe “oh, ma stiamo scherzando? Stiamo parlando di una pubblicità non ho tempo da perdere!”

    Invece così, i politici di maggioranza e opposizione hanno dimostrato che più della nazione e relativi interessi, a loro importano i consensi. Quindi tutto fa brodo e le discussioni banali, oltre a essere un’”arma di distrazione di massa”, creano (e inquinano) i dibattiti.

    Ah, sì, l’asteroide del buondì motta! Me lo ero già dimenticato.

    Sulla pubblicità mi sono fatto un’idea sia come figlio di genitori separati -anzi che si sono sempre odiati anche prima- sia perché mio marito ha diverse esperienze in ambito marketing.

    Faccenda familiare: l’illusione di avere armonia in casa è propria di ogni bambino e guai se non fosse. La demagogia però è il caso di mettersela in tasca perché non c’è nessun “dovremmo tornare bambini / i bambini conoscono l’amore e gli adulti l’hanno perso / per il bene dei bambini qualche sacrificio va fatto”…

    Sia io sia la mia gemella ci sentivamo in colpa ogni qual volta i nostri genitori urlavano, se la prendevano fra loro e anche con noi – soprattutto io che per mio padre ero “il figlio di troppo” “lo sbaglio della natura” “il maschio poco maschio” ed evito il resto.

    Quando sei piccolo non capisci che tuo padre è un pezzo di merda, se lui si comporta così e mamma non fa nulla per difenderti, non ci sono complotti fra gemelli che tengano, stile “genitori in trappola”. Tu bambino ti senti in colpa per quello che loro dicono e fanno, e faresti il possibile e l’impossibile perché quell’atmosfera di tensioni finisca.

    “Se non eravate due ci saremmo divorziati molto prima”… Si sono separati quando avevamo 13-14 anni ma si fossero mollati anni prima, avremmo vissuto un’infanzia meno demmerda! Comunque sia lo spot di Esselunga non è che una versione abbreviata di “genitori in trappola” solo che in quel film erano due gemelle, qui una bimba sola.

    Questione marketing:

    Tanto di cappello per Esselunga che è riuscita a creare una campagna che si autoalimenta! I social e tutto il contorno, politica compresa, gli dà una diffusione continua e a costo zero. Ti pare poco?

    In più mettici che l’emoji della pesca viene usata per rappresentare il culetto! In certe chat sessuali fa coppia con la melanzana…

    Fosse stata una vaschetta di mirtilli, un mango, un’arancia, gli altri non so ma io non ci avrei MAI fatto caso, tant’è vero che appreso su cosa verteva la polemica, sono rimasto deluso perché almeno parlasse del culo, mi sarei messo a ridere.

    A mio marito viene anche un’altra idea che io ti condivido qui anche se ti dico prendila con le molle, per me è un po’ tirata per la gola tipo “postverità” dei complottari che vedono lo sporco ovunque:

    19 settembre, Tiziano Ferro annuncia il divorzio dall’ex marito e i commenti omofobi si sprecano coi media degni di almeno una chilata di popcorn.

    Il 25 settembre è l’anniversario delle elezioni politiche e mandano in giro su raiuno la pesca, prima di Imma Tataranni -quanto avrà pagato esselunga per quello spazio!-

    Tutto nel bel mezzo del flame su Tiziano Ferro, che ancora continua.

    Mio marito pensa che abbiano cavalcato l’onda sia del governo sia del flame, visto che la pesca non è più in stagione; io invece sono convinto che al massimo hanno scelto di lanciarlo in coincidenza con Imma Tataranni 3, programma di successo, poi il resto è stata una serie di fatalità che sono accadute tutte insieme.

    Un po’ come se io dicessi che lo speaker in bagno ascolta tutto quanto succede, in quanto appena ho fatto partire la playlist casuale, è partito “what have I done to deserve this?” dei Pet Shop Boys e io ho avuto la gastroenterite fino all’altro giorno.

    Sì, sì, avrò detto “cosa ho fatto, chi mi odia, la diarrea non me la merito” ma esagero se insinuo che l’altoparlante abbia fatto partire quel brano apposta! Neanche ha Alexa o simili, è un Sonos Play1 del 2018.

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