Il primo testo letterario della tradizione italiana è un componimento poetico di carattere religioso. È il Cantico delle Creature, o Cantico di Frate Sole, scritto da San Francesco d’Assisi. Ciò dimostra, oltre all’essenziale natura bassomedievale della fioritura delle letterature in lingua romanza, l’interesse che il metafisico ha sempre suscitato in questo primato evoluto che ci piace definire umano. Per andare a ritroso e viaggiare nel tempo si potrebbe addirittura tornare alle prime epopee dei paesi della mezzaluna fertile ed eccoci giunti alla figura di Gilgamesh, oppure fluttuare verso il giudaismo dell’Antico Testamento, il Nuovo Testamento cristiano, il Corano islamico, l’apokolokyntosis di Seneca, l’Eneide di Viriglio e risalire, sulla cornice del tempo, fino alla poesia didascalica del Duecento e al capolavoro del volgare italiano di quel periodo: la Commedia dantesca.

Queste opere hanno in comune un’attenzione particolare alla natura e alle varie sfaccettature dell’anima in quanto spirito vitale (e per alcuni immortale) dell’essere umano. Lungo l’arco dei millenni l’idea che il corpo fosse solo un involucro temporaneo è stata sostenuta e portata in auge da molti pensatori. C’era chi lo disprezzava in quanto gabbia dell’anima, chi lo reputava il fratello minore e un po’ tocco dell’intelletto, chi addirittura un’esuvia inutile di cui tanto valeva liberarsi al più presto. Insomma, al centro del dibattito spirituale-mistico-religioso c’è sempre stata questa presenza fantasmatica e impalpabile a cui tutti hanno cercato di dare un nome, un confine, una struttura e un fine.
Sono qui per dirvi che ho finalmente scoperto il segreto dell’anima? Per carità! Voglio solo sottolineare l’importanza ontologica che ha ricoperto per la razza dell’Homo sapiens sapiens.
Di pari passo al dibattito fenomenologico sorto attorno allo spirito è stata fondata una sua narrazione. Come a dire che fatto il lessema bisognava fare la definizione! (Che il buon D’Azeglio sostenga lo mio dire!) Ma come si sceneggia la vita di un’anima? Si astrae l’immagine del corpo, la si rende impalpabile, la si ritaglia e incolla in un contesto teorico-dottrinario ben definito et voilà, eccoci di fronte alla nascita fungina di una stirpe illustre di Aldilà e Aldiquà d’ogni tipo. Fioccano così i vari Valhalla, Shangri-La, Eden e terre promesse varie, Inferni, Purgatori, Paradisi e chi più ne ha, più ne metta. In questi luoghi mitici vengono scavate delle nicchiette, scelti dei loculi e disposte le fotografie in negativo delle nostre spoglie mortali. Da una parte dipingiamo queste realtà per mero scopo apotropaico: parlandone allontaniamo il timore della grande M; dall’altro mettiamo alla prova la nostra fede, il nostro intelletto, la nostra ragione e tutto quello che ne consegue e deriva. Alcuni proiettano i propri desideri (più o meno repressi come avere a disposizione una schiera di vergini…), altri incasellano le anime come se fossero i bulloni di un complesso orologio filosofico. Nei fatti, però, viene tradita la presenza di un seguito, di un to be continued, che irretisce e spaventa, sfida e allieta, nella speranza che, nel bene o nel male, esista. Appare in certo qual modo come una figura intesa in senso auerbachiano, quindi la realizzazione di un’immagine che, sul piano terreno, ancora non può essere interpretata compiutamente. Ha bisogno del suo doppio, o meglio, della sua realizzazione. Per questo certe raffigurazioni plutoniche corrispondono al sequel della vita e non a una fase completamente differente dell’esistenza. In essa si cercano delle risposte che qui, radicati sulla Terra, non possiamo afferrare davvero.
C’è, per giunta, chi si aspetta premi e punizioni (e vende la salvezza come un genere alimentare), chi crede nella metempsicosi, nella reincarnazione e nella compresenza di universi paralleli (tesi sostenuta tra l’altro anche dal mondo della scienza). C’è anche chi, forte di uno scetticismo piuttosto sensato, afferma che “dall’altra parte” non ci sia niente. I più cavillosi e sofistici di voi diranno che anche il vuoto è qualcosa e, francamente, non avrei valide risposte per sconfessarvi.
Quindi! Ci interessa tanto quello che sta al di qua del pomerium quanto ciò che risiede oltre il suo confine. Ben lo sa il povero Remo che per questo motivo è stato ucciso dal fratello Romolo.

Yu Hua, Il settimo giorno. Libro di una gradevolezza golosissima. L’incipit è interessante ma non rivoluzionario: un uomo, svegliandosi, scopre di essere morto e di doversi recare in una camera ardente. Tutto nella norma, o quasi, se non fosse che l’iter di questo spirito assume le fattezze di un viaggio tutto terrestre. Questo personaggio si ritrova invischiato tra il Prima e il Dopo ed è costretto a far di necessità virtù. Scopre, innanzitutto, di non essere l’unico, anzi, morire è un evento organizzato come una pratica comunale. Ci sono una fila d’attesa, dei funzionari stanchi e annoiati, i privilegiati, le persone comuni e una buona dose di classismo. Ma tutto questo si perde sullo sfondo di una rievocazione così emozionante e sentimentale (non stucchevole, bensì commovente) da sorprendere a ogni nuova trovata dell’autore. Durante l’esplorazione della biografia del protagonista e dei personaggi che ruotano attorno alla sua vicenda ci si ritrova immersi in un mondo-cuscinetto che tanto rassomiglia al topos letterario del locus amoenus. Poco importa che a parlare siano scheletri e nuovi-morti dalla pelle che penzola dalle ossa, il vero inferno, la vera morte, sembra quella vissuta dalle persone ferme nel grigio mondo della Vita. Le crudeltà, le ingiustizie, le disparità, le sfortune che appartengono alla sua giurisdizione appaiono folli e insensate agli occhi di chi si è lasciato quel reame violento alle spalle. La distanza rende obiettivo l’occhio e consente una diversa interpretazione dei fatti. Essi, alla luce di una fine-di-mezzo, si ritrovano depurati e illimpiditi da una maggiore consapevolezza. Tale nuova conquista non si innalza filosoficamente e non tende alla rarefazione che molto spesso vorrebbe trasformare la verità in profondità. Il tocco sensibile dell’autore risiede nella capacità di far parlare le cose e di renderle soggetto di una comunione panica in scala minuscola, poetica, vitalistica. Il traguardo maggiore dell’anima consiste nel semplice stare-dentro. Uno stare situato, compartecipato, attivo e, verrebbe da dire, ottimistico.
Yu Hua, con una delicatezza e una semplicità disarmanti, trascina il lettore in un’altalena dove il sopra e il sotto rischiano continuamente di invertirsi. Tuttavia è un movimento tanto leggero che invita all’abbandono e al proverbiale dolce naufragar in questo mare.

Photo by Alexander Grey

2 risposte a “Il traguardo dell’anima”

  1. Esistere, cosapevoli di esserlo, pone domande: le più pritive nel rito funebre, le necropoli case del divenire. Ma anche le più semplici fosse, nelle solitudini delle terre:


    sei ne la terra fredda,
    sei ne la terra negra
    né il sol più ti rallegra
    né ti risveglia amor.”

    da Pianto Antico
    di Carducci

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    1. La bellezza consiste nel constatare (ah, quale orrore per la lingua) quanto la vita possa differire dalla morte. Chissà, magari per ciò che viene Dopo la terra “fredda e negra” potrebbe essere una vera delizia!

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