Come può un racconto essere impossibile? Magari sviluppando una trama assurda, prendendo piede da premesse surreali e personaggi non credibili. Oppure può sfidare il lettore senza dargli punti di riferimento, cambiando spesso registro, punto di vista, addirittura lingua e genere letterario di appartenenza. Ancora, ma le risposte sono infinite, potrebbe essere tale per la sua stessa struttura come a dire, rigirando la frittata, ma è poi possibile raccontare qualcosa?

Il surrealismo nasce da un’intuizione piuttosto citofonata per i suoi tempi: scoperto l’inconscio non si poteva tornare indietro. Anzi, la crisi valoriale-esistenziale degli esseri umani doveva prendere a piene mani il terreno del subconscio per scoprire le proprie radici, origini e fonti. Immergerle nell’humus dei ricordi rimossi, delle pulsioni castrate o misconosciute e di quell’energia latente che, benché trovi spazio in modi non convenzionali, spesso deflagri in modalità violente e/o incontrollate. Ecco quindi popolarsi le pagine di questi esponenti di incubi-orrori-paradisi e di riletture sostanzialmente allucinate del reale condite con una dose non trascurabile di ironia. Non è solo l’opera del grande Salvador Dalì, ma anche un nuovo barocco tutto mentale che dell’orpello fa sfoggio ma senza dimenticarselo sopra una bella cassettiera addossata alla parete del salotto buono.
Il dadaismo, dada è parola senza significato stabilita per gioco da coloro che formarono il primo nucleo del gruppo, è il classico esempio del nomen omen. Tra tutte le avanguardie storiche di inizio Novecento fu una delle poche a esprimere un forte sentimento internazionalista e pacifista, purtuttavia recriminando, giocosamente s’intende, la vetusta e soporifera cultura ufficiale (che ben avrebbero bombardato di lazzi, scherzi e beffe mordaci). La parola diviene così un carnevale e poco importa quale sia la natura del suo rovesciamento, se sia prospettico, parodico o sintattico. Il capovolgimento ha senso di per sé, in maniera quasi tautologica, perché permette l’emersione di un mondo alternativo (o meglio: di un modo diverso per vedere le cose) troppo a lungo vituperato e misconosciuto in nome di un’aulica tradizione da professori da strapazzo.
In questo torno di anni, benché goda del primato cronologico, si incastona il movimento futurista di parte italiana e di parte russa. Nella scena sonnacchiosa di un crepuscolarismo modesto, di un simbolismo maturo e calante, di un frammentismo vociano incapace di farsi scuola e gravida di quelle esperienze che porteranno all’ermetismo e al realismo magico d’epoca fascista irrompono questi individui con il coltello della contemporaneità tra i denti e la necessità di correre, correre, correre. E, a detta loro, è tutto da demolire. I musei, le scuole, la punteggiatura, i nessi logici, i classici. Tutto deve passare al vaglio dell’occhio tecnologico del nuovo secolo, rapido a tal punto da ricordare da vicino l’ADHD. E si corre, nei testi-brani-poesie-quadri-sculture, verso la figuralità, la visibilità, l’effetto scenico e reboante ben rappresentato dall’aereo e dalle sue continue conquiste. Di tanto affannoso marciare rimane un gruppo di citazioni discutibili (guerra sola igiene del mondo!) e magari qualche carme figurato dell’Apollinaire.
In questi anni nasce un autore che ha goduto di una fortuna passata spesso in sordina. Una fortuna minuscola che lo tramanda nelle storie letterarie ma non ne appronta delle ristampe in libreria. Una fortuna sghemba, maldestra e timida che lo fa saltare nei programmi scolastici d’ogni ordine e grado nonostante sia, tra gli italiani, uno dei più innovativi, sperimentali e originali dell’intero secolo. Una fortuna che, a fronte del livello dell’autore, appare aliena come alcuni personaggi dei Racconti impossibili di Tommaso Landolfi.

Il primo di questi racconti si intitola La passeggiata. È breve, semplice e dalla trama lineare: c’è un uomo, probabilmente di ceto medio-alto, che esce di casa per fare due passi. Si immerge nella natura, osserva flora e fauna e si lascia andare a qualche considerazione spicciola. Incontra anche un contadino con cui scambia poche parole, le classiche chiacchiere di circostanza. Infine, torna al punto iniziale trovando la situazione immutata. Stessi suoni, stessi rumori. Fine, la sostanza è tutta qua. Cosa ha di speciale una storia riassumibile in poche frasi, tra l’altro apparentemente banali? Il fatto che praticamente ogni sostantivo usato non esiste. Sono termini che imitano il vocabolario italiano pur non appartenendovi. In tanti conoscono Il lonfo, poesia di Fosco Maraini resa celebre da Gigi Proietti. Qui ci troviamo di fronte a un esperimento simile, che gioca sul fonosimbolismo per far intendere qualcosa che non viene effettivamente detto. È un’evocazione, un calembour, un cubo di Rubik scanzonato in cui tutte le facce hanno lo stesso colore ma necessitano comunque di essere spostate. Che il lettore non si spaventi, è il solo racconto della raccolta a essere scritto in questo modo e lo si attraversa in men che non si dica (suscitando anche il riso in un paio di passaggi per l’assurdità dell’esperienza).
Per certi versi si può considerare il manifesto dell’intera opera benché vada integrato con l’ultimo racconto in cui, alla narrazione classica di una famiglia che si ritira per dormire durante una notte buia e tempestosa, succede un intenso momento metanarrativo. Qui l’autore, anticipando Se una notte d’inverno un viaggiatore, si lascia andare alla disamina del mestiere dello scrittore descrivendo la scaletta degli eventi del racconto che pur non scriverà mai. Sono elenchi puntati tali e quali agli spunti utilizzati dai ragazzi in età scolare di fronte ai temi di italiano. Tuttavia, Landolfi mostra gli artifici del mago, i suoi trucchi, arrivando alla conclusione che il titolo del suo libro è probabilmente sbagliato. Avrebbe dovuto essere Raccontare: impossibile e non Racconti impossibili.
Tra dialoghi surreali di alieni che si interrogano sulla natura dei concetti umani di tempo, spazio, morte, vita e comunicazione, quelli di due allevatori di polli che da padroni si fanno schiavi, un assassino intrappolato in sciocche impasse mentali (vera e propria fuffa che lo incastra) e arcangeli che chiedono spiegazioni al Signore del suo operato, la narrazione si avviluppa e sbroglia nell’utilizzo sapiente di un italiano che a tratti pare burocratico-avvocatesco e in altri smaccatamente popolare.
Un esempio su tutti? Er ministero delle Placche e Patacche (sì, le onorificenze pubbliche …)

Photo by Vidar Nordli Mathisen

5 risposte a “Er ministero delle Placche e Patacche”

  1. alla Dario Fo?

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    1. Devo ammettere di conoscere poco Dario Fo (ho letto Mistero buffo molti anni fa e ne serbo un ricordo parziale), ma qualche punto in comune c’è di sicuro. Soprattutto per quanto riguarda la manipolazione linguistica, l’estro giullaresco (una volta tanto esplicitamente dichiarato!) e l’eversione che fa della letteratura un qualcosa di vivo e militante e non solo una bella tazza della dinastia Ming da vetreria

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      1. Io li incontrai, un lontano pomeriggio degli anni ’80 credo, lui e sua moglie, casualmente entrata per curiosità nella palazzina Liberty del vecchio Verziere milanese, ove avevano in concessione dal Comune la direzione di una sorta di Comune Giovanile dal tema ludico teatrale per distoglierli dalla droga (in effetti intenzione pletorica perché fu principalmente luogo di bivacco, aperto notte e giorno, di sbandati e drogati di difficile controllo). Iniziativa poi troncata subito a causa del rapimento e delle violenze subite dalla moglie ad opera di altri sbandati, questi però di destra, con intento minatorio proprio per sabotare la Comune.

        Ho una sorta di istintiva repulsione per tutti i personaggi mattatori arruffa popoli ma… anche io devo ammettere di conoscerlo pochissimo (e non ho letto neanche Mistero buffo!).

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      2. Quando si tratta di personaggi tanto grandi, e credo loro lo siano stati, è difficile per me ignorarne il fascino nonostante le innumerevoli divergenze. La grandezza, qualunque cosa sia a dirla tutta, emana come un campo magnetico dal quale è difficile sottrarsi del tutto. Ciò non significa, però, che trovi giusto mettere sullo stesso piano arruffa popoli (demagoghi per i quali ho davvero poca simpatia) e, ad esempio, persone ai fatti reputate, non so, virtuose? Nel dubbio, meglio conoscerli entrambi, i nemici come gli amici …
        Troppo cerchiobottista? Spero di no

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      3. Cerchi e fasciami robusti.

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