Basta poco per rendere una storia immortale. Pochi ingredienti sapientemente mescolati e scelti con cura nel vasto repertorio degli archetipi umani.
Quando il sultano Shahriyar scopre di essere stato tradito dalla prima moglie va su tutte le furie ed escogita un piano crudele per farla pagare a tutto il genere femminile. Dopo aver condannato a morte la donna fedifraga decide di applicare la stessa formula a tutte le ragazze che sposerà nella vita. Cosicché, dopo la cerimonia nuziale e all’alba del nuovo giorno, le condanna perpetuando un eccidio disumano che terminerà solo con l’intervento di Shahrazad, coraggiosa nonché astuta principessa. Shahrazad decide di proporsi volontariamente come futura consorte del sultano e di raccontargli ogni sera una storia che non terminerà fino al giorno seguente. In accordo con la sorella istituisce questo ambizioso progetto narrativo che condurrà lei e le altre donne del regno alla salvezza. Con il trascorrere del tempo, infatti, lo stesso Shahriyar si innamorerà della principessa portandolo alla cancellazione della condanna a morte.
Questo è lo schema, ridotto all’osso, de Le mille e una notte, un’opera che raccoglie racconti millenari, popolari, orali e tradizionali del mondo mediorientale e frutto di infiniti rifacimenti, adattamenti, studi e trasposizioni d’ogni tipo.

Il romanzo è un genere piuttosto recente se paragonato ai baluardi della tradizione letteraria mondiale. Sebbene sia la forma più comune e di consumo dei nostri giorni, i quali hanno visto tramontare l’interesse verso la poesia e affidato a pochi aficionados e studiosi gli scaffali dedicati alla saggistica (che un tempo avremmo definito trattatistica) e alla drammaturgia in tutte le sue vesti, non vanta lo stesso pedigree dei nobili confratelli. Il romanzo per come lo intendiamo oggigiorno è nato agli albori del diciottesimo secolo (sebbene il Don Chisciotte già sia in odore di capostipite ed è di un secolo antecedente) in terra anglosassone e solo nell’Ottocento ha conquistato il primato editoriale a cui siamo abituati. Il suo successo è legato alla narrativa di consumo, allo sviluppo dei giornali e delle riviste, alla trasformazione in senso capitalistico delle tipografie, all’aumento della scolarizzazione e della formazione di un pubblico di massa. Condizioni che, in un mondo preilluministico, erano impossibili da raggiungere.
Al contrario, generi come la novella, il romanzo cavalleresco, la drammaturgia in senso lato e la poesia nelle sue varie manifestazioni risalgono agli albori del medioevo se non addirittura a un tempo classico (con l’antica Grecia e la civiltà romana) e preclassico (il patrimonio di storie che fa capo alle culture indocinesi e mediorientali). Confrontarsi con i grandi del romanzo è una sfida immane, titanica. A chiunque verrebbero in mente nomi tanto grandi e altisonanti da sotterrare un qualsiasi intento imitatorio. Davanti alla schiera dei vari Manzoni, Scott, Hawthorne, Cooper, Balzac, Flaubert, Zola, Verga, Pirandello, Svevo, Swift, Twain, Stevenson, King, Calvino, Ferrante e via discorrendo, la penna si fa umile quanto il capo che si abbassa attraversando un soffitto pensato per bambini e non per adulti. Quale dovrebbe essere, in proporzione, la reazione nei confronti della novella che annovera al suo seguito una processione millenaria, mondiale e alla base della cultura di riferimento di gran parte del globo? Far come le formiche: prendere una briciola per volta e, con perizia, dedizione e pazienza, costruire qualcosa degno di questo nome.

(Scrivere e comporre non significa necessariamente confrontarsi con la tradizione e il canone. Siamo lontani dalla querelle che distingueva l’imitazione dall’originalità, l’armonia formale dal sentimento contenutistico. Siamo postmoderni e in quanto tali, mi perdoneranno gli interpreti più fini della contemporaneità, facciamo mischioni, zuffe e accozzaglie di elementi senza calpestare volontariamente orme già tracciate. Ogni tanto prendiamo una via, ogni tanto un’altra. A volte zompettiamo su un piede, a volte procediamo in verticale).

Sulla china dell’incipit voliamo dall’antica Persia, dalle satrapie e dal suo impero cosmopolita fin sulle frontiere del Midwest, le foreste innevate e i territori dei pellerossa. In questo viaggio mitico e fantastico scambiamo l’immagine del sultano con quella di uno scrittore di San Francisco, Jack London, in modo tale da assistere a una metamorfosi dal sapore ovidiano: Le mille e una notte diventa Le mille e una morte. Ora, London ci ha deliziati con alcune delle vicende più avvincenti della storia letteraria. Zanna bianca, Il richiamo della foresta, Martin Eden, La peste scarlatta e il Vagabondo delle stelle sono opere intramontabili che ben meritano al loro autore l’agognato titolo di classico. Questo perché la nostra curiosità viene catalizzata dal romanzo e dalle sue complesse sfaccettature, dal suo intreccio ramificato e dalla sua estensione capace di trascinarci coercitivamente in altre ambientazioni. È facile, leggendo uno di questi libri, immedesimarsi in un personaggio a tal punto da ritrovarsi in una nave circondata dall’oceano oppure in una bettola puzzolente e dal pavimento coperto di segatura. Ne Le mille e una morte viene messo in atto un processo di condensazione difficile da riprodurre con un genere di ampio respiro. Benché i racconti che compongono la raccolta non siano brevi, sono circoscritti in una cornice facilmente identificabile nonché autosufficiente e appagante. In essi emergono tutti i più grandi temi dell’ispirazione londoniana: la magnificenza della natura, la vastità dell’ignoto, il senso dell’avventura, il libero arbitrio posto a confronto con il destino, il rapporto tra umano e divino e il puro desiderio dell’esplorazione e della scoperta. Ogni storia rappresenta una piccola summa del grande scrittore, una mappa dettagliata, l’itinerario sfaccettato di un’anima il cui scopo è quello di essere seguito fino alla fonte o all’origine della narrazione stessa: il bisogno di andare oltre e di mettere nero su bianco un traguardo dal quale ripartire. In questa ricerca costante, in questo movimento indefesso che oscilla come il pennino del sismografo, è possibile riconoscere la traccia antica del gusto dell’invenzione e della creazione, particolari attività che tanto avvicinano l’idea che si ha di divino all’umano. Nella sfida ultima e definitiva di Allestire un fuoco, nello scontro atavico di Batar e nella folle e ambiziosa ricerca de Il dio rosso ci sono tutti gli ingredienti per evitare, anche stavolta, di soccombere alla condanna a morte iscritta nella vita stessa.
… tuttavia, sovviene un dubbio al termine della lettura di questo libro. Non è la Morte la vera nemica. Lei, semplicemente, fa parte del tutto-che-ci-circonda. Forse è in mille morti che si raggiunge la verità. O forse la si sconfigge abbracciandola dopo aver appagato il proprio desiderio più alto.
È come scalare la montagna più alta per poi gettarsi nel baratro.

E col volgere di strani eoni
anche la morte può morire.

– Scriveva quel buontempone di Lovecraft, affine per molti versi ad alcuni dei racconti della raccolta.

Photo by Peter Yost

4 risposte a “Fune di fuga (scampato pericolo)”

  1. Forse per sciogliere quel dubbio che sorge alla fine del libro di London, oltre alla frase di Lovecraft, può essere utile Saramago (Le intermittenze della morte).

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    1. Della Morte che si innamora di un musicista? Sarebbe poetica e terribile al contempo come risposta

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      1. ce n’è anche un’altra tra le righe dei finale: la Morte riceve ordini da un “Capo”. Saramago, da quel genio che era, lascia al lettore l’identificazione 😉

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      2. E come possiamo noi esimerci da questa ricerca? Sono certo che assume un volto diverso, il “capo”, in base a chi si interpella!

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