“Non le importava se, vincendo, vinceva i suoi proprii denari: lei non sapeva far altro che giuocare; ed aspettava impazientemente la sera, quando venivano ancora parecchi, padre Agatino fra gli altri, a disputarsi con accanimento, dinanzi al tavolo verde, gli avanzi della sua fortuna. Se non fosse stato per costoro, la principessa non avrebbe saputo più nulla di quello che accadeva per il mondo.”
Siamo nella mente della principessa di Roccasciano, protagonista del primo racconto de La sorte di De Roberto, chiamato La disdetta. In particolare, nei meandri e nei viluppi di un personaggio affetto da quella che, nel secolo successivo, avremmo chiamato ludopatia.
La principessa ricopre nelle trame del destino un ruolo tragico e ridicolo al contempo. Patetico, forse grottesco, il suo viaggio sulla terra si apre con la sontuosità dei ricchi natali, è infatti erede di un vasto territorio che ha fruttato alla sua famiglia delle rendite cospicue, e si chiude con la sciocca e minuscola malattia di un’anima debole che, prima del cedimento del corpo, perde il lume dagli occhi e la capacità di vedere il mondo in maniera obiettiva. Che il mondo possa essere vissuto oggettivamente è un mito già sfatato, ma nelle pupille della principessa ha assunto i connotati di una terra lontana e mitica che prende le sembianze di un sogno di shakespeariana memoria. Ebbene, quel che accade al di fuori del suo castello, della reggia sfarzosa in cui dilapida il patrimonio famigliare, si tinge di indistinto poiché ella, fuori dal tempo, non viene raggiunta dalle notizie né se le procaccia attivamente. Vive in uno stato di abbrutimento progressivo, benché sottile, aristocratico ed elegante. Le sue sale sono illuminate dalle candele più costose e dai lampadari più preziosi, i tendaggi, i tappeti e le suppellettili sono squisite al tatto e alla vista e quali manicaretti è in grado di proporre alla fiumana di ospiti che popola le sue giornate di ricevimento. Quello che inizialmente si caratterizza come un segno distintivo di nobiltà e cortesia, ancora di stampo medioevale e cavalleresco, diventa gradualmente il sintomo di un morbo endemico che falcidia e falcidierà un’intera classe sociale nell’arco di un cinquantennio scarso. Per me, nato alla fine di un millennio grande e complesso, orribile e capace di mostrare un volto benevolo e maestoso, sentir parlare di aristocrazia fa storcere il naso per più motivi. È una storia, ma direi più una favola, che non ha riscontro nella vita quotidiana. È vero, si sente ancora parlare di casate regnanti, di matrimoni principeschi e di “ragazzate” da privilegiati d’altri tempi, ma sono solo le pallide biglie partorite da ostriche stanche, esiliate e, apparentemente, in via di completa estinzione. Sono creature da romanzo fantasy, celebrate dai media e dall’immaginario come gli animali esotici di un qualsiasi zoo urbano. Guarda, guarda, un orso polare nel centro di Milano! O qualcosa di vagamente simile.
La principessa di Roccasciano è la protagonista di un racconto specifico, di fine Ottocento, ma è anche colei che prefigura innanzitutto il lavoro dello stesso De Roberto che culminerà nel suo capolavoro, I Viceré, ma che tanto ha influenzato le pagine di autori come Tomasi di Lampedusa ne Il Gattopardo, con quel sublime e iconico principe di Salina, e un autore insospettabile come il Palazzeschi di Roma, I fratelli Cuccoli e, chissà, forse anche Allegoria di Novembre. È la donna decadente per eccellenza, non per lo stile di vita dissipato e parassitario, purché entrambi presenti, ma per la sua emblematica testimonianza di persona finalmente, finalmente?, sul piano di tutti gli altri, umana-troppo-umana e quindi fallibile, soggetta alle intemperanze del fato e al rovescio della fortuna. Di fatto, le sue qualità sono anacronistiche. È l’Italia unitaria della Sinistra storica quella in cui vive, un’Italia, da alcuni definita Italietta, che tenta di barcamenarsi nelle contraddizioni che l’hanno costituita. Di repubblicani-mazziniani-garibaldini disillusi e scontenti, quando non integrati pienamente nel nuovo ordine sociale, e di conservatori-statisti-monarchici alla scoperta di un regno dalle storture apparentemente insanabili e dalle differenze francamente spiazzanti tra una parte e l’altra del paese. In questo quadro storico funestato dalla leva militare obbligatoria, dalle nuove tasse imposte alla popolazione, dal furibondo decennio del brigantaggio, dalle prime, timide, incursioni coloniali, la principessa di Roccasciano appare nelle vesti di un unicorno ferito. Forse la sua visione può ancora sorprendere e generare ammirazione. Forse le sue posture da signora, la sua raffinatezza selettiva e ricercata, il suo albero genealogico stampato a vivi caratteri sulle colonne della reggia e la propensione alla prodigalità mista a malagestione delle proprie finanze, sono il languido proclama di un silenzioso impero che muore e ripiega su sé stesso fino a sprofondare. Il suo compito sociale si è esaurito e non ha intenzione di riprendere le redini dell’eredità simbolica. Altre persone, homini novi, stanno colmando i vuoti. Chi legittimamente, chi attraverso soprusi, ma così va il mondo.
All’inizio di ogni nuova stagione, la principessa attende che gli intimi la raggiungano, che si discostino dalla calca per giocare con lei, per darle sollievo, per allietare il transito ineludibile verso la morte. Tuttavia, non è una scomparsa individuale, bensì collettiva. Una dipartita che traccerà nuove egemonie e nuovi squilibri, qualche vantaggio e qualche svantaggio. È il ciclo della vita, la ruota della sopravvivenza, il punto più basso di chi, un tempo, ha respirato l’aria dell’alta quota. Nel castello di Roccasciano gli invitati gozzovigliano alle spalle della padrona di casa. Ne parlano male alle spalle, consumando il suo e avvicinando la fine. Alcuni la compiangono, lei, sempre così cortese e beneducata e ospitale. Altri la tacciano di dabbenaggine e miopia. Del resto, le sue finanze sono nelle mani di un contabile che pensa più alle proprie opere da inviare alle riviste letterarie che ad amministrare i beni della signora. La principessa, però, se ne duole solo marginalmente. Ha gli occhi a forma di bussolotti, dadi e tabelle dei punti. Di carte, combinazioni e vincite.
Eppure, in casa sua, si perde. Benché sia nei fatti impossibile, perdono tutti. In ogni gioco, dal più semplice al più difficile, deve emergere un vincitore. Qui, appare impossibile. Le lamentele si sommano alle altre lamentele. Qualcuno, di sicuro, nasconde la propria fortuna per non dare nell’occhio. La principessa, di sicuro, perde pezzo dopo pezzo quei tessuti pregiati e sofisticati che l’hanno resa tale. Si sfoglia, come un libro che corre verso l’ultima pagina bianca, quella definitiva. Ed è, sotto il riflettore puntato dall’autore, patetica come il verme che non sa uscire più dalla crisalide e si ritrova a essere una farfalla senza ali. Priva di colore, priva di libertà, non verrà cacciata da un predatore, ma dal semplice vento.
A lei che poteva tutto è capitato di perdere ogni cosa.
A lei che ha vissuto di talento (e i talenti erano delle monete) non è rimasta che un’uscita di scena in sordina.
Photo by Alois Komenda





Scrivi una risposta a lyth karu Cancella risposta