Quali sono le verità di un mondo che scompare?
Avere di fronte le prove di un passato diverso e inconciliabile è come ricostruire un mosaico senza le giuste tessere. Ci si arrabatta e si sfregano i pezzi gli uni con gli altri nel tentativo di far quadrare un cerchio che, per sua natura, non potrà mai essere contenuto. Ci si imbatte in oggetti, atteggiamenti e tecniche che hanno l’aspetto esteriore di storie impossibili o di immaginose ricostruzioni irreali. C’è dello scetticismo nell’occhio del presente che rilegge, senza avere abbastanza informazioni, un libro di cui ha poche pagine. Nell’epoca del trionfo del dato e della sovrastimolazione sembra impossibile imbattersi nel silenzio. Quiete che è mediatica ed esistenziale assieme, una valle sospesa tra due costoni di roccia, uno stagno immobile da millenni, una specie indigena che prolifera nel folto dell’ombra boschiva. Eppure, il passato è avvenuto. Quei gesti contraddittori sono stati eseguiti, quegli individui hanno agito e pensato secondo coordinate a noi sconosciute e forse incomprensibili.

Le bugie del mare è un libro di Kaho Nashiki. Ha ricevuto gli elogi di un grande della letteratura giapponese, Jiro Taniguchi, senza rubare niente a nessuno. La trama ruota attorno a un personaggio, tale Akino, che si trova su un’isola a sud del Kyushu, Osojima, a quel tempo sconosciuta ai più per via della sua marginalità geografica e storico-culturale. È un lembo di terra anonimo, in cui le strade percorribili sono ancora quelle tracciate da cacciatori e animali selvatici. Dalla montagna è possibile abbracciare il mare e dal mare godere delle punte svettanti al cielo. È un territorio compatto e caratterizzato da dislivelli. La sua conformazione è irregolare, ricca e capace di ospitare una biodiversità a tratti rara e preziosa. Akino sta svolgendo una ricerca universitaria in maniera autonoma. Il suo obiettivo è quello di tracciare la storia di un particolare tipo di abitazione, la casa doppia, e di studiarne i legami con le forme abitative del Nord del Giappone e delle isole polinesiane. Zaino in spalla intraprende l’esplorazione dell’isola in compagnia di una guida indigena e aiutato dalla mappa consegnatagli da un ricco abitante del posto, il signor Yamane, il cui padre era stato, in gioventù, un bonzo di uno dei più importanti centri buddisti di tutto il Giappone. Complesso che si trovava sull’isola di Osojima, a dispetto delle sue ridotte dimensioni. Akino, nel periodo a metà tra le due guerre mondiali, lascia un pezzo di cuore sull’isola prima di tornare alla sua vita regolare e di lasciare gli appunti presi in loco in un cassetto che, emblematicamente, diverrà cenere durante i bombardamenti alleati sul suolo nipponico. Infine, a cinquant’anni da quel primo viaggio, tornerà in una Osojima pronta a essere stravolta. Un’isola che è stata scoperta dal boom edilizio del dopoguerra e dal rinnovamento impetuoso del Giappone che lo porterà a essere una delle nazioni più ricche, industrializzate e potenti del globo. Un’isola il cui volto riservato viene sfigurato dalle ruspe, dalle colate di asfalto, dai belvedere, dalle attrazioni turistiche e dalla perdita di quella biodiversità che tanto la rendeva un’oasi sicura per molte specie vegetali e animali. La riservata Osojima, terra del buddismo distrutto dal fanatismo di un movimento shintoista e nazionalista che aveva fame di modernità imposta dall’alto, terra delle grandi asperità e degli slanci altruistici e vitalistici tra i più incomprensibili, diventa così l’ennesimo polo turistico, l’ennesima occasione per imbrigliare e imbottigliare le macchine dei vacanzieri in colonna nel traffico di un ponte che uccide la poesia di un viaggio marittimo. Le bugie del mare, le umiuso, non è una polemica e battagliosa rivendicazione contro le grandi trasformazioni degli ultimi sessant’anni. Non è altresì un pamphlet sarcastico volto a mitizzare il passato screditando il presente. È la testimonianza di un tranche de vie, di uno slice of life, insomma di un momento specifico e delimitato, circoscritto e attendibile di un luogo che è stato e non sarà più.

Ci sono delle immagini che emergono con forza nel dettato della vicenda. Costellano l’esplorazione del protagonista come delle storie immanenti. Dei fantasmi benevoli che accompagnano il viaggio e, forse, lo indirizzano. Dagli sciamani ormai scomparsi, i monimimi, capaci di mettere in contatto il mondo dei vivi con quello dei morti, fino ai venti malefici che vengono dall’oceano. Superstizione, religione e tradizione si fondono nel contatto con la realtà e nella sua esperibilità diretta. Nelle foreste si avvistano solitari capricorni, nei territori più pianeggianti, benché radi, le capre selvatiche sminuzzano erba, fiori e arbusti. I toponimi hanno la forza della rivelazione. Sono luoghi dalle anime composite ed esuberanti. Quel che l’occhio comprende a una prima vista non esaurisce mai la loro profondità. È quanto avviene per i Passaggi delle lontre, vie fluviali di accesso a territori interni e altrimenti inaccessibili, per la coda rocciosa dell’isola che assomiglia a un cavalluccio marino e per lo stagno che prende il nome dalla pupilla di un drago.
Il tempo della natura cristallizza e brina l’ambiente. Lo fa danzare su un ritmo ancestrale che dà corpo all’ineffabile. Ovunque, in ogni dove, si respira l’autenticità di una vita non incasellata nelle etichette, posta al di sopra delle convenzioni di una società che, fin laggiù, non può estendere i propri tentacoli. Le bugie del mare sono miraggi? Stati d’animo? Epifanie? O, malinconicamente, le orme di quegli sciamani che hanno fatto il loro tempo e stanno abbandonando la terra in un ultimo saluto?

Sulla costa, a pochi passi dalla battigia, c’è una Grande Muraglia in miniatura. In realtà è un muro di pietre di cui alcune sezioni sono crollate per l’intervento degli agenti atmosferici. Pioggia, onde, vento, tutto ha concorso alla sua erosione. Si dice che un monaco buddista l’abbia costruita da solo. Ha scavato una cava di pietra nella montagna sacra, ha trasportato il materiale fino a bagnarsi le caviglie e poi ha dato il via alla costruzione. Deve avergli preso gran parte della vita, deve essere stato spossante ma, al contrario di quanto si potrebbe pensare, pieno di senso. Perché l’ha fatto? Voleva difendere l’isola da qualcosa o da qualcuno? Oppure difendere il mare?

Degli scogli facenti parte della coda del cavalluccio marino ce n’è uno diverso dagli altri. È alto, massiccio, sembra solitario. Si dice che lì si sia consumato l’esito di una drammatica storia d’amore che riguardava un monaco apprendista e una ragazza di cui si era innamorato. Nella vita del bonzo l’amore non era contemplato e il suo rapporto con la ragazza era giudicato sconveniente. Per salvarlo dalle malelingue, il suo superiore lo mandò nel Kyushu da persone fidate, per farlo lavorare e tornare in condizioni più facili. Nel frattempo la ragazza, ignara del piano, si disperò per la separazione dall’amato e si gettò in mare dallo scoglio. Perse così la vita, annegando tra i flutti. Al suo ritorno sull’isola, pari destino attese il monaco che, giunto troppo tardi, si diede la morte gettandosi tra le onde.

Uno dei villaggi montani di Osojima, tra i più impervi dell’isola, si chiama Hato. Lì la vita è rigida, austera e dignitosa. Le case sono poco più di capanne attrezzate e si vive del sudore della propria fronte. Gli altri villaggi sono distanti ed è faticoso raggiungerli. Sebbene il mare sia vicino, i suoi abitanti non lo vedono che di rado. In compenso, sono liberi di girare per i boschi, di cogliere funghi e bacche e di intrattenere silenziosi colloqui con i porciglioni e i capricorni. Una leggenda dice che un antico clan guerriero, gli Heine, si sia rifugiato sull’isola per scampare alle violente lotte delle isole principali del Giappone. È una leggenda, sì, che sembra avvalorata dal ritrovamento di alcuni reperti archeologici. È così che Hato rischia di diventare Ato, la vecchia “nuova capitale”.

Tra le oscure caverne frequentate per la meditazione, la vetta scoscesa del monte sacro, le colline umide dei rifugi dei cacciatori, i resti di un complesso templare cancellato dalla faccia dell’isola, i sentieri strappati dagli animali alla foresta e i miraggi di un castello nel deserto tra le onde del mare, rintocca l’ultimo colpo di una campana che tanto assomiglia a una palla da demolizione.

Photo by David Gabric

2 risposte a “Un rintocco e una fine”

  1. Mi hai incuriosita con questo libro…

    "Mi piace"

    1. Mi fa piacere! Trovo che sia davvero una lettura rinfrescante. Per chi ama il Giappone è davvero un must

      Piace a 1 persona

Scrivi una risposta a Aureliano Tempera Cancella risposta

In voga