È facile perdersi nei meandri della descrizione, della recensione e del giudizio. Lo è al punto che, a tratti, sembra impossibile trovare l’uscita da questi labirinti e appare vano il solo tentativo. Perché, e i grafomani lo potranno confermare, scrivere è come cancellare una delle tante eroiche azioni di Ercole, in particolare l’uccisione dell’Idra di Lerna. L’Idra è un mostro della mitologia greca che possiede una caratteristica che la rende indigesta a tutti coloro che provano a fronteggiarla: tagliarle la testa porta alla crescita immediata di due nuove teste. Come a dire che gli sforzi per sistemarla una volta per tutte sono inutili e infruttuosi. Perché quindi scrivere equivale a riportare in vita questa creatura fantastica e temibile? Per il semplice fatto che il commento supera facilmente il commentato e che da una parola se ne possono ricavare dieci, cento, mille, senza soluzione di continuità.
Se le parole hanno questa innata capacità generativa, come affrontare un’opera ampia come I tre moschettieri senza perdere quel filo di Arianna che ci condurrebbe fuori pericolo?
Innanzitutto, bisogna condividere delle informazioni preliminari. I tre moschettieri non è un volume unico. Non esiste un solo romanzo contenente tutte le loro gesta e avventure e dovremmo parlare più che altro del cosiddetto Ciclo dei moschettieri. Le vicende dei nostri quattro gendarmi (poiché, ricordiamolo a scanso di equivoci, “i tre moschettieri” sono in verità quattro) sono raccolte in tre libri distinti che rispettano il più rigoroso dei criteri cronologici. Il primo, I tre moschettieri per l’appunto, mostra i protagonisti nei loro ardimentosi anni venti, il secondo, Vent’anni dopo, se la matematica non ci inganna, ce li presenta più in là con gli anni, a metà circa dei quaranta, e, infine il terzo, Il visconte di Bragelonne, ce li rende per un’ultima volta in età avanzata (beninteso per gli standard dell’epoca).
Dumas e la sua officina di scrittori, scartabellatori e schiccheralettere, come loro solito, ci offrono una visione ad ampio raggio, una specie di ottica grandangolare, su buona parte del Seicento francese. L’Europa che portano in scena è un continente scosso dalle continue rivolte, da guerre sanguinose e dalla necessità storica di trovare degli intrepidi avventurieri in grado di risolvere le situazioni più delicate e pericolose. Per gli amanti del gioco di ruolo sarà questa una notizia deliziosa, il setting dell’opera pare essere scritto proprio per invogliare le persone a immergersi in questo contesto e interpretare dei soldati di ventura a caccia di denaro, gloria e riconoscimento pubblico. Il gruppo formato da D’Artagnan, Porthos, Athos e Aramis rispetta tutti i crismi della narrazione epica e del racconto d’avventura. I personaggi sono presentati con cautela e pazienza, gli ambienti sono dipinti con delle brevi ma efficaci pennellate e il sovrano della narrazione, il dialogo, ha sempre un tono arguto, acuto e profondamente ironico. Leggere queste pagine ha un che di calamitante: gli occhi sono attratti alle righe che scorrono velocemente come magneti dal segno contrario. I discorsi dei personaggi non ricalcano il nostro modo di conversare, sono anzi zeppi di subordinate e lunghe riflessioni che si prendono tutto il loro tempo per essere espresse, salvo poi, nei momenti più concitati, diventare epigrammatiche, come delle sentenze lanciate sul campo di battaglia simili a palle di cannone. I colpi di scena, per dei lettori navigati, possono apparire prevedibili ma si riservano comunque la possibilità di sorprendere anche il più avveduto degli scettici. La storia suggerisce di continuo come sarà il suo svolgimento ma mantiene la sua capacità magica di spiazzare nel momento più opportuno. Perde molte battaglie, ma vince, e forse è la cosa più importante, la guerra.
Sono consapevole del fatto che avrei potuto semplicemente scrivere che la trama è avvincente ma ho voluto dimostrare quanto affermato nell’introduzione: da una parola ne possono nascere cento o più.
Chi sono davvero i moschettieri? In primis un gruppo di amici fraterni (come si diceva un tempo). Un insieme di persone che ha deciso di saldare il proprio destino a quello dei suoi componenti. Un assortimento implacabile di coraggio, lealtà, abilità e inguaribile buonumore. Questo perché, nonostante i diversi caratteri, i quattro soldati diventano la versione migliore di se stessi quando si trovano gli uni nella compagnia degli altri. Il tenebroso Athos, di fronte al più giovane e scapestrato D’Artagnan, scopre in sé l’amore paterno e l’istinto del precettore non indifferente alla burla e all’avventatezza, il goliardico e gargantuesco Porthos è spesso così schietto e diretto da trascinare con la sua semplicità i compagni nella risata e nel bivacco (soprattutto nel bivacco), l’ambiguo Aramis, che pure è il più scostante e lunatico del gruppo, benché non sappia mai decidersi su cosa sia e cosa desidera davvero (sentendosi egli uomo di chiesa mentre è moschettiere e moschettiere mentre è uomo di chiesa) si dimostra monolitico e coerente nel momento in cui ha a che fare con i suoi amici e la loro sorte. Da questa rassegna rimarrebbe escluso D’Artagnan, ma non vogliamo fargli questo torto. Il cadetto di Guascogna, ed è emblematico che si incontri con l’altro grande provocatore del Seicento francese, Cyrano de Bergerac, è l’acume fatto persona. Ha una personalità vulcanica che raramente maschera la sua spacconaggine da vero e proprio “briccone”. Si può dire che sia la mente del gruppo, quello dal ragionamento più fino e orientato all’utile, ma è anche capace di slanci del cuore che gli impediscono di essere un freddo calcolatore o profittatore. Assieme, queste grandi anime, questi cavalieri esemplari e campioni d’umanità, possono l’impossibile.
Che sia un non troppo velato elogio dedicato da Dumas all’amicizia?
Questo ciclo narrativo, pur in maniera ingenua, fornisce anche molte regole di comportamento. È in qualche modo una lunga epopea di formazione. In essa compaiono le azioni più turpi, crudeli e insensate al fianco delle virtù più luminose. Condividere un pasto quando non si ha altro che un paio di tasche bucate e un tozzo di pane raffermo. Suddividere, sempre e comunque, in parti uguali il proprio bottino. Ammirare senza interesse e spingere affinché altri ti ammirino senza interesse. Dedicarsi a una causa nobile e giusta, sprezzanti del pericolo e della statistica. Donarsi, votarsi, anima e corpo a pochi princìpi fondamentali, in modo tale da essere sempre spontanei, naturali e fedeli a se stessi. Rispondere ai colpi della sorte fin dove possibile e accettare con garbo che, Madre Natura, può di più del suo cucciolo umano. Combattere per un ideale, benché avviato irrimediabilmente verso la sconfitta. Sperare, agire e, in conclusione, ridere del bene come del male.
La lista potrebbe procedere oltre, ma non ho la minima intenzione di annoiarvi.
Photo by Anil Xavier





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