Visione è un termine italiano che deriva dal latino visio, a sua volta derivato dal verbo videre, e indica l’atto di percepire qualcosa attraverso la vista. Benché questo sia il primo significato che compare nel dizionario, ad oggi la sua seconda accezione, nell’uso, è diventata più frequente della prima: la visione è quindi l’apparizione di qualcosa di straordinario che si sostiene di aver visto. Direttamente legata a questa parola ne viene di seguito un’altra, ossia visionario. Secondo questo ragionamento il visionario non è colui che vede, semplicemente registra. È, anzi, colui che sostituisce alla comune facoltà di registrare eventi e fatti quella ben più affascinante e imprecisa di trasfigurarli al fine di recuperare una dimensione magica e simbolica che la Natura suggerirebbe senza imporre.
Di visionari, nella storia umana, ce ne sono stati tanti. Uno di essi si chiamava Federigo Garcia Lorca.
Corrente
Chi cammina
s’intorbida.
L’acqua corrente
non vede le stelle.
Chi cammina
dimentica.
E chi si ferma
sogna.
Le idee su cosa sia la poesia abbondano in misura tale da rendere impossibile stabilirne non solo una valida, ma che metta tutti d’accordo. Oltre alle questioni tecniche, relative alla metrica, interviene il gusto personale a scombinare ogni possibile giudizio. Si ergeranno da un lato i sostenitori della poesia pura, del verso inteso come formula magica, del particolare che sprigiona l’infinito attraverso ardite metafore, allegorie e analogie. Dall’altro si troveranno gli amanti di un discorso poetico più piano, diretto, vicino alla realtà delle cose, dalla spiccata musicalità, dalla soavità del dettato e non necessariamente del contenuto, in grado altresì di raggiungere le profondità più abissali. In mezzo, al solito, tantissime altre posizioni valevoli di essere prese in considerazione e tutte, con le dovute distinzioni, in grado di essere considerate le migliori.
I visionari sbigottiscono, meravigliano e, spesso, confondono. Nelle loro scelte lessicali tradiscono una ricerca minuziosa, specifica e puntuale che non deve essere scambiata per pedanteria vocabolariesca, al contrario, lo scopo ultimo è quello di rendere con dovizia di particolari una scena in-credibile per consentire al lettore di avere esperienza di ciò che essi hanno potuto assaporare in uno stato di particolare ispirazione, estasi o prostrazione. Il collegamento funambolico del sognatore non è dovuto a un manierismo affettato e retorico, tantomeno è votato alla ricerca di vani e insulsi preziosismi. Non esiste in loro, e per “loro” si intende la schiera degli onesti e non di coloro che vendono buio per moda, il compiacimento di chi sa che non verrà capito. Il tentativo di mettere nero su bianco la loro allucinazione – un’allucinazione scevra di ogni connotazione negativa, presa per quel che è, neutrale – rappresenta anzi il disperato tentativo di comunicare l’impossibile. Di condividere ciò che si è manifestato esclusivamente agli occhi dell’artista. È quanto di più squisitamente umano potrebbe fare un profeta.
L’ultima passeggiata del filosofo
Newton
passeggiava.
La morte lo seguiva
arpeggiando con la chitarra.
Newton
passeggiava.
I vermi gli rodevano
la mela.
Il vento risuonava fra gli alberi
e il fiume sotto i rami.
Wordsworth avrebbe pianto.
Il filosofo assumeva
improbabili posizioni
aspettando un’altra mela.
Correva per la strada
e si stendeva accanto all’acqua
per immergere il viso
nel riflesso della luna.
Newton piangeva. Su un alto cedro due
vecchi gufi conversavano
e nel buio lentamente
il saggio tornava a casa
sognando immense piramidi
di mele.
Newton. Uno degli scienziati più grandi di tutti i tempi. È vecchio, ormai, e le sue grandi intuizioni se le è lasciate alle spalle. Anche Newton è un essere umano. Anche Newton piange. Anche Newton, benché il suo cervello abbia sempre lavorato a pieno regime, può scoprirsi malinconico come chi si è lasciato trasportare dalla vita. Newton sente che la fine è vicina. Prova disperazione, attesa, gioia, rimpianto, cordoglio per se stesso. Anche Newton è un essere umano. La morte lo segue, anch’essa curiosa, di vedere cosa farà nel suo ultimo giorno il grande scienziato. La morte, che umana non è, vuole scoprire in cosa consista l’umanità di Newton.
È vecchio. La sua proverbiale mela è tarlata dai vermi. Non importa che quell’aneddoto sia stato inventato di sana pianta. La vita di Newton è stata anche, e forse soprattutto, invenzione. La scienza non è poi tanto diversa dalla magia se presa per il verso giusto. Newton cammina. La morte lo segue e strimpella come una ragazza gitana. Il vento soffia tra gli alberi e sotto i rami scorre un fiume che, Newton lo sa, lo porterà lontano, lontano dagli altri esseri umani e – per sempre.
Quindi il fiume. Ciò che sarebbe diventato. Non acqua, non molecole di H2O, ma impeto, scorrevolezza, velocità. Altro che accelerazione gravitazionale, avrebbe superato la velocità della luce per andare dove non esistono ritorni. Il suo riflesso non esiste. Newton sbigottisce. È già morto? No, è la luna a velarne le fattezze. L’ovale del suo viso è sovrapposto a quello ben più luminoso, purché di rimando, del satellite terrestre. Newton non vede il suo volto nell’acqua. In quell’acqua che diventerà. Anche Newton è un essere umano – piange.
Non cadranno altre mele sul suo capo. Non ci saranno altre invenzioni né stanze gremite per ascoltare il suo verbo. Newton piange. La giornata sta finendo e con essa la vita. Strana cosa la vita! Sembra tanto lunga e alla fine è un istante, poca cosa. Ha il passo malfermo, lo scienziato. La morte ha deposto la chitarra. Lo guarda, compassionevole. No, adirato. Ma cosa! Scontrosa e giovane, gentile e anziana. È la morte. È vano scoprirne i reali sentimenti. Mentre decide che sì, è il momento, l’istante fatale … il filosofo scienziato pensa ancora ai misteri che non ha svelato, alle piramidi fatte di mele.
Newton muore senza risolverli. Anche Newton è un essere umano.
Madrigale
[…]
Nel crivellato
teschio blu
fecero stalattiti
i miei ti amo.
Il non-detto cristallizza. I pensieri non sono fatti di sole idee. C’è materia, viva materia, in essi. Il cranio blu (perché triste, perché raro in natura, perché anomalo?) non può che essere crivellato di colpi (le disillusioni sopraggiunte? Le illusioni tradite? Gli insulti, i ti-amo non ricevuti?) ed essere abitato da stalattiti composte da parole d’amore mai proferite.
La misura della solitudine di un uomo che si fa isolamento.
P.S. Confesso che non ho apprezzato le poesie di Garcia Lorca nel complesso. Ne ho trovate alcune, però, che mi hanno lasciato qualcosa e ho deciso di condividerle con voi.
Photo by Karla Hernandez





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