L’aura cattedratica male si associa a una divulgazione spicciola. Salire sul piedistallo è utile quanto scavarsi la fossa con le proprie mani. È al pari di perdere la fiducia e il consenso dell’uditorio ancor prima di iniziare il discorso. Certo, colui che ascolta/legge deve avere un motivo per dedicare il suo tempo proprio a quel divulgatore, ma ciò rientra più nel campo dell’autorevolezza che non in quello dell’accademismo o dell’autorità in senso stretto. In un momento di crisi generale delle istituzioni è difficile affermare quanto sto per dire, ma concedetemi il lusso di essere ingenuo: il valore di questi contributi dovrebbe essere autoevidente.
L’attenzione al contenuto dovrebbe superare di gran lunga quella al curriculum.
Sono le quattro e mezzo del pomeriggio. È una giornata estiva e fa molto caldo. Ho bisogno di qualcosa di fresco da mandar giù. Mi si presentano due scelte: una gelateria dalle pareti tappezzate di attestati di partecipazione ai corsi più disparati di pasticceria e una gelateria artigianale senza troppe pretese, che fa il suo, al solito. Una volta mangiai una brioche nella prima e dovetti chiamare l’ambulanza. Nella seconda la cosa peggiore che è capitata è stata quella di non trovare le coppette perché il corriere del fornitore si era volatilizzato in un punto imprecisato della strada provinciale. Che faccio, mi domando, vado nella prima fidandomi degli attestati o nella seconda fidandomi delle mie viscere? Ai posteri l’ardua sentenza.
In un mondo in cui si fa marketing anche sfruttando tragedie, malattie e disgrazie non mi sorprende che un pezzo di carta con una firma altisonante vergata con una penna stilografica valga di più della vecchia e cara esperienza.
Un esempio emblematico trovatosi a combattere contro questo atteggiamento è stato il caro Leonardo da Vinci. Ebbene sì, oltre a essere stato un grande pittore, un personaggio citato più per la sua apparizione in una famosa saga di videogiochi che per i suoi meriti storici e al quale è stato dedicato almeno un istituto, una strada, una pizzeria in ogni angolo d’Italia, è stato anche un grande polemico (che, nei tempi andati, spesso coincideva con l’essere un grande pensatore).
Questo bel virgulto toscano, con un pizzico di boria del tutto comprensibile, amava definirsi un “omo sanza lettere”, ossia una persona che non aveva avuto la fortuna di studiare all’interno del circuito delle poche ed elitarie scuole del tempo. Il semplice fatto di non conoscere il latino lo rilegava nello sgabuzzino di quelli che non potevano essere presi sul serio dalla colta e raffinata intellighenzia tardo-medievale e umanistico-rinascimentale. Era un uomo volgare, a detta dei sapienti con la bocca impastata di parole che terminavano in -andum o in -orum, ma questo giudizio non ha mai ostacolato la libera attività di Leonardo che, al contrario di quanto si aspettavano i suoi detrattori, ha trasformato un presunto peccato capitale in un punto di forza inarrestabile. Cosa sosteneva di tanto rivoluzionario da far storcere il naso a questi professoroni?
Affermava qualcosa di molto semplice che, per i suoi tempi, suonava come bestemmiare in una cattedrale: l’esperienza è superiore alla memoria. O meglio, la memoria è sterile senza l’intervento massiccio dell’esperienza. Cosa significa? Che passare la propria vita a studiare tomi antichi compilati duemila anni prima (è un iperbole, posate i forconi) senza mettere in pratica queste nozioni e senza sfidarle, provocarle e testarle in ogni modo equivaleva a non aver studiato niente. Al tempo gli eruditi si compiacevano del loro sapere enciclopedico ed erano in grado di citare by heart anche tutto un catalogo di false invenzioni pseudoscientifiche scritte da un tizio o un sempronio greco nato in qualche posto esotico dell’Asia Minore. Questi stessi eruditi facevano un tale affidamento alle auctoritas antiche che pensavano fosse inutile provare a superarle e a vedere se, come poi venne dimostrato ampiamente, non avessero spesso preso lucciole per lanterne. Leonardo, con il suo metodo d’indagine, la sua inesauribile curiosità e voglia di fare, con la sua, perché no, smisurata ambizione, rischiava di scardinare l’impianto culturale che aveva tenuto insieme l’Europa per quasi un intero millennio. I suoi avversari, incapaci di affossare questa mente propriamente geniale, arrivarono anche al punto di accusarlo di stregoneria. In sostanza avevano affermato, senza forse rendersene conto, di essere sideralmente distanti dalla bravura di questo ragazzo cresciuto e formatosi in una bottega. Il loro estremo lamento suona oggi come il capriccio di un bimbo che ha perso una competizione: “non è giusto! Quello usa la magia, mica vale!”
In conclusione, criticare quel che non si conosce per partito preso è sciocco. Sentirsi minacciati dal nuovo che avanza e potrebbe soppiantarci è naturale, ma anche ingiusto nei confronti del tempo e del susseguirsi delle generazioni. Arroccarsi tra le guglie di un castello, gelosi delle proprie conquiste e posizioni, è avvilente per una mente votata alla conoscenza, alla scoperta e allo studio. Pensare di avere ottenuto “abbastanza” in questi campi è una follia: primo, il sapere è di per sé in divenire, secondo, è già stato detto e fatto troppo per avere l’illusione di possederne anche solo una minima parte. Come al solito è d’uopo (concedetemi questo preziosismo, trovo questa parola troppo comica) spiccare il volo dal trampolino e schiantarci nel sereno mare dell’umiltà.
Lo status quo, in arte come in scienza, è una bambola molto graziosa da vezzeggiare, vestire, ammirare. Sì, ma dopo aver cercato in ogni modo di crearne una migliore o anche solo diversa, più espressiva.
P.S. Se avessi un soldo di cacio per ogni volta che ho dirottato su un altro percorso l’argomento principale del mio articoletto adesso avrei un negozio di formaggi. Ormai si prefigura una trilogia intera per concludere l’idea iniziale.
P.P.S. La bambola della conclusione, a onor del vero, può anche essere vezzeggiata e poi distrutta per utilizzare quegli stessi materiale per creare qualcosa di nuovo. Provo a essere moderato, ma a volte proprio mi scappano le parole dalle dita.
Photo by Cristian Palmer





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