Essere investiti da una sensazione forte ha sempre qualcosa di sorprendente. Non per la natura di quel che provoca tale impatto, bensì per l’intrinseca magia di vivere quell’attimo di sospensione in cui tutto sembra mettersi in discussione. Il trauma e l’apice della gioia, in questo senso, si avvicinano pur andando in direzioni opposte, come quando si disegnano due linee su un foglio e poi lo si chiude a formare una circonferenza. Quell’emozione scatenata nel kairos irretisce e rapisce, rendendo dimentichi di tutto il resto.
Quando cessa e viene riassorbita dal corpo e dalla realtà dei fatti, è come svegliarsi dopo un breve sogno. Per un po’ si rimane allucinati e storditi, a caccia di quel brivido che è già fuggito altrove.
L’inventario possibile
Ogni lingua possiede un inventario di parole intraducibili. Sono tali perché, nella determinata cultura e storia della lingua presa in esame, si è sviluppato un fenomeno unico che non ha testimonianze identiche da nessun’altra parte. Oppure perché, sempre marcando una netta differenza con le altre culture, una comunità ha conferito maggior importanza a un ambito della vita piuttosto che a un altro.
In italiano, ad esempio, ci sono vari lemmi per indicare il ghiaccio e la neve ed è comprensibile: la penisola italica convive da sempre con le vette degli appennini e delle alpi e questi elementi fanno parte del suo sviluppo e del suo ambiente.
Nella lingua degli eschimesi, l’inuit, ci sono più di cinquanta termini per descrivere puntualmente tutti gli stadi di trasformazione del ghiaccio e della neve. Follia? No, è una pura necessità. Bisogna ricordare che una delle caratteristiche principali del linguaggio è il principio dell’economia, ciò sta a significare che è un sistema perlopiù ottimizzato che non occupa spazio inutilmente, a tutto vantaggio dei parlanti. Ciò che non si usa, viene scartato. Ciò che rimane, è necessario.
Un’invisibile padrone di casa
Duende è un termine intraducibile. Per capire cosa gli spagnoli, ma più in particolare gli andalusi e i gitani, intendono con questa parola bisogna formulare una perifrasi: l’impeto trascinante dovuto a una forte emozione. È questa una definizione impropria e imprecisa, come tutte quelle che si arrischiano quando ci si trova nell’ardua posizione di dover dare un nome all’innominabile. Se questo accenno non fosse abbastanza evocativo si potrebbe continuare il discorso affermando che non è solo un termine enigmatico e misterioso, ma è anche polisemico.
Duende deriverebbe dal celtico doñeet, degneet, ossia “familiare” o “domestico” e il dueño de la casa corrisponde all’espressione “padrone di casa”. Eppure, questa non è l’accezione più usata, infatti ci si riferisce al duende anche quando si parla di un particolare spirito del folclore andaluso e spagnolo. In detti panni questo spiritello, che tanto ha in comune con i culti dei morti, i folletti irlandesi e islandesi e, per citare una creatura nostrana, o’ munaciell napoletano, infesterebbe le case nelle sue versioni più maligne e le abiterebbe in quelle più benigne. Già al tempo dei romani si considerava scontata la presenza dei lari all’interno delle abitazioni, ossia di spiriti che tutelavano il focolare domestico e che andavano rispettati pena il decadimento della famiglia stessa.
Quando si tratta di descrivere delle creature simili il loro aspetto si rivela di solito abbastanza stereotipato. Bassa statura, conformazione del corpo alternativamente mingherlina oppure paffuta, una spiccata tendenza a fare scherzi e a infastidire gli abitanti della casa per attirarne l’attenzione e una spiritosaggine che spesso ricalca l’inconsapevole cattiveria dei bambini. Spiritelli capricciosi, in sostanza, che però non sembrano accordarsi bene con il duende. Questi esseri folcloristici appartengono al mondo della tradizione orale e dell’aneddotica, vengono tramandati di famiglia in famiglia attraverso le storie che compongono la memoria di un luogo e di intere generazioni, proprio quel tipo di filo che, oggigiorno, stiamo recidendo senza troppa consapevolezza. Ed ecco che, nel racconto di un uomo che ricorda degli avvenimenti di quando era piccolo e si trovava in compagnia della nonna di un amico, il duende prende la forma di un signore anziano, dal volto allungato, l’incarnato pallido e una missione ben precisa: ritrovare la propria anima. In un’altra versione, possiede le stesse caratteristiche ma il suo scopo è leggermente più prosastico, ossia far tacere i beoni dell’osteria che, ubriachi, urlano a squarciagola in piena notte.
Granada: flamenco e resistenza
È interessante notare come il significato letterale dell’espressione “padrone di casa” si trasli con facilità nel campo della magia e del mistero, delle apparizioni e della mitologia. Il duende sarebbe quindi uno spiritello che possiede la casa in quanto, con i suoi trucchetti, sarebbe in grado di cacciarne qualunque inquilino. Ciononostante, questo “uomo-nero”, questo “bau-bau” per spaventare i bambini, diventa altro nel momento in cui incontra il flamenco.
Granada è la patria di quest’arte che fonde il ballo, la musica e il canto. Non è secondario indicare il luogo in cui questa pratica ha preso vita poiché Granada ha alle spalle una storia ricca e complessa. Dopo aver fatto parte dell’Impero Romano è diventata una città del regno dei Visigoti, a loro volta sostituiti dagli arabi e, solo nel 1492, venne conquistata dalle forze spagnole e cattoliche alle dipendenze di Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia dopo essere rimasta l’unico baluardo musulmano della penisola iberica. L’Andalusia, la regione in cui si trova Granada, ha mantenuto traccia delle passate dominazioni ed è stata anche arricchita ulteriormente dalla presenza dei gitani, una delle etnie romanì che, probabilmente giunte dalla penisola indiana, ha attraversato l’Europa senza mai stanziarsi davvero in nessuna nazione, mantenendo per secoli il proprio nomadismo.
Il flamenco incarna l’insieme di questi avvenimenti stratificatisi nei millenni e si configura, ancora oggi, come un cante di ribellione e resistenza. Una testimonianza diretta di un popolo osteggiato e mai considerato il benvenuto che nel ritmo incalzante del ballo e della musica trasmette sé stesso per non scomparire, per perpetuarsi e vivere, nel qui-e-ora, degno, come tutti gli altri.
Non bisogna fare l’errore, a detta degli studiosi del flamenco, di considerare questa arte come un’attività popolare. Le tecniche compositive e le figure della danza venivano tramandate da poche famiglie che ne possedevano i segreti e l’unico elemento davvero popolare consisteva nel fatto che i suoi esecutori non fossero colti o eruditi e che, anzi, le parole dei brani scaturissero dall’esperienza diretta e proprio per questo fossero in grado di catturare l’attenzione dell’uditorio e degli spettatori attraverso lo stile schietto e semplice ma al contempo profetico, epigrammatico.
E il duende?
Il duende nel flamenco corrisponde all’insieme di movenze e tecniche espressive che il ballerino, il musicista o il cantante mette in gioco pur di comunicare l’intensa sensazione che sta provando, nel tentativo disperato e ammaliante di entrare in contatto e di condividere il Sé con l’Altro.
Fonti e approfondimenti:
https://1995-2015.undo.net/it/magazines/1254233573
https://seaandyou.eu/it/cose-il-duende-tra-il-flamenco-e-federico-garcia-lorca/
https://www.ilfoglio.it/lettere-rubate/2020/05/09/news/il-duende-spiegato-da-garcia-lorca-317318/
Photo by Kazuo Ota





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