Il dibattito attorno alle classi sociali ha infiammato gli intellettuali – e non solo – di tutto il mondo, almeno per un secolo e mezzo. Non affrontare la questione è stato visto a lungo come fare un passo indietro una volta giunti all’estremità di un trampolino: dopo tanta strada perché non compiere il salto decisivo? E, soprattutto, cosa poteva motivare quella finale titubanza, forse la mancanza di coraggio e di abilità?
Sebbene le classi sociali esistano ancora, l’espressione è uscita dal vocabolario comune dell’opinione pubblica, sostituita da altre e più pressanti faccende, o così pare. Del resto, questa argomentazione sembra utile in ogni occasione: c’è sempre qualcosa di più importante da affrontare. Poi, sfiderei gli interlocutori di turno a definire con più precisione questa incombenza tra la vita e la morte, ma non è il caso di stuzzicare cani che stanno facendo tutto fuorché dormire.
Visto che il presente non viene in nostro soccorso gettiamo lo sguardo dietro le spalle tornando a Martin Eden.
Il romanzo primonovecentesco di London può essere letto in numerosi modi.
Come la bildung di un membro della classe operaia che cerca di diventare uno scrittore affermato, nell’ottica del romanzo di formazione. Come la crescita di un individuo pressoché incolto che ha lo scopo di appropriarsi del linguaggio e delle convenzioni del mondo borghese, nell’ottica di un romanzo sociale. Come l’avventura di un’anima idealista, benché dal pensiero profondamente radicato nell’evoluzionismo e nel materialismo, alle prese con una società squisitamente mercantilista dove ogni valore viene pesato su apposite bilance e poi arricchito di un bel cartoncino squadrato recante il prezzo segnato con uno svolazzo calligrafico … nell’ottica di un romanzo realistico e psicologico.
Martin Eden è questo e molto altro.
Ad esempio, uno scontro di civiltà e di sistemi filosofici.
Lei era pura, era vero, di una purezza che Martin non aveva nemmeno sognato potesse esistere, ma le ciliegie macchiavano le sue labbra: anche Ruth, come lui, era soggetta alle inesorabili leggi dell’universo.
Quando il protagonista giunge per la prima volta nella casa dei signori Morse, ci troviamo nel primo capitolo dell’opera, il contrasto tra le sue lacune in fatto di istruzione e galateo e la ricercata eleganza convenzionale della dimora e di chi la abita rende evidente un abisso che pare incolmabile. Da una parte, i benestanti e rispettabili Morse, mentre, dall’altra, il marinaio abbronzato, dal passato oscuro e la bocca impastata di errori grammaticali.
La compresenza di questi tipi umani all’interno dello stesso contesto dovrebbe essere scongiurata dal buonsenso. Sono queste creature, e London è abile nel sottolinearlo, che non sono in grado di comprendersi pur esprimendosi nella stessa lingua. Eppure, un elemento in particolare getta un ponte tra questi due dirupi: l’amore. Ebbene, il giovane signor Eden subisce il fascino etereo e diafano della figlia dei padroni di casa, la signorina Ruth Morse. Ruth è quanto di più lontano possa esistere dalle donne che Martin ha incontrato e frequentato nei suoi circa vent’anni di vita. È colta, ha completato il ciclo scolastico obbligatorio, studia all’università, non conosce né la povertà, né le difficoltà della vita al di fuori del suo recinto dorato e, soprattutto, mostra un’agilità mentale e una sensibilità così spiccate che il marinaio non può che rimanerne abbagliato. Il colpo di fulmine ha centrato il bersaglio al punto da obbligare il giovane a una subitanea ed estrema risoluzione: deve diventare come loro, come i Morse, queste divinità altolocate che si muovono nella vita cibandosi di conversazioni impegnate, studi illuminanti e comodità d’ogni tipo. Sì, per raggiungere Lei, l’Amore maiuscolo, deve trasformarsi, cambiare pelle, imparare quel che i figli della borghesia assumono con il latte materno. Quello che progetta Martin, senza ancora saperlo, è un trapianto forzato che porterà a un rigetto drammatico.
Il punto di vista del discente, dell’operaio che si allontana dal suo orizzonte, si piega, malleabile, verso quel che deve raggiungere. È creta consapevole nelle mani di Ruth ed è soddisfatto di esserlo. Ciò è possibile fintantoché duri la magia, cioè fino al momento in cui la patina idealizzante che Martin ha applicato con cura sulla borghesia non inizi a mostrare la ruggine che v’era sempre stata sotto.
La caduta dell’aureola avviene proprio durante una scena che dovrebbe testimoniare la tenerezza di due giovani che ancora non sanno di essere vicendevolmente innamorati: galeotta fu la ciliegia, ma ancor di più la macchia del suo nettare.
Tutti sappiamo che il mondo è pieno di brutture!
[…]
I santi in paradiso… Che altro potrebbero essere se non leali e puri? Non c’era merito. Ma i santi nella melma… Ah eterna fonte di meraviglia! Rendeva la vita degna di essere vissuta.
La foga assimilatrice di Martin riceve inizialmente un plauso da parte dei suoi nuovi dei. Gli sforzi di questo selvaggio autodidatta vengono salutati con la paternalistica superiorità di chi crede di avere imbrigliato l’esistenza in poche formule auree. Ben venga che l’ex marinaio studi la grammatica, ben venga che provi a farsi una cultura innalzandosi al di sopra della sua natura e delle sue origini, ciò potrà essergli utile quando deciderà di ambire ai luoghi che spettano agli operosi e ottimi cittadini: un impiego in banca, il segretariato di un giudice o di un politico e, perché no, un futuro da reporter, da penna d’inchiesta degli onestissimi giornali cittadini.
Del resto, è la stessa Ruth a rendersene conto, Martin sprigiona un’energia magnetica capace di ribaltare le sorti degli eventi. Ha la stoffa del leader, del capo carismatico e del self-made man tanto caro ai protestanti. Purtuttavia, proprio queste energie, unite alla curiosità eclettica del protagonista, lo portano a mettere in discussione quel che sa, quel che credeva di sapere e quel che potrebbe essere. Si dimostra, strada facendo, più aperto di mentalità di tutti i suoi nuovi modelli. I Morse, e la cricca che li circonda, appaiono tutto a un tratto dei manichini che ripetono a pappagallo delle nozioni che non hanno compreso davvero. Hanno studiato con i migliori professori, è vero, sono infarciti di buonsenso e galateo, ma, a un’occhiata più attenta, risultano vuoti e privi di personalità. Perché Martin decide allora di non abbandonare questi individui che impara a reputare dei palloni gonfiati? Per amore nei confronti di Ruth, per non tracciare un segno indelebile tra di loro.
Nonostante il suo impegno indefesso e la sua sopportazione portata al limite, la frattura verrà a crearsi proprio nel campo che Martin ha prescelto come suo ascensore sociale: la letteratura. Nessuno, superati gli iniziali slanci ottimistici, approva le sue velleità artistiche. Provano a dissuaderlo, prima con la ragione e poi con le minacce, tanto che l’aspirante scrittore si trova per tutta la durata del romanzo pressoché da solo contro il mondo intero.
Ruth, l’amata Ruth, la timida, brillante, colta Ruth, leggendo una delle opere che Martin reputa di aver scritto meglio espone un’argomentazione in merito che lo lascia allibito: Tutti sappiamo che il mondo è pieno di brutture. In sé, la frase non è sorprendente, può forse colpire per la sua sciatta banalità e superficialità ma, in sostanza, è valida in quanto tautologica. Ebbene sì, il mondo è pieno di brutture, tanto scontato che è assolutamente inutile ricordarlo. Ma perché questo giudizio piuttosto sommario colpisce così in profondità Martin – e il lettore che ne osserva l’epopea – ? Perché, sebbene in termini leggermente più rozzi, è la stessa opinione che Gertrude, sorella maggiore di Martin e priva di una qualsiasi forma di istruzione, ha condiviso con lui dopo aver ascoltato uno dei suoi racconti. Per amore della cronaca si potrebbe anzi aggiungere che Gertrude aveva sì criticato il tragico finale del lavoro del fratello, ma se ne era detta commossa e ammirata, parole che Ruth fatica e faticherà sempre a trovare nel suo vocabolario.
Quindi? Cosa dovrebbe pensare il signor Eden dei suoi tanti sforzi? E quali sono davvero le differenze intrinseche tra la classe operaia e l’alta borghesia se, di fronte a un medesimo stimolo, ottiene la medesima risposta?
Il cielo poteva arrotolarsi come una pergamena e le stelle precipitare, ma le campane dovevano suonare in ogni caso.
[…]
Aveva creduto che cultura e camicie ben stirate andassero insieme e che istruzione universitaria e maestria fossero la stessa cosa.
[…]
Una o due volte scoppiò in un’amara risata: vedeva sua sorella e il suo promesso, tutti i membri della loro classe e quelli della classe di Ruth condurre le loro vite ristrette secondo una formula ristretta, animali da gregge che si ammassavano insieme, modellando le loro vite l’uno sulle opinioni dell’altro, senza riuscire a vivere davvero la loro vita a causa delle formule infantili di cui erano schiavi.
La risposta giunge tristemente negli anfratti della mente di Martin. I borghesi, come gli operai, desiderano il lieto fine – le campane – la levità e la superficialità. Che abbiano strumenti per andare a fondo nelle questioni poco importa, giacciono essi impolverati dentro una qualche credenza barocca.
Il nuovo quesito che si pone è cocente nella sua irriducibilità. Sono dunque tutti fatti di una stessa pasta? Egli, Martin Eden, è come Gertrude e l’avaro marito, come Ruth e i suoi genitori dalle prospettive conservatrici e circoscritte al bieco interesse economico?
Egli stesso è uno schiavo della società sebbene ne abbia svelato e compreso i meccanismi più perversi?
In verità, la frattura definitiva che allontanerà per sempre Martin dagli altri esseri umani, che lo porterà, alla lettera, sulla via del misantropismo, sarà un articolo di giornale che, distorcendo con maliziosa incapacità i fatti, farà scoprire alla cittadina di Oakland un Martin Eden fasullo, presunto capo rivoluzionario socialista, sedicente anarchico e bruto inveterato.
Sarà questa la goccia che farà traboccare il vaso. Ruth romperà il fidanzamento, sollecitata dai genitori e dalla vergogna, la sua stessa famiglia farà quadrato contro di lui in barba ai legami di sangue e commercianti e conoscenti di una vita lo abbandoneranno al suo destino.
È l’estrema delusione che traumatizzerà per sempre lo spirito di Martin, infiacchendolo al punto che prenderà la scelta di appendere l’inchiostro al chiodo e di chiudere con la scrittura. Può, giunti a questo punto, lasciarsi morire di fame perché non ha null’altro per cui lottare. Le chimere dell’amore, del successo, della scalata sociale e della creatività si sono dissolte e spente sono le sirene dell’avventura.
Senonché, per un colpo da biliardo eseguito dall’autore, è proprio questo il momento in cui Martin inizia a ricevere una serie di proposte editoriali per tutti i manoscritti che ha spedito e che, nel corso degli ultimi due anni, sono stati rifiutati dozzine di volte. In men che non si dica, Martin Eden diventa ricco, famoso e ambito.
Nulla di tutto questo basterà per accendere di nuovo il brio della vita nella sua mente. Ciò che lo attende è l’amara accettazione di una vittoria materiale ottenuta attraverso una sconfitta cosmica.
Inutile aggiungere che non riuscirà a tornare alle origini, in quella classe operaia che conosce come le sue tasche. I loro modi di fare, così come quelli dei giovani, lo infastidiscono e disturbano. È un essere scisso, con un piede in un mondo e un piede in un altro. Non esistono riposo, porto sicuro, né tantomeno vele gonfie per riprendere il cammino ed esplorare ancora le possibilità della vita. Martin, deluso dal suo sfrenato e totale individualismo di marca nietzschiana, non ha le risorse per abbracciare, perdonare e amare l’umanità nel suo complesso. La vita si dimostra un grande fallimento poiché egli stesso percepisce di essere stato sconfitto.
Non ci sarà nessuno con lui nel momento in cui si lascerà scivolare nell’acqua.
Nessuno, a parte il suo titanico ego ferito.
Le mie ossa sono ricoperte dalla stessa carne, le mie mani e i miei piedi hanno le stesse dita. Sono lo stesso di prima. […] Ho le stesse qualità che avevo quando nessuno mi voleva. Oggi invece tutti mi vogliono e questo mi fa impazzire.
[…]
Questo era tutto ciò che sapeva: che era sprofondato nell’oscurità e, nell’istante stesso in cui lo seppe, smise di sapere.
L’ultimo grido di Martin Eden non avrà risonanza alcuna. Sarà la piccola bolla d’aria che scoppierà invisibile sulla superficie di un lontano mare notturno.
Dettagli
Tutte le citazioni sono tratte da Martin Eden, J. London, Mondadori, 2011, Torino.
Photo by Joyce Hankins





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