Nella società del benessere, poiché welfare state questo significa, ci ritroviamo sempre di più a chiederci cosa sia la felicità. Nelle varie fasi storiche dell’espansione dell’homo sapiens sul globo questo sogno fuggevole ha assunto numerose forme, anche antitetiche tra loro: la felicità di un fenicio era diversa da quella di un cartaginese, di un minoico e di un osco, benché la componente materiale fosse preponderante, così come diversa era la felicità per un monaco benedettino, un asceta buddhista, un mercante valdese o un bonzo shintoista.
In ogni epoca, come specie, ci siamo scervellati per distillare la formula per raggiungere la felicità e, come novelli alchimisti, abbiamo spesso confuso tra loro ingredienti simili, ma non uguali. Soddisfazione, gioia, autoefficacia, autostima, eccitazione, limerenza, salute sono state mischiate seguendo ricette via via più complesse e fantasiose per ottenere quel che la pietra filosofale dovrebbe donarci. Non tanto la lunga vita, quanto la felicità nel tempo che ci è stato concesso.

A volte, sorprende l’idea che una persona benestante possa essere infelice.
Ma come, ci si chiede, potresti comprarti l’universo-mondo, soddisfare ogni pretesa, desiderio e capriccio, e hai anche il coraggio di lamentarti? La domanda andrebbe poi a concludersi con un noto proverbio: chi ha il pane non ha i denti e chi ha i denti non ha il pane, signora mia. Che poi, implicitamente, mette sempre chi parla nella posizione di essere lo sfortunato essere dotato di denti (quindi di abilità e ingegno), ma privato del pane (la fortuna, i beni materiali, l’amore?), ma questa è una storia per un altro momento.
Ciò può verificarsi per un motivo piuttosto banale, ovverosia che la felicità, nel suo essere piuttosto indefinibile, enigmatica e anarchica, muta di volto a seconda della persona che la insegue. Sebbene in Occidente stia trionfando un’idea alquanto consumistica della felicità – più guadagni, più possiedi, più sarai in grado di arginare i colpi della sorte e di toglierti molti sfizi – non tutti condividono questa impostazione fordiana. Altri – folli! – sono portati a pensare che non si possa ottenere davvero la felicità basandosi su fattori esterni ed estrinseci all’essere umano, ma che, al contrario, questa ricerca debba basarsi sull’interiorità e su fattori intrinseci. Non la macchina sportiva decappottabile da duecentomila euro, non l’assegno per rinnovare la cucina ogni tre anni e per garantirsi un posto d’onore sulle piste di Cortina, bensì l’accettazione della propria individualità, con i suoi limiti e le sue potenzialità, la ricerca di una pace interiore che tanto collima con una serenità di tipo stoico – la famosa atarassia, l’imperturbabilità del saggio – oppure il ridimensionamento dell’ego all’interno di uno schema cosmico. Per intenderci, chi scrive non reputa che il primo scenario sia migliore del secondo, si tratta solamente di una dovuta e pignola precisazione. Tantopiù che ne sta per aggiungere un terzo.
C’è chi sostiene, ad esempio i discepoli delle tante confessioni buddhiste, che la felicità non vada ricercata né all’interno di sé stessi, né al di fuori dei confini del proprio corpo, bensì nel campo dell’annullamento della coscienza e, soprattutto, dello stesso desiderio di essere felici. Come a dire che chiunque cerchi la felicità è condannato a non trovarla.

La sola cosa che un vecchio come me può fare è di aiutare chiunque abbia bisogno.
[…]
Non si tratta affatto di gentilezza. Aiutando gli altri io aiuto me stesso. Se dovessi dirla in maniera differente sarebbe: ogni infelicità infetta l’aria che respiriamo, perciò minore infelicità circola, meglio è per tutti quanti.

Se l’infelicità fosse un morbo velenoso capace di appestare l’aria che tutti respiriamo?
Saggio sarebbe, in quel caso, occuparsene come ci si preoccupa dei virus e dei batteri. In questa ottica verrebbe vista come una malattia da debellare per non corrompere la comunità. Verrebbe da chiedersi se sia poi possibile ambire a una società priva di infelicità e poi verrebbe anche da rispondersi che no, è sicuramente poco plausibile riuscire nell’intento. Se volessimo, invece, essere eticamente corretti, quale sarebbe il comportamento da tenere?
Lottare contro l’inevitabile, gettare fuori bordo l’acqua da una nave che sta affondando usando un secchiello bucato e, in sintesi, prodigare sé stessi nell’arduo compito di essere gentili laddove la gentilezza non è più una necessità del singolo individuo, bensì un bisogno dell’intera popolazione.
Nella filosofia buddhista, perché definirla religione lascerebbe un retrogusto amaro in bocca, sapiente è colui che riesce a raggiungere l’illuminazione, ovverosia colui che, attraverso la meditazione e l’esperienza sensibile del mondo, riesce a giungere al nirvana, l’annullamento del desiderio. Riuscendo in questa impresa titanica pensata per tutti e destinata a pochi si arriva a comprendere e rispettare la norma o regola, il dharma. Chi, seguendo gli insegnamenti del Buddha e, perché no, sostenuto dai numerosi numi del credo buddhista, ottiene il riconoscimento di maestro, di illuminato, vede aprirsi innanzi a sé due strade: l’interruzione del ciclo della rinascita – poiché il fine ultimo consiste nel cessare di desiderare – oppure la permanenza sulla terra in qualità di bodhisattva, cioè di docente illuminato che rinuncia a tutto pur di condurre altri sulla via del nirvana.
Così, forse, sommando l’autoconsapevolezza, il libero arbitrio e la gentilezza è possibile capire come un “vecchio” possa rendersi uno strumento dell’altrui felicità: insegnandoti a migliorare te stesso, io miglioro me stesso.

“Poh, poh,” disse il vecchio. “Non c’è padrone senza aggressione, né acquisizione senza dolore! Figliolo, permettimi di essere schietto: non avrai pace finché non otterrai ciò che vuole la tua anima.”

Ma come, caro il nostro vecchio, adesso ci rifili questa massima così cruda da digerire? Cosa ne è stato della cortesia e dello spirito di sacrificio? Soprattutto, non avevamo stabilito che la felicità fosse sita nell’assenza di desiderio? Cosa blateriamo adesso di volere dell’anima?
Se la meditazione può affinare l’occhio della mente – mi si perdonerà la profonda anti-scientificità dei termini impiegati – non è pur vero che si deve avere esperienza sensibile della vita per comprendere entrambe le facce della medaglia? Nessuno ha sostenuto che il percorso sarebbe stato breve, né tantomeno agevole. Carità, indulgenza, clemenza e compassione – per citare i valori fondanti di una religione ben nota – non bastano per completare il sentiero della luce. L’esistenza è immensamente più complessa della somma dei buoni sentimenti. Pertanto, si dimostra necessario esperire o assistere alla violenza, all’aggressione e alla spietata lotta per la sopravvivenza, così come si devono praticare la tolleranza e la liberalità.
Tornando al dilemma iniziale, cosa ci sta a fare qui l’anima? Ci ricorda che l’imperfezione e la fallibilità sono dietro l’angolo e che ne dovrà passare di acqua sotto i ponti prima di imparare a mettere tutti i passi uno di fila all’altro. O meglio, che ne dovranno passare di vite sotto il cielo stellato, prima di interrompere il ciclo della reincarnazione. Quando il nirvana sarà a portata di mano, ecco che anche l’anima e il suo volere evaporeranno come rugiada estiva.

L’innocenza non è uno stato di grazia, un uomo innocente non raggiunge mai la santità né la piena conoscenza delle sacre scritture.

Dettagli

Le citazioni sono tratte da Come fu che Tilopa cessò di essere un semplice lettore delle scritture. Fiabe tibetane, a cura di Piero Angelini, Stampa Alternativa, 1994, Terni.  
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12 risposte a “Vite sotto il cielo stellato”

  1. Dna diversi, ambizioni diverse. Dunque la felicità in questo occidente poco interessato alla parsimonia, al benessere dell’anima in favore di piaceri puramente materiali si discosta dalle teorie e pratiche buddiste, anche se va molto di moda tatuarsi simboli che ne richiamano voce. La felicità mia può non combaciare, o essere opposta a quella di un’altra persona in base anche al tessuto famigliare e ambientale in cui si viene educati. Personalmente ho sempre avuto un profilo basso di ambizioni e col tempo non ho mutato tendenza: credo che essere sereni nel proprio spazio di mondo sia già un bel traguardo, purtroppo minato talvolta da aggressioni esterne. In questo caso è già felicità ritrovare il proprio equilibrio interiore messo alla prova. Di certo una ricetta per la felicità non esiste e forse il concetto stesso di felicità è indefinibile (pensiamo ad es a persone agiate che nonostante il denaro posseduto non vincono su un male incurabile)

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    1. Credo che tutto ciò che diventa “moda” rischia costantemente di cadere nel baratro della banalizzazione e, nella maggior parte dei casi, avviene in modo del tutto naturale, senza che un’intelletto perverso ci si sia messo d’impegno. Capita ed è capitato al buddhismo, capita e capiterà ad altri fenomeni culturali (anche se resiste la possibilità di entrare in contatto con questi stessi fenomeni in modi molto diversi e quindi di restituire loro una certa genuinità!)
      Quanto dici è vero, di rado la felicità di una persona può sovrapporsi esattamente a quella di un’altra, sembrano insiemi fatti per non combaciare. Chissà che questo “sforzo” di venirci incontro non sia un ingrediente necessario per trovare la serenità! La prova dei fatti ti dà ragione, una ricetta adatta a tutti pare impensabile (per fortuna?)

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  2. E’ si, alla fine, la felicità non è che un’ombra che inseguiamo e forse, proprio in quel non afferrarla mai davvero, sta il suo unico, amaro, pirandelliano significato.

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    1. Che la nostra sete di felicità sia fatta per non essere saziata? Ne ricaveremmo una sorta di pungolo perpetuo

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      1. Forse è proprio quel pungolo perpetuo che ci tiene vivi. Se la felicità fosse raggiungibile e stabile, non finiremmo per addormentarci nell’appagamento? Forse l’essere umano è progettato per desiderare, non per possedere.
        Eppure il desiderio ha due volti: uno che spinge a creare, a vivere pienamente il presente; e uno che incatena, quando si trasforma in brama o attaccamento. Il problema, non è il desiderare… ma il modo in cui ci leghiamo a ciò che desideriamo.
        Forse la felicità, non sta nel soddisfare il desiderio, né nel negarlo, ma nel danzare con esso senza farsi travolgere. Una presenza leggera, consapevole, nel mezzo del divenire.
        Forse… perchè nulla è certo.

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      2. Il tipo di attaccamento che sviluppiamo nei confronti delle “cose” è spesso ciò che determina almeno il tipo di relazione che con esse avremo all’inizio. Desiderio e possesso sono sicuramente parenti, non è difficile immaginarli come cugini di secondo o terzo grado, ma non credo siano famigliari più stretti. Il primo, per quanto impetuoso, porta con sé una leggerezza che fatico ad attribuire al secondo, ma sarebbe troppo facile stabilire di voler cancellare il concetto di possesso dalla nostra mente, in fin dei conti è poi possibile?
        Che danzare con il desiderio senza essere travolti sia il nostro motto di oggi!

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  3. La felicità non esiste o se la percepiamo è uno stato mentale che il cervello ci fa vivere come assenza di sofferenza , tristezza e altre situazioni che ci disturbano e comunque conta molto il carattere e in gran parte ciò che si desidera veramente e quindi l’ appagamento rende quell’ attimo saturo di ciò che si desiderava ardentemente.Spesso è appagamento nel riuscire a conquistare la persona che si ama o anche riuscire ad avere successo in campo lavorativo, arte, musica ,imprenditoria e via dicendo.Comunque non si può aspirare alla felicità perché sarebbe come l’essere arrivati invece anelare qualcosa in cui si crede e poi si riesce ad ottenere , è molto appagante e quindi credo che si possa fare un distinguo sostanziale.
    Non ho mai cercato la felicità,ma l’ attimo tranquillo.Ciao 🙋🏻

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    1. Qui si torna al celebre “e se l’attesa della felicità fosse essa stessa la felicità”?
      Per quanto ci siamo abituati a sentire questa frase, a volte rischiamo di banalizzarla e di semplificarne troppo le implicazioni. Vivere il momento presente senza sentirsi proiettati nel futuro può essere appagante nell’istante in cui si sta anche costruendo qualcosa per il domani. Meglio non farsi mettere le briglia da qualcosa di tanto sfuggente come la ricerca della felicità!

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  4. L’ attesa della felicità la chiamo speranza e quando la speranza è forte e radicata bene è quel dono che ci dà la vita in attesa di quel meglio che vogliamo che arrivi.
    Nulla è banale, sono percezioni che vivendo si acquisiscono e bisogna essere positivi altrimenti sperare non porta a nulla. ” Carpe Diem “…Si può cogliere solo l’ attimo e accontentarsi senza contorcere ciò che stiamo Grazie per la risposta e la chiarezza con cui ti sei espresso.🙏🏻🫶🏻

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    1. Sono d’accordo, senza speranza è difficile intraprendere lunghi percorsi e, spesso, sono proprio quelli che più vale la pena fare.
      Ma grazie a te per i commenti e la partecipazione, entrambe monete sempre benaccette!

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  5. Ciò che stiamo vivendo…la frase è mozzata … Scusami !

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