La realtà come gioco prospettico.
Quante volte emerge questo tropo all’interno della letteratura, specie se del Novecento? Deve essere stato atroce subire sulla propria pelle questo cambiamento, sentirsi indicare in quanto esseri scissi in una parte consapevole e in una perennemente inconsapevole, essere additati come macchine il cui motore funziona per vie traverse, mai lineari e comprensibili nella loro interezza. Così facendo, anche all’interno delle narrazioni di stampo più classico o tradizionale sono entrate le sirene del relativismo, della psicologia e, perché no, dell’ottica. Come se, di punto in bianco, il mondo avesse deciso di svelarci la nostra comune natura di miopi e astigmatici intermittenti.
Quando mi ero dedicato per un certo tempo a qualche problema reale, sentivo come odore di chiuso, e provavo un forte desiderio di spalancare le finestre e le porte e di lasciarvi entrare il vento dell’immaginazione.
Ci troviamo sempre nelle aule del palazzo della Regina di Saba.
Silvano, che tenta di attraversarle, possiede fin da piccolo un’atavica paura: quella di aver ereditato una sorta di gene dell’infelicità e della disperazione dalla famiglia. È un bambino per certi versi atipico, che non ha bisogno di grandi attenzioni e che, anzi, si dimostra fin da subito emotivamente autonomo e in grado di distanziarsi dalle uniche due figure esemplari della sua vita. A onor del vero, queste figure sarebbero tre, ma già questa aggiunta a posteriori traccia quel che sarà il destino del discorso.
Il terzo incomodo è il padre di Silvano, un personaggio che, durante tutto il corso del romanzo, non apparirà mai direttamente in scena. Verrà sì evocato, con una certa continuità, dal figlio durante la fanciullezza e l’adolescenza, ma sotto forma di mito, di idea e di personaggio simil-letterario. Quest’uomo, di cui tanto si suppone e nulla si conosce, ha lasciato dietro di sé sparuti indizi. Qualche lacera foto che lo ritrae assieme a una donna bella e sorridente, ma diversa dalla madre di Silvano, un baule di libri, in particolare di opere teatrali, e i trofei di caccia malamente imbalsamati da qualche dilettante di Ligolais. Ciò basta a Silvano per scovare tra queste briciole la trama di un insegnamento sfilacciato che, egli suppone, gli sia stato lasciato in eredità dal genitore scomparso.
La chiave di volta di una vita ben congegnata non è insita nella realtà, bensì nella capacità di reinventarla attraverso la fantasia. Ecco perché l’uomo prediligeva il teatro, somma arte della trasfigurazione, con i suoi artifici e le sue bellezze temporanee e sublimi.
Proprio a causa dell’inconsistenza di Regina e Corinna, madre e sorella di Silvano, egli è costretto a scegliere di tre vie quella a lui più confacente. Durante lo sbocciare del pensiero astratto e razionale ecco già insito nella sua mente il seme dell’evasione fantastica.
Forse la valle stava per essere attraversata da un corteo epifanico, con ragazze vestite da feudatarie, cavalli bardati e palafrenieri in ricchi costumi medioevali. […] Mi pareva di aver quasi diritto a quello spettacolo, perché l’indomani sarebbe stato il mio compleanno e nessuno se ne sarebbe ricordato.
Silvano è cresciuto in una famiglia povera, in una delle poche case di Ligolais in cui la corrente elettrica è assente. Non è questo un focolare domestico che prevede intense dimostrazioni di affetto reciproco. Le stanze non vengono addobbate per le ricorrenze festive, il Natale, l’Epifania e la Pasqua sorvolano l’abitazione come streghe indignate, e gli stessi compleanni non vengono celebrati e vezzeggiati. Silvano, che di Isabella amerà anche l’estrosa capacità di rendere ogni evento un’occasione per festeggiare, non cresce con l’idea che queste manifestazioni siano inutili o negative, bensì con il chiodo fisso che gli siano in qualche modo precluse per un tiro mancino del fato. Ed è così che ogni evento fuori dall’ordinario diventa capace di sprigionare tutte quelle forze del folclore locale e dell’immaginazione che comunemente sono costrette nelle maglie dell’ordinarietà, di quel grigiore che caratterizza le periferie più appartate e la loro secolare povertà.
Un incendio non è necessariamente un evento tragico. La morte di un membro della comunità può essere la scusa per organizzare un corteo e accogliere gli spiriti che tanto sono cari alle superstizioni popolari e rurali. Un bambino che è stato privato anche della festa più immediata, la ricorrenza della sua nascita, ambisce, esige, comanda la realtà affinché egli venga risarcito del danno subito. Non importa che qualcuno si ricordi di lui nello specifico, purché qualcosa – qualunque cosa! – possa permettergli di fingere di essere al centro della scena, di essere l’attore principale di questa recita sconnessa chiamata esistenza.
Forse, ad ascoltare bene, si sarebbe potuto sentire anche il segnale di una nave soccorritrice, sarebbe venuto un altro “visitatore della sera”, come tanti anni prima era capitata Isabella…
Silvano attende l’epifania che tutto squarci, l’agnizione di un fatto sconvolgente, definitivo, addirittura apocalittico o catartico. Attende la svolta che pur dovrà affrontare sul percorso dell’eroe, la rottura dell’equilibrio, la chance di cogliere, come insegnano i film, quell’occasione che può ribaltare la sorte. Benché abiti in montagna, per lui è plausibile che sia il fischio di una nave soccorritrice a venirgli in aiuto, del resto la fantasia non ha armi smussate come la realtà. Nel suo orizzonte d’attesa si staglia la figura che più di tutte lo ha fatto sentire vivo, Isabella, la visitatrice della sera, la fata Titania.
Come condurre la propria vita in mancanza di questi stimoli necessari? A quale appiglio tenersi saldamente per continuare a resistere in quella che appare come una lunga guerra di logoramento?
Silvano vorrebbe aggrapparsi alla cima dell’albero maestro per sfuggire alle sferzate della burrasca, ma non si accorge che il galeone è fermo, stagnante nella bonaccia.
Ognuno, nel complesso sterminato delle parvenze e degli scenari, si sceglieva il proprio angolo e lo chiamava realtà.
E se crescere volesse dire appropriarsi della sicurezza di poter affermare: è tutto un gioco di cui plasmiamo ruoli e obbiettivi?
Silvano non sa che direzione imprimere alla propria vita. Finiti gli studi si iscrive all’università, pur non completandola. Certo, la passione e la propensione per le lingue e la letteratura lo portano a diventare un traduttore, ma questa professione non lo definisce, anzi, è la stampella malconcia che gli consente di non inciampare nei viluppi della società. Per quasi due decenni interi trascina il suo essere in avanti, senza avere cognizione di una meta possibile.
L’ultimo incontro stabilito dal destino con Isabella gli donerà nuova linfa e l’energia necessaria per riprendere a vivere, ma il loro rapporto nasce nel segno di un trucco di magia disperato e fiabesco: si sposano nell’appartamento di lei, soli, addobbando la casa con tutte le cianfrusaglie a disposizione. Poco importa che nessuna autorità registri la loro unione, poco importa che ciò avvenga nel giorno stesso del loro riavvicinamento fortuito. Il destino stesso non sempre sembra ben comprendere le rotte sulle quali instrada i suoi piccoli pedoni.
La coppia finalmente unita vive in una Trieste che assume i connotati di un paese dei balocchi. La loro comunità d’appartenenza è fatta di reclusi, esiliati, disadattati, tutti individui colti e rispettabili cui la Storia ha riservato i posti peggiori in sala. Il portinaio-pittore fuggito da un pogrom in Polonia, il vecchio generale asburgico caduto in disgrazia con la fine della Prima guerra mondiale, la patriota del Laos che cerca di sfuggire ai colonialisti francesi, il giovane ebreo dalle spiccate doti intellettuali ma incapace di gestire il proprio talento, tutti vanno a occupare il loro posto dell’album delle figurine della vita di Silvano, che di scontato e di plausibile sembra avere ben poco.
L’equilibrio che si viene a creare è tanto bizzarro e solido che suscita il dubbio che non sia altro che l’ennesimo sogno a occhi aperti del protagonista. Tuttavia, l’armonia è reale, stabile, e solo l’approssimarsi delle follie delle leggi razziali e del nuovo conflitto mondiale saranno in grado di lacerare quanto di meglio questi fuoricasta erano riusciti a tessere.
Anche in questo era sempre il senso del gioco a dominarla. Avevo l’impressione che vivesse dentro una aggrovigliata fantasticheria, dalla quale non riusciva più a venir fuori per stare normalmente assieme agli altri, che fosse scivolata giù pei sentieri sdrucciolevoli di una malinconica fiaba.
Chissà se Silvano, cacciatore di epifanie e visitatori della sera, avrebbe potuto impedire che la sua lucciola andasse a spegnersi in un luogo sconosciuto e inaccessibile.
Dettagli
Tutte le citazioni sono tratte da Regina di Saba, C. Sgorlon, Mondadori, 1975.
Photo by Kevin Wang





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