È rinfrescante lo sguardo incantato di un’autrice in grado di regalare scorci di mare nel deserto.
Fausta Cialente, una grandissima scrittrice attualmente ignorata dalle linee editoriali delle librerie di grido, possedeva la rara abilità di descrivere un mondo a lei noto, quello della borghesia della prima metà del Novecento, con un’elegante competenza e una capacità di critica e sintesi dal gusto pittorico impareggiabile.
Il realismo magico, ossia quella corrente letteraria che unisce due termini che possono sembrare contrari, non è fiorito esclusivamente nell’esotica e lontana America Latina. Non solo Marquez, Allende, Borges, alcune pagine di Sepulveda e Neruda hanno arricchito questo genere difficile da maneggiare, tra i pochi ad avere il compito di rappresentare appunto una realtà condita di intarsi non sovrannaturali, ma fiabeschi di quella leggera magia di cui si può avere una diretta esperienza nella quotidianità.
Marianna è un racconto scritto da Cialente negli anni di permanenza a Il Cairo e successivamente inserito, assieme alla sua produzione novellistica levantina, all’interno del volume Interno con figure. Non solo nella misura lunga del romanzo, come in Natalia o in Cortile a Cleopatra, ha ella dimostrato la vastità dei colori della sua tavolozza, ma anche nelle forme più brevi di quelle che un tempo venivano definite novelle – quasi ad assicurarsi che fossero buone notizie.
Marianna è una bambina che cresce in un caseggiato abitato da vari membri della sua famiglia. Benché sia orfana, è circondata dagli zii e dai cugini che le consentono, come prima accadeva spesso, di non finire per strada o sotto i proverbiali ponti. È tra i membri più giovani di questa comunità nella comunità e a far da sfondo alla vicenda c’è l’immancabile ambiente levantino di un Egitto a volte immaginato e a volte reale.
La ragazzina è di indole buona, servizievole e caritatevole. Nonostante la giovane età, vuole apprendere i segreti degli adulti per governare una casa dagli inquilini così numerosi e vuole esercitare le sue qualità naturali – di cui è fornita in modo più che generoso – per rendere più sereno a tutti il soggiorno. Per questo, i membri più anziani stravedono per lei e la tengono da conto in quanto persona affidabile, matura e responsabile. Per di più, per seguire un istintuale decoro che la contraddistingue, Marianna, fin dalla tenera età, ha l’abitudine di vestire in modo sobrio, ma puntuale, di presentarsi sempre pulita e rassettata, di misurare il proprio linguaggio e di non lasciarsi andare a giochi e avventure sfrenate. Senza che nessuno le abbia affidato il pesante compito di diventare la bussola morale del caseggiato, ella ci si destreggia come un pesce che nuota nel mare.
Eppure, tanta sincerità, tanta igiene a tutto tondo e tanta responsabile rettitudine non fanno altro che inasprire fin dalle origini il suo rapporto con i cugini coetanei. Ebbene sì, Marianna non è buona, bensì troppo buona, non è matura, ma nemica. Nell’età degli eccessi e della sperimentazione, quando si è bambini, poi fanciulli e infine adolescenti, questa conformità alle regole risulta non solo stucchevole, quanto traditrice e infida. Il codice invisibile dei giovani comanda l’eccentricità e l’incoscienza, non la cautela e l’accondiscendenza.
Marianna cresce nella derisione dei suoi coetanei, i quali non risparmiano mai i commenti maligni nei suoi confronti. I loro sono attacchi dovuti a un’incompatibilità vissuta sulla pelle, a un’impossibilità di comunicare davvero. Si sentono, a causa delle evidenti qualità della cugina, esseri inferiori, da meno, in un certo senso sbagliati.
E noi, Dio ci perdoni, come avremmo potuto amarla? Noi eravamo per sua colpa neri come la pece: pigri, bugiardi, mal lavati, disonesti. Noi eravamo come tutti gli altri, a dire il vero, né peggio né meglio. Era lei a scoprire e illuminare la nostra mediocrità, lei, così accesa e rutilante, sempre.
E se Marianna costituisce il modello in positivo del mondo degli adulti, come avrebbero potuto, loro, essere altro se non mascalzoni? Tuttavia, sono anche consapevoli di essere né peggio né meglio di tutti gli altri. Sono, in sostanza, mediocri e ciò rappresenta al contempo una rassicurazione e una sconfitta bruciante.
L’evento che precipita i rapporti tra Marianna e i cugini riguarda una zia molto amata in casa. Melisenda è una donna ancora giovane, accasatasi con un marito violento e madre di un bambino ancora piccolo. I cugini, ammirati dalla sua bellezza e gentilezza, le ronzano attorno desiderosi di carezze e affetto. Idolatrano questa figura che del femminile simboleggia le virtù più alte – ai loro occhi. Nel caseggiato si diffonde una notizia: Melisenda, stanca dei soprusi del marito, ha intrecciato una relazione con un amante. Se gli adulti e gli anziani ne parlano con sospetto e disgusto, la banda dei più giovani reputa anzi che questa sia una notizia favolosa, in grado di donare di nuovo il sorriso alla loro zia preferita.
Nulla, sulle prime, sembra cambiare. Poi, una sera, Melisenda decide di compiere il grande passo. Prepara la sua valigia, si copre con un lungo scialle per non essere riconosciuta e, dopo aver salutato per un’ultima volta il figlio al letto con la febbre, si decide a lasciarsi alle spalle la sua vecchia vita. Senonché, sulla soglia di casa, chi incontra? Marianna, la casta e pura Marianna, che, svegliata dal pianto del bambino ammalato, le si avvicina chiedendole di occuparsene. Non c’è malizia nella giovane – e non potrebbe essercene. Non ha, con tutta probabilità, inteso quanto stia succedendo. Per lei è del tutto naturale portare il bambino febbricitante verso le cure amorevoli della madre. Melisenda, colta nel momento della massima determinazione, scioglie i suoi propositi e asseconda la richiesta di Marianna condannandosi a una maggior sorveglianza da parte dei congiunti che la porterà a smettere di bere e mangiare destinandosi alla morte per inedia.
Questo, per la banda dei cugini, è la goccia che fa traboccare il vaso. Che Marianna sia, come sempre, innocente non è importante. La conseguenza della sua azione sovrasta le sua intenzione. Loro riusciranno a mettere le mani sulle lettere che Melisenda e il suo amante si scambiavano per distruggerle prima che altri potessero scoprirle, ma le numerose piccole malefatte usciranno allo scoperto e ciò porterà al loro inserimento in un collegio lontano da casa.
Chi rimarrà, sola, ad abitarla? L’unica ad aver detto la verità fin da subito, Marianna.
E il ricordo dei nostri antichi sospetti […] della nostra infantile, maliziosa chiaroveggenza non bastava ad addolcire l’amara conclusione di una favola le cui impossibili testimonianze si erano per sempre diluite nel tempo.
Il tempo passa, tutti crescono. Alla spicciolata, i cugini terminano il percorso al collegio e tornano a casa. Lì, Marianna, è ormai diventata la padrona di ogni chiave e di ogni anfratto, è riverita dalla servitù e dai camerieri, è portata sul palmo della mano per le sue doti da risparmiatrice e amministratrice.
Solo che, proprio questa evoluzione dello stato delle cose, così scontata e prevedibile!, convince i cugini che è arrivato il momento di sbarazzarsi di lei. Le sue economie sono vissute come privazioni, la sua attenzione al decoro e alla pulizia come chimere superate e reazionarie. In poche parole, forti del loro numero e della mancanza di vigore delle vecchie generazioni, cacciano Marianna di casa sotto gli occhi attoniti di una servitù che pendeva dalle sue labbra.
Le lancette dell’orologio continuano a volteggiare impetuose e anche per i giovani della banda è arrivato il momento di mettere la testa al suo posto, di diventare adulti ed essere più responsabili. Molti di loro sono padri e madri e soffrono con il sorriso la contraddizione di vietare ai propri discendenti quel che un tempo volevano fosse concesso loro dai predecessori. Sono diventati quel che temevano e che ambivano: borghesi rispettabili, compunti, dignitosi e consci dei limiti della loro classe sociale.
Uno di loro, l’unico ad aver proseguito con la vita da avventuriero, proprio quell’Ugolino figlio di Melisenda, porta nel caseggiato, dopo uno dei numerosi viaggi, una notizia sorprendente. Che tutti lo seguano una sera, afferma, non vuole rovinare la sorpresa a nessuno.
Così, l’antica banda si riunisce, lasciando a casa pargoli e consorti, per seguire il misterioso accenno di Ugolino. Ebbene, la tappa finale è una taverna dai locali pieni di fumo, le bottiglie di liquore che scintillano alle pareti e uomini e donne vestiti alla moda – per certi versi svestiti alla moda – che si intrattengono con le band di musica jazz e le danze di procaci e splendide ballerine.
E mentre fanno quadrato a causa del disagio, loro che adesso si sentono fuori posto, troppo decorosi per quei divertimenti sfrenati, chi appare in un tumulto di mani che battono, di acclamazioni e di sguardi di adorazione?
Marianna, la ballerina più ambita e rispettata di tutto il varietà, che accoglie con sapiente cortesia e insostituibile grazia le ovazioni e i tributi che le vengono dedicati con passione.
Lei, ancora innocente con la schiena nuda.
Dettagli
Photo by Liel Anapolsky
Tutte le citazioni sono tratte da Marianna, in Interno con figure, F. Cialente, Editori Riuniti, Roma, 1976.





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