Con L’animale da allevamento (1958), il premio Nobel per la letteratura Kenzaburo Oe, vinse il prestigioso Premio Akutagawa confermandosi uno dei più importanti scrittori giapponesi del secondo dopoguerra.

La vicenda di questo racconto lungo è ambientata in un villaggio rurale del Giappone, durante la Seconda guerra mondiale. Il protagonista, un bambino di cui non viene menzionato il nome proprio ma che, come gli altri piccoli abitanti del villaggio, viene appellato con il soprannome di Rana, è il figlio del responsabile del magazzino comunitario e passa le sue giornate tra la scuola e un fiero e avventuroso bighellonare in compagnia del fratellino più piccolo e dell’amico Labbroleporino.
Durante la fine della primavera, proprio quando un disastro ambientale minaccia di interrompere gli scambi tra il villaggio e la città più vicina, un aereo nemico sorvola le teste degli abitanti del luogo. Rana, assieme a tutti i bambini, è incuriosito dall’evento. Del resto, la loro è un’esistenza condotta basandosi su piccole conquiste quotidiane: anche avere abbastanza cibo in tavola durante la cena è considerato un evento propizio e non scontato. L’apparizione del velivolo stimola la fantasia dei più piccoli che, in preda all’eccitazione, non riescono a dormire durante quella stessa notte.
Prima che l’alba faccia tirare un gran sospiro agli adulti, la rinascita del sole significa tout court l’inizio di una nuova ed estenuante giornata di lavoro, un rombo metallico e assordante stupisce la quiete del villaggio. L’aereo è precipitato e c’è un sopravvissuto: si tratta di un soldato statunitense di colore.
L’arrivo di questo individuo dalle fattezze così singolari porta la curiosità dei bambini alle stelle, ma la rigida divisione dei compiti e dell’autorità all’interno del villaggio vieta loro ogni contatto con il prigioniero. Con il passare dei giorni, complice il silenzio della prefettura cittadina che non sa come gestire la situazione, le condizioni di vita del prigioniero migliorano. Se inizialmente era legato con una catena all’altezza delle caviglie e per urinare e defecare doveva utilizzare una piccola botte vicino alla quale dormiva, successivamente, grazie alle costanti attenzioni dedicategli dai bambini, anche gli adulti si abituano a considerare quel grande uomo venuto da oltreoceano come una sorta di bue da fattoria, un animale sì forte, muscoloso e potenzialmente pericoloso, ma domato e addomesticato e, in quanto tale, innocuo.

Per noi il soldato negro era come un raro e splendido animale domestico, un animale di talento. Come posso esprimere il bene che gli volevamo, il sole che brillava sulla nostra pelle bagnata e pesante in quel lontano pomeriggio di estate, l’ombra spessa sull’acciottolato, l’odore dei bambini e del soldato negro, le grida di gioia, il senso di appagamento, il ritmo di tutto questo?

Tra Rana e il soldato si viene così a creare un rapporto di istintiva amicizia. I due non sanno come comprendersi l’un l’altro, i loro idiomi sono troppo distanti e non avrebbero terreni in comune dai quali cominciare la lunga marcia. Eppure, a gesti e attraverso sguardi significativi, riescono, pur nell’imbarazzo di Rana e nell’iniziale bovina rassegnazione del soldato, a instaurare un legame fondato sul reciproco interesse. Per questo, nonostante la paura e il timore che il soldato possa aggredirlo, Rana, guardando la condizione pietosa delle caviglie dell’uomo, decide di liberarlo e di consentirgli di muoversi all’interno del magazzino adibito a cella del prigioniero. Sempre per virtù naturale, i cambiamenti si avvicendano e assecondano gli uni con gli altri e in pochi giorni al soldato viene concesso non solo di passeggiare per le vie del paese, ma anche di farlo senza dover essere necessariamente scortato e tenuto sotto stretta osservazione. Rana, ne è consapevole pur essendo molto giovane, sa che questa situazione è anomala, il frutto imprevisto di una condizione storica caratterizzata dalla confusione e dall’incertezza. Proprio per questo motivo, tutti, specie i bambini, temono di continuo che giunga nel villaggio l’emissario della prefettura per stabilire una volta per tutte il destino dell’uomo. La società giapponese, ancor più di molte altre sparse per il globo, è imperniata sul rispetto dello status quo e dell’autorità costituita. Benché chiunque, nel paese, abbia smesso di temere il soldato, nessuno esiterebbe a ucciderlo se questi fossero gli ordini dall’alto.
Agli occhi di Rana la logica sottesa in questo atteggiamento remissivo nei confronti dello stato è comprensibile, non ha gli strumenti mentali per potersene affrancare e, con tutta probabilità, non lo farebbe comunque pur se li possedesse. Eppure, è come se nello spartito dell’orchestra, di tanto in tanto, delle note saltassero impedendogli di scacciare l’irrequietezza che lo ha conquistato dal giorno in cui l’uomo è apparso nella sua vita.
Il culmine della relazione che si instaura tra il soldato e il villaggio viene raggiunto nel momento in cui tutti i bambini decidono di portarlo alla sorgente d’acqua per lavarsi assieme. In Giappone, l’igiene personale ricopre un ruolo molto più importante di quanto si potrebbe pensare: non si tratta solo di una questione di salute e di utilità pubblica, bensì si carica di significati simbolici, culturali e civili. Consentire e accettare l’idea che dei giapponesi si lavino assieme all’uomo di colore significa, in un’ottica che considera il razzismo una realtà biologica, consentire allo stesso di purificarsi e di entrare a far parte, pur se da subalterno, della comunità. Anzi, sottilmente e sapientemente, l’autore traccia l’assurdità del razzismo grazie a un pensiero di Rana che pare estemporaneo: perché non era ancora venuto in mente a nessuno di portarlo a lavarsi? In ciò, il bambino dimostra di aver compreso la natura umana che li accomuna, nonostante le differenze somatiche.

Quando ci sedemmo accanto a lui e ci guardò, i suoi grossi denti gialli si scoprirono e le sue guance si distesero, e noi scoprimmo con sorpresa che anche il soldato negro sapeva ridere. Capimmo allora che eravamo legati a lui da un vincolo inaspettato, profondo e saldo, quasi “umano”.

Il secondo elemento che consente all’uomo di entrare a pieno diritto nel grande gruppo degli umani è la risata. Nonostante non conosca il suo destino e non possa fare previsioni in merito, del resto si è ritrovato catapultato in un mondo del tutto sconosciuto, dal momento in cui la sua caviglia viene liberata dai bambini, non perde l’occasione di mostrare la sua possente dentatura e di ridere anche delle più piccole inezie. Inoltre, sarà egli stesso a riparare la catena che lo teneva prigioniero nel magazzino, non in senso metaforico ma squisitamente letterale.
Tuttavia, il momento temuto da tutti i bambini giunge. Il capo-villaggio e gli adulti si riunisco con l’emissario e stabiliscono il da farsi. Il comando è semplice e perentorio: bisogna che qualcuno scorti il prigioniero nella prefettura della città. Rana, che ha origliato la conversazione, sa bene che significa che dovrà dire addio alle esperienze di questa inaspettata estate. Qualcosa, però, continua a non quadrare. La logica degli adulti non lo ha ancora permeato completamente. Sa bene che non deve far altro che farsi da parte e lasciare che gli eventi prendano il loro corso. Ciononostante, spinto dall’urgenza di avvertire quello che ormai può considerare un amico – benché, attenzione, nel racconto non venga mai specificato da nessuno, né mai viene utilizzata quella parola – corre dal soldato per impedire che il comando venga rispettato.
Lo statunitense, percepita l’ansia attanagliante del piccolo giapponese, capisce la situazione e compie la sua scelta. Prende il piccolo come ostaggio nell’attesa che giungano gli adulti. A nulla valgono le loro minacce e le loro imprecazioni, Rana rimane nella stretta soffocante del soldato che più volte rischia di fargli perdere i sensi.
Il bambino, attraverso la caligine che lo circonda, non può che provare un profondissimo sdegno per tutti gli attori della scena. Disprezza il tradimento del soldato e si vergogna della sua fiducia malriposta, della sua acerba lealtà calpestata, ma disprezza parimenti il crocchio degli adulti, tra i quali suo padre, perché sono disposti a passare sul suo giovane cadavere pur di portare a termine la missione.
Il silenzio viene rotto da un colpo d’ascia: il padre di Rana, avvicinatosi ai due con l’arma in pugno, cerca di colpire la testa del soldato. Egli, per difendersi, trascina Rana verso il suo volto e la mano del bambino si ritrova sulla traiettoria dell’attacco. Il finale è scritto nel sangue: della mano rimane poco, della vita dell’uomo di colore niente.

Dettagli

Tutte le citazioni sono tratte da L’animale da allevamento, Kenzaburo Oe, Il Sole 24 Ore, 2012
Photo by Bibi Zuhra

2 risposte a “Acerba lealtà calpestata”

  1. Ho letto molte cose di Kenzaburo Oe ma non conoscevo questo racconto!

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    1. Ho avuto la fortuna di trovare questa piccola edizione in un mercatino dell’usato, non ne avevo mai sentito parlare prima neanche io!

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