La fine dei tempi è stata profetizzata numerose volte da individui d’ogni tipo e in ogni epoca.
Sacerdoti e scribi, sciamani e taumaturghi, frati e indovini, salumieri e netturbini, avvocati e giudici di pace hanno arricchito questo argomento tanto da renderlo un capitolo a parte della storia dell’homo sapiens sul pianeta Terra. Così come l’essere umano è attratto dall’origine di tutte le cose, sarebbe sorprendente scoprire che un capibara si domandi cosa siano il Big Bang o la teoria del Grande Balzo, è parimenti attratto dal suo opposto, ovvero la fine dei tempi.
Gli interpreti della storia, storici e cartomanti allo stesso modo, benché con strumenti e intenzioni diverse, hanno a lungo seguito la scia degli indizi dei propri antenati e del mondo naturale, quasi che il futuro non sia altro che una narrazione già scritta che ancora fatichiamo a scorgere nitidamente.
Secondo questo punto di vista siamo una specie piuttosto sciagurata: gli astigmatici lettori del fato.
Tuttavia, non serve toccare ferro o strofinare la punta di tanti cornetti di peperoncino, hanno sempre tutti fallito nelle loro previsioni e prova ne sia il fatto che un uomo qualunque è qui a vergare queste parole ininfluenti. Rimane innegabile e inevitabile ragionare sul tema della fine, soprattutto in un periodo storico caratterizzato, come tanti altri, da guerre, carestie e stravolgimenti climatici.
La cosa più importante era creare posti di lavoro, aprire nuovi cantieri, inventare cose da produrre, e così la ricchezza sarebbe stata per tutti. Essa era come un oceano vastissimo, e avrebbe sfiorato ognuno con il tepore piacevole delle sue acque.
Francesco è un uomo meridionale, precisamente un siciliano, cresciuto con la madre Assuntina in un paese ai piedi dell’Etna. È il figlio illegittimo di un influente nobile locale, il duca Gregorio Dayala, discendente decaduto di un’illustre famiglia che trova le sue origini blasonate all’interno delle ruberie e scorribande dei conquistadores del Cinquecento. Tale era il primo Dayala, a prestar fede a una cronaca dei secoli andati.
Francesco cresce in un ambiente arretrato e contadino. Il mondo arcaico dell’entroterra siciliano lo affascina, ma al contempo lo respinge. Dopo aver trascorso l’infanzia e la fanciullezza con le narici inebriate dall’odore delle arance e del bergamotto, decide di proseguire gli studi, di diplomarsi e di ottenere una laurea. Il suo sogno, coltivato fin da picciriddu, è quello di diventare un architetto, ma a questo progetto si oppone con fermezza il suo unico mecenate, quello stesso Gregorio Dayala che non vuole sposare Assuntina per un divieto materno e che a lungo non permetterà a Francesco di ereditare il suo cognome.
Il percorso universitario di Francesco è presto stabilito: giurisprudenza. Del resto, la storia è testimone della nobile tradizione in questo campo degli abitanti dell’antica Trinacria.
Francesco, però, matura una decisione che cambierà per sempre la sua vita. Come molti attorno a lui decide di risalire la penisola italiana alla ricerca di un posto di lavoro nelle ricche regioni settentrionali. Da questo momento in poi, a metà dei vent’anni, il centro della sua esistenza diventa il Veneto.
Il primo lavoro di Francesco è quello di insegnante di diritto alle scuole superiori. L’attività, in sé, non lo rattrista, tanto più che inizia a riscuotere un certo successo con i colleghi e gli studenti. Il riservato e misterioso meridionale attira l’attenzione di più di un notabile della città e ciò non passa inosservato al protagonista. Cosa manca nella sua professione attuale?, si chiede.
La possibilità di fare carriera. Di arricchirsi. Di ergersi sopra la mediocrità indistinta di cui è popolata la mente di molti personaggi ambiziosi. Francesco, lo si capisce nel corso di tutto il libro, è un uomo scisso da correnti opposte. È un membro del popolo e per esso parteggia ideologicamente, ma le sue aspettative sono quelle di un alto borghese. È un dannunziano recidivo perché possiede una volontà di potenza traviata che in più occasioni lo porta a perdere quanto di più genuino ha da offrire la vita, ma è anche un personaggio squisitamente pirandelliano, minato da turbe e superstizioni profonde, e verghiano, nell’amore per la roba in pieno stile Mazzarò.
Tuttavia, il fatto che il socialismo fosse tanto cambiato, e diventato quasi irriconoscibile, gli creava nel fondo disagio e malinconia. Era come se una grande illusione, di livello mondiale, si fosse dissolta. E si sentiva come derubato di una parte della sua gioventù.
Associandosi all’azienda di uno zio della moglie Giuditta, esponente di quei notabili veneti metà cattolici e metà ebrei, altri figli di enigmatiche contraddizioni, Francesco entra nel mondo dell’edilizia e qui sguazza come se nella vita non avesse fatto altro. La sua antica passione risorge dalle ceneri come l’araba fenice ed ecco che, come scritto nella premessa, il suo astro nascente di signore del cemento lo eleva allo status di ricchissimo gentiluomo borghese. Tutto, ai suoi occhi, sembra spingere in quella direzione. La società del benessere si fonda sul concetto di progresso, di quello stesso progresso in cui crede in quanto socialista. Se esiste più merce in circolazione, se esistono più case moderne da abitare, ecco fatti gli interessi della classe lavoratrice. Un maggior numero di beni in circolo non può fare altro che abbattere i prezzi e consentire a tutti di godere dei vantaggi della modernità, non è vero? È quindi questa la vera faccia benevola del progresso, di quella chimera positivista nata alla fine dell’Ottocento e deflagrata in una filosofia del troppo.
Francesco sta al gioco. Partecipa al valzer della corruzione grazie alle sue amicizie politiche. Sfrutta le superstizioni e i pregiudizi avvalendosi delle oscure capacità di un suo conterraneo che lo tratta come un padrino. Si circonda di lussi e si gingilla nel bisogno di dominio che trova appagamento ogni volta che fa devastare un vecchio casolare con il simbolo dei tempi che avanzano: le metalliche e implacabili ruspe e gru.
È sempre più benestante e influente. Si occupa dei maggiori lavori pubblici e privati della regione e della nazione. Ha una casa splendida, una moglie di ottima famiglia, colta e sempre dalla sua parte, ed è all’apice del successo. Sì, è vero, i suoi due figli, benché intelligenti, sono molto diversi da lui, anzi, in più occasioni gli si sono dimostrati apertamente ostili, specie quando entra in casa nei panni di Sisto Quinto il costruttore e non come Francesco Falconara, il padre.
Cosa lo angustia, quindi? Un rigurgito nostalgico del mondo arcaico che tanto sostiene di disprezzare?
Francesco non volle dire di più, però a lui risparmiare pareva un indizio di costume arcaico, una cosa sbiadita e malinconica, un segnale di mente non dinamica e moderna, ma chiusa, prodotta dal mondo contadino.
Rispettare i comandamenti dello spirito del tempo è necessario per non impazzire.
Francesco, senza rendersene conto, è vittima di una fomo ante litteram, di quella fear of missing out che porta noi contemporanei a temere di rimanere indietro di fronte al susseguirsi di notizie sempre più incalzanti.
Sa di provare un profondo disagio a causa degli stravolgimenti di cui egli stesso è emblema e primo artefice, sa che i suoi figli e Giuditta hanno ragione nel sostenere che si sta superando un limite nebuloso ma purtuttavia invalicabile. Eppure, accettarlo vorrebbe dire rinnegare sé stessi. Distruggere quel che fino a quel momento è stato costruito. Come può, un costruttore nell’intimo, disfare l’opera sua?
Ecco che il risparmio e la parsimonia diventano contro-valori, un retaggio contadino e un pantano storico da abbattere. Ecco che la velocità, l’intraprendenza, il rifiuto dei tabù, il proibito proibire di Leopoldo Marin, Ministro dei Lavori Pubblici e gaudente all’inverosimile, diventano l’etica dominante, il nuovo dio della maggioranza democratica postbellica.
Chi non corre, non può che rimanere indietro ed essere dimenticato. Francesco, in fondo, ha solo paura di essere lasciato sul ciglio della strada come un ferro vecchio. Comprensibile, umano.
La “ectopirosis”, cui accennava tanto spesso, sfiorava e anzi coinvolgeva anche lei, l’”Henrietta”, e dunque rientrava nel destino della “palingenesi”, della “grande rigenerazione”.
Giunge il tempo in cui le sirene del progresso non possono più ammaliare l’anziano e stanco Francesco. A rigor di logica dovrebbe essere ancora vigoroso, è un sessantenne che si tiene in forma, eppure il suo spirito è fiaccato dai numerosi rovelli che ormai lo accompagnano da decenni. È passato dalla parte dei Verdi, dei figli e di coloro che lamentano l’eccessiva abbondanza che appesta ogni luogo. Ma come fare? Come convincere le persone ad abbandonare i privilegi e le comodità acquisite? Soprattutto, sarebbe giusto farlo? È poi vero che nella povertà e negli stenti esistano delle forme superiori di convivenza? Cosa stanno facendo, tutti loro, in quanto umanità? Davvero la ricetta per la felicità consiste nell’elevare casermoni di cemento fino a coprire il sole, ma garantendo l’acqua corrente a chi prima utilizzava il pozzo? Sventrare ettari ed ettari di natura per consentire il passaggio di autostrade e nuove rotaie è forse il prezzo da pagare per muoversi in modo più agevole ed avere l’occasione di esplorare il pianeta?
Il secondogenito di Francesco ha un’idea peculiare al riguardo. Si tratta dell’antica concezione stoica dell’ecpirosi, del Grande Fuoco che cancellerà le impurità del cosmo creando il terreno fertile per una nuova e grande rinascita. E cosa dovrebbe bruciare, secondo Luciano, che porta la lux della fiamma nel nome di battesimo?
Tutto, ovviamente. Il Grande Fuoco è solo un altro termine per indicare il Giorno del Giudizio, la fine dei tempi. Tutto, ma a partire dall’Henrietta, la nave che in un romanzo di Jules Verne viene distrutta dall’interno dai marinai pur di alimentare il suo stesso motore e arrivare prima a destinazione.
Questo ci comunica Sgorlon, per bocca di Luciano. Stiamo bruciando parti intere del nostro ecosistema solo per abbreviarne la vita.
È giusto, è sbagliato?
Difficile dare una risposta universale, facile è darne una dal punto di vista degli esseri umani.
Quel che resta è un piccolo incendio, preludio di quell’ecpirosi definitiva. Perché, in conclusione, Daniele appicca il fuoco nel cuore simbolico della corruzione, il castello che l’onorevole Leopoldo Martin è costretto ad abbandonare a causa dei numerosi reati di cui si è macchiato.
Francesco sa che il figlio è nell’abitazione. Vorrebbe entrare, cercarlo. Salvarlo, se possibile. Ma molte mani lo bloccano, chi gli è vicino lo ostacola. Sente le sirene dei vigili del fuoco diffondere il loro lamento. Nell’ultima scena, nonostante sia un uomo proattivo ed energico, non può che aspettare il loro arrivo.
Fu che le stelle erano scomparse lentamente, come la sua antica passione di socialista.
Dettagli
Photo by Yogendra Singh
Tutte le citazioni sono tratte da Il costruttore, C. Sgorlon, Mondadori, Torino, 1996.





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