L’importanza di narrare
Alcuni tratti peculiari sembrano accomunare la specie umana. Sono essi caratteristiche che si sono manifestate e attivate in epoca preistorica quanto storica e che danno un’idea della natura stessa dell’homo sapiens.
Uno di questi attributi è la necessità di raccontare delle storie. Di narrare il proprio vissuto e di comunicare i propri pensieri – verosimili quanto fantastici – a un altro individuo capace di intenderli, metabolizzarli e rispondere, nel breve come nel lungo periodo. Pur ammettendo periodi di gestazione distanti tra loro nello spazio e nel tempo, le risposte paiono giungere sotto svariate forme. C’è chi, nell’immediato, si annoia, si commuove, si esalta, si arrabbia, si innamora o si disgusta al termine di un racconto, così come c’è chi ha bisogno di far sedimentare quelle parole – ma ciò vale anche per le immagini, che siano mobili o immobili – prima di trarne qualcosa, o meglio, prima ancora di percepire la sensazione che se ne possa trarre qualcosa.
La visione di un film differisce da quella di una serie televisiva, pur sfruttando mezzi piuttosto simili, tanto quanto la lettura di un libro da quella di un fumetto oppure dalla contemplazione di un’opera architettonica o scultorea.
Le mani raffigurate nella Cueva de las Manos ci parlano ancora nonostante l’immenso intervallo temporale che ci separa dalla morte dei loro artisti.
La narrazione come prodotto
Al cuore di questo storytelling rumoroso domina un vuoto narrativo che si manifesta come mancanza di senso e perdita dell’orientamento.
Se narrare è tanto innestato nel corredo genetico umano o nelle manifestazioni concrete del suo comportamento, cosa significa privarsi della capacità di raccontare? Un noto filosofo contemporaneo sudcoreano, Byung-Chul Han, si è posto la questione di ragionare su La crisi della narrazione, titolo di un saggio accompagnato dal contesto entro cui le sue riflessioni si sviluppano: informazione, politica e vita quotidiana.
Han sostiene che questo spezzone di antropocene che stiamo abitando, a cui lui si riferisce spesso utilizzando l’espressione tarda modernità, sia caratterizzato da un’eccessiva attenzione dedicata allo storytelling, la quale, in modo controintuitivo, al posto di alimentare un dibattito sano su cosa significhi narrare, di fatto ne acceleri la crisi portandola sull’orlo della sparizione. Questo perché lo storytelling viene identificato nella tecnica compositiva che porta un individuo a confezionare una storia affinché sia apprezzata e successivamente venduta. In questa attività la condivisione reale, capace di intrecciare legami profondi tra le persone, viene depauperata al punto da rendere l’ascoltatore un mero consumatore. Ciò si applicherebbe non solo al mondo dell’editoria tradizionale, bensì al vastissimo apparato pubblicitario che circonda ogni nostra interazione con la società contemporanea: i marchi delle grandi multinazionali, gli stessi governi con i loro rappresentanti, le attività delle piccole e medie imprese, il fiorista sotto casa e l’influencer del pianerottolo accanto sfruttano le emozioni suscitate dalla narrazione per raggiungere il proprio fine, il quale, spesso, coincide con un aumento del fatturato nel bilancio di fine anno.
Quale è una delle conseguenze di questo bombardamento mediatico che vorrebbe spacciare l’informazione per un racconto fatto e finito? La perdita di organicità e profondità della storia stessa, quando per storia si intende non solo l’insieme di un numero accertato di cause ed effetti, ma il dispiegarsi di tutte le facoltà atletiche, emotive, spirituali e cognitive della specie umana da quando è apparsa casualmente sulla roccia periferica che chiamiamo affettuosamente Terra.
L’homo sapiens ha costruito il Colosso di Rodi, il Taj Mahal, il complesso delle Piramidi, la Torre Eiffel e la Stazione spaziale internazionale. Inoltre ha scoperto come imbrigliare molti fenomeni naturali per ottenere l’elettricità, per sviluppare farmaci, integratori e vaccini contro malattie e mutazioni genetiche, per seppellire spazzatura nel sottosuolo, per bruciarla e appestare l’aria e anche per spedirla nel cosmo. Inoltre, ha anche dato vita a una serie di strumenti capaci di cancellare sé stessa dalla faccia dell’unico pianeta che l’abbia mai ospitata.
Tutto ciò non è interpretabile esclusivamente sulla scorta di nessi causali, di fatti o eventi posti in successione.
Il racconto e le storie
Un racconto, come un sillogismo, è una forma che giunge a una conclusione [Schlussform] che dà forma a un ordine chiuso e offre senso e identità. Nell’epoca tardo-moderna, caratterizzata dall’apertura e dalla dissoluzione dei confini, le forme del concludere e del precludere subiscono un processo di degradazione.
Se il prodotto dello storytelling è una merce da scaffale, in qualche modo una storia edulcorata, che cos’è un racconto nel senso proprio del termine?
Un racconto è un meccanismo narrativo che fornisce e trasmette lo scorcio di un intero mondo. Non può comprendere il mondo stesso, ma ne può mostrare quegli spiragli che meglio di altri, in modo emblematico, possano portarne alla luce gli elementi fondamentali. Aspettative, sogni, desideri, valori e controvalori, senso del tragico e del comico, della norma e della deviazione, del supposto giusto come del supposto sbagliato sono ingredienti che fanno parte di quell’amalgama invisibile che tiene insieme i mattoni degli edifici, l’asfalto delle strade e le costole della gabbia toracica.
Cosa distingue però un racconto da una barzelletta o da un romanzo?
Il racconto, che sia letterariamente valido oppure che sia il collaudato passatempo da snocciolare di fronte a un falò estivo, con l’ultima parola che lo termina chiude il cerchio con la prima che lo ha innescato. Offre un piccolo modello compatto, organico, che permette di intuire il sistema che gli fa da fondamenta. Anche nel caso in cui il finale sia aperto, ossia in cui il lettore/ascoltatore si trovi nella posizione di dover completare con la propria fantasia una porzione di storia lasciata in sospeso, gli altri personaggi, ambienti ed eventi del racconto hanno già contribuito a formare un’unità autosufficiente, ripetibile e capace di dare senso all’esperienza.
Dove si alimenta la lunga serie di recenti fallimenti di un progetto ad ampio respiro come quello dell’MCU – il Marvel Cinematic Universe – se non nella perdita di indipendenza dei singoli racconti? Vedere un film di questo universo narrativo al cinema oppure una serie televisiva sul proprio divano comporta l’accettazione di un patto da sottoscrivere pena l’incapacità di comprendere quello che sta accadendo sullo schermo. Bisogna, in sostanza, accettare di consumare ogni singolo stralcio di pellicola targata MCU per immergersi appieno all’interno delle storie proiettate sullo schermo. Non è, quindi, un elemento diegetico – interno al meccanismo narrativo – a generare riflessione e comprensione, bensì un elemento extradiegetico – esterno al meccanismo narrativo – che, alla lunga, risulta fuorviante per tutti coloro che hanno perso anche solo le attrazioni di uno di questi vagoni del treno dell’intrattenimento che corre ormai sul binario della velocità, dell’irripetibilità e della sparizione precoce. Si è aperto un distacco notevole con la sospensione dell’incredulità e il patto narrativo tradizionali.
Un racconto, per quanto corto, struttura un orizzonte d’attesa. Rimane, sedimenta, genera metamorfosi profonde. Una storia, sul modello dei social network, è al contrario concepita per mostrare un istante artefatto e idealizzato la cui unica sorte sarà la cancellazione dopo ventiquattro ore.
Le stesse Storie condivise sulle piattaforme social non sono in grado di rimuovere il vuoto narrativo. Esse non sono nient’altro che una pornografica esibizione o promozione di sé stessi.
Come le Storie possono promuovere la formazione di un senso profondo quando sono pensate per non durare, non ripetersi e, lascerebbero intendere gli stessi social network, per nascondere?
Il risultato è quello di ottenere dati e non vissuti, informazioni e non racconti. Pensare che la narrazione nasca per mera accumulazione di dati significa pensare che il cuoco non faccia altro che inserire in ordine degli ingredienti all’interno di una padella oppure che un dottore esegua le sue diagnosi meccanicamente, sfogliando il manuale per trovare l’etichetta giusta da apporre sulla cartella clinica.
L’informazione procede per addizione e accumulo. Essa non è portatrice di senso, mentre nel racconto il senso transita. «Senso» significa, originariamente, «direzione».
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Photo by Tegan Mierle
Tutte le citazioni sono tratte dalla Prefazione de La crisi della narrazione, B. Han, Einaudi, 2024, Torino.





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