Il testo è un seguito spirituale di Raccogliere conchiglie. È una dedica a tutti i lettori che erano già con me nel lontano marzo ’23.


Sulla punta nord-orientale dell’isola non soffia un alito di vento.
La città, quando sul cruscotto lampeggia in arancione l’orario ventitré e trentadue, è sveglia. Flottiglie di navi di ogni dimensione sono attraccate al porto e la debole corrente marina le fa ondeggiare a destra e a sinistra come la paperella di un bambino sul pelo dell’acqua di una vasca da bagno.
Nonostante la presenza di una luna quasi piena, il sole fa capolino di nascosto sulla scena con il suo emissario preferito: il caldo. È lui che fa scompigliare i capelli e poi li unisce in modi disordinati; è lui che, probabilmente, scatena le stesse reazioni nei corpi di quanti, con i gomiti nudi e una sigaretta in bocca, osservano i riflessi tremolanti di un grande concerto i cui bassi fanno tremare la terra per centinaia di metri.  

La macchina si arresta accanto a una panchina.
Due uomini danno le spalle al semaforo e si appoggiano con gli avambracci ai manubri di un paio di biciclette nere. Dietro, gialli come mimose, i grandi contenitori quadrati delle consegne a domicilio attendono di riprendere la corsa.
Dalla vettura scendono quattro giovani adulti, tutti poco oltre quella soglia che divide i venti dai trent’anni. Si guardano attorno e, i nasi all’insù, fiutano l’umidità. L’asfalto poco distante brucia sferzato dagli pneumatici di una moto che sfreccia via, verso una curva che pare non avere un seguito. Una decina di ragazzi e ragazze si spintonano confondendo i grani di sale che ancora non hanno lavato dalla lunga giornata sulla spiaggia.
Uno dei quattro giovani prende il telefono e, in quel silenzio cittadino che silenzio non è mai, scorre con il pollice una gran quantità di video brevi che copre una vastissima gamma di emozioni. Gioia, sorpresa, disgusto, paura, rabbia. Tutto condensato in pochi istanti, come in un’altalena dai cardini cigolanti.
Si mettono in cammino, navigatore alla mano, per raggiungere l’arena del concerto. Il piano non è chiaro, non nei minimi dettagli. Un uomo del gruppo deve incontrare una collega di lavoro e sa di doverlo fare mentre le luci stroboscopiche colpiranno le lenti dei suoi occhiali e il volume della musica lo farà trottare sul posto come un cavallo impaziente. Gli altri tre sono ancora indecisi, quel luogo non gli appartiene, sono visitatori e turisti di quella notte di metà agosto. Forse, con del preavviso, avrebbero comprato i biglietti, si sarebbero dati appuntamento con qualcuno, avrebbero ingoiato qualche bizzarra canzone lontana dai loro gusti e si sarebbero lasciati andare come si conviene a un evento simile. Eppure, nella notte che precede la loro partenza, si trovano in un limbo abitato dai fantasmi della vacanza agli sgoccioli. I caratteri neri dei biglietti del traghetto sembrano marchiati col fuoco.
Attraversano viuzze senza marciapiedi, sentieri sterrati e lunghissimi rettilinei d’asfalto prima di giungere di fronte ad altissime costruzioni dalle insegne al neon brillanti. A prima vista, la scena si presenta come la cartolina di una qualsiasi metropoli degli Stati Uniti della costa occidentale. Sennonché, sulla destra, la giungla urbana lascia il posto a due tonalità diverse di nero: quello liquido del cielo e quello solido del mare.

Gli accessi all’arena sono dislocati. Per raggiungerne uno è necessario compiere giri interminabili sotto cavalcavia grigi e dal guardrail occupato da una miriade di persone. Ecco cosa sono quei puntini che i quattro uomini hanno intravisto da un po’. Uno stuolo di spettatori non paganti che, per ammazzare il tempo di una torrida serata, ha deciso di sistemarsi ai bordi della strada sopraelevata per ascoltare la musica dal vivo e catturare qualche scorcio d’artista sul palco.
Una volta giunti ai cancelli, i quattro si rendono conto che no, non esiste un modo semplice per sfuggire alla sorveglianza. Un biglietto viene quindi acquistato e i membri rimanenti salutano con un cenno del capo l’amico pronto a gettarsi nella ressa alla ricerca della collega.
Un cantante cerca di ingraziarsi il pubblico con un inglese marcato e sdentato, ma dalla posizione dei tre è difficile stabilire come esso stia reagendo. Si trovano, ancora una volta, a metà. Danno le spalle a una serie di inferriate con il compito di tenere alla larga gli spettatori abusivi e agli spalti improvvisati dei guardrail e dei solai dei palazzi più alti. Attorno a loro c’è invece una ventina di persone che ha steso sulla polvere tanti ritagli di cartone per avere l’impressione di trovarsi con gli altri, quelli all’interno, scomodamente euforici per il ritmo tuonante sprigionato dalle casse.
Il trio rimane in piedi e ogni tanto, in modo sincronizzato, butta un occhio allo schermo del telefono per annotare i minuti che passano. Cinque, dieci, venti, quaranta. Cambiano gli artisti in scena, cambiano gli stili musicali, resta il sisma prodotto dagli amplificatori.
Benché uniti dal destino in quella surreale crociata, i componenti del terzetto hanno posture e sguardi diversi.
Il primo, con la schiena leggermente incurvata e il peso spostato su una sola gamba, osserva le fiammate che si alzano dal palcoscenico e vanno a illuminare brevemente il cielo stellato. Sulle labbra gli aleggia un sorriso beffardo, sarcastico. Forse si chiede cosa ci stia a fare lì, forse trova interessante trascorrere l’inizio del giorno nuovo in compagnia di sconosciuti che è probabile non veda mai più.
Il secondo sposta l’attenzione dalla punta delle scarpe al recinto dell’arena passando per la schiena minuta di una bambina in disparte. Avrà poco più di otto anni e, a qualche metro di distanza dai genitori, ascolta la musica senza poterne capire le parole. Con i pugni chiusi si puntella le guance e con le braccia sta cingendo le magre e sottili gambe. Rimane lì, a otto anni, nella polvere, mentre il secondo uomo intravede una cappa di solitudine piombargli sulle spalle. È solo un attimo, o forse questa è una bugia.
Il terzo è seduto sopra un mattone e a volte balla. Sebbene molte di quelle canzoni non gli piacciano, agita i fianchi, batte le mani e tiene il ritmo fischiettando. I fiori bianchi della sua camicia hawaiana si piegano, piegano, piegano assecondando i movimenti del corpo che coprono. Forse sputa a terra una volta, sicuramente ride di un pensiero che gli è venuto in mente durante l’intervallo che precede l’arrivo di un nuovo cantante. Probabilmente si è ricordato di aver perso il portafogli e quindi il documento che il giorno seguente lo avrebbe dovuto riportare a casa.

Il quarto li raggiunge nello stesso stato in cui li aveva salutati, circa un paio d’ore prima o qualcosa di meno.
«L’hai trovata?»
«L’ho trovata. Era con delle amiche.»
«Siete stati bene?»
Il quarto annuisce e punta i passi verso la lunga via del ritorno. Non c’è bisogno d’aggiungere altro.

Una volta in macchina si guardano il volto negli specchietti. Un principio di occhiaie a mezzaluna figura sulle palpebre. I due uomini sulla panchina stanno ancora parlando fittamente, i loro occhi ridono di stanchezza e reciproca comprensione. Un tassista ne attira l’attenzione, chiedendo qualcosa che però si perde nella leggera brezza che si è alzata tutto a un tratto dal mare. Solo il Tirreno è stato in grado di rispondere.
La macchina viene messa in moto. Le ruote grattano sulla ghiaia. Poi, si dirigono spedite proprio verso quella curva che aveva dato l’idea di finire nel nulla.
Eppure, si tratta solo della notte di chi non segue i binari.

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Photo by Andre Benz

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