Irrilevanza, quale parola oscura abbiamo di fronte.
Irrilevante è ciò che non lascia traccia, ciò che si sfalda con velocità sotto gli occhi del proprio creatore. Una statua di ghiaccio nel deserto del Sahara – e il ricordo di un tempo in cui era un’oasi fresca e rigogliosa. Una rosa rossa in un campo di lavanda della Provenza. Le impronte degli scarponi di un astronauta sulla superficie della Luna – soprattutto quando vengono messe in discussione da chi, a bocca aperta, si lascia abbindolare da immagini generate da un algoritmo creativo quanto un file Excel.
Irrilevante è ciò che dimostra, paradossalmente, tutta la libertà artistica a disposizione dell’essere umano, ciò che non deve sottostare a regole e principi prestabiliti. L’opera sconosciuta di uno scrittore che dedica la maggior parte del tempo a migliorare la sua penna pur rimanendo nell’anonimato e non ottenendo riscontri di sorta. L’ardore sentimentale di una persona pazza d’amore e d’odio che si tatua sul braccio un nome che non potrà mai mostrare. La pezza bagnata sulla fronte del bambino malato che non distingue i contorni del proprio guaritore.
Irrilevanza, quale parola luminosa abbiamo di fronte.
Un consiglio d’Alceo
Colui che all’onda instabile
Ama fidar suo legno,
Attento spii se l’etere
Palesi avverso segno
Pria che abbandoni il suol.
Ma — poichè sciolse — intrepido
L’ire del mar crudele
Forza gli è pur combattere,
E volger le sue vele
Là dove il vento vuol. —
Alceo
Alceo di Mitilene, assieme a Saffo, viene ricordato come uno dei grandi rappresentati della lirica monodica greca. Quanti secoli – ma sarebbe meglio dire millenni – ci separano da quest’isolano che è stato al centro, assieme ai fratelli, della vita politica e culturale della sua polis? Tanti da rendere quasi superflua la risposta.
Nell’alveo della letteratura greca di età arcaica e classica era fondamentale instaurare un dialogo costante tra opera, pubblico e genere di riferimento. Non si poteva scrivere un peana – ossia un canto di guerra – senza dedicarlo ad Apollo o tuttalpiù ad Artemide. Così come non avrebbe avuto senso dedicare degli esametri epici a una trattazione di natura più quotidiana, come l’elegia o la poesia didascalica. Ogni genere possedeva delle caratteristiche ben definite e nelle gare poetiche si sfidavano i propri limiti così come quelli di tutta una tradizione antecedente. Non si sparava nel gruppo sperando che il bersaglio venisse fulminato dal caso: si saggiava il terreno e si scoccava la freccia con tutta l’intenzione di mandarla a segno.
Alceo e Saffo, esponenti della lirica monodica, non erano poeti che si rivolgevano all’intera popolazione di lingua greca. Non cercavano il consenso della contemporaneità, né di vendere le copie dei propri lavori – anche perché si può sostenere che non erano ancora sorte le moderne dinamiche che circondano il mercato librario. Il successo veniva misurato sulla scala dell’impatto locale che i componimenti riuscivano a raggiungere. Questo piglio era tanto radicato da farci affermare che se una poesia fosse stata ascoltata e riprodotta fuori contesto, gli autori in questione non si sarebbero complimentati a suon di pacche sulle spalle per l’ampiezza raggiunta dalla loro arte, bensì si sarebbero infuriati per quello che, a conti fatti, era un sovvertimento, il tradimento di un aspetto focale del loro agire.
Il viaggio
Colui che ama il rischio, l’azzardo e l’impresa avventurosa, cioè confidare che la sua barca resista alle onde mutevoli, potenti e imprevedibili, non deve rimanere nel porto sicuro attendendo che l’acqua si calmi, oppure cancellare i suoi piani. Deve, al contrario, aguzzare la vista e studiare il cielo, l’etere, in cerca di qualche indizio propizio o nefasto. Con pazienza e sagacia deve analizzare la situazione e rendere possibile l’impossibile che, spesso, è tale solo per mancanza di fantasia e inventiva. La terra, il suol, va abbandonata, se è questo che il cuore consiglia. O, per dirla in modo meno patetico, se si possiede un desiderio è sciocco reprimerlo per il timore che non si esaudisca. Potrebbe apparir banale, ma in quanti gettano i remi in barca prima ancora di partire? Questo atteggiamento, è pura algebra, porta la soglia del successo a zero.
Chi è l’intrepido? Colui che sfida le ire del mare e ne scioglie la pericolosità con la competenza, la preparazione e, diremmo noi, un briciolo d’astuzia. La forza della nostra genia, ciò che ci ha consentito di diventare i superpredatori di un pianeta sterminato – considerando la nostra piccola figura e il nostro corto soggiorno tra i suoi sassi – consiste nel volgere le vele verso gli orizzonti del viaggio. Infine, non bisogna dimenticarlo, non sempre i nostri moventi sono chiari, in primis alla nostra mente che pare partorirli sotto l’ombra di un pergolato odoroso e illusorio. Chissà che, una volta sulla rotta, un vento contrario non ci indichi una nuova meta migliore della prima.
La conchiglia
Del mar canuto e della rupe figlia . . . .
. . . . . . . . . . . .
Esaltar tu potresti il cuor dei pargoli,
o marina conchiglia.
Il premio può consistere nell’approdo in un regno sconosciuto, ricco come il Paese di Bengodi dove i fiumi son di vino e le montagne di formaggio, nella scoperta di una terra selvaggia da addomesticare oppure nel ritrovamento di una semplice conchiglia che, custodita nella tasca della lunga tunica, sarà in grado di allietare le calde giornate estive di un pargolo ancora di là da venire.
Quando si parla di viaggio fine a sé stesso non si sta declamando una vuota ovvietà. Il viaggio – e tout court la vita – prende senso nel momento stesso in cui viene compiuto. Quale compagnia preferirebbe il distinto e amorevole lettore di queste righe, una creatura capace di ridere di una conchiglia dopo tre mesi di bestemmie per mare oppure lo sguardo torvo di chi dopo aver afferrato un tesoro ne desideri subito un altro?
Antidoto alla malinconia
E lusingarti non puoi che sfugga a morte alcun degli uomini,
anche se fosse saggio perfetto, e sperto d’ogni astuzia.
Non un capello | cade, se Giove non ne scrisse il termine.
Via, non rendete piú grave il male, ma vuotate i calici,
pria di cadere giú d’Acheronte nei profondi vortici.
Non ti ingannare, essere umano, tuona Alceo come un Archiloco o un Aristofane. Non c’è scampo alla donna in nero o alla grande livellatrice. Quindi, questo tuo umor fosco, questa malinconia che trascini come il fagotto della dolce Remì, a cosa serve se non a colorar di veleno il contenuto del calice che tieni tra le mani?
Giove, le Parche, Dio, un Buddha tra i tanti, Allah, Yaveh e le leggi fondamentali della fisica hanno già stabilito con mano incerta – perché la sorte ha una pessima calligrafia – che se sei nato sei anche destinato a non esser più. Che chiunque interpreti queste parole come meglio crede. Il vuoto non è fatto solo di morte, ma anche di vita sterile e spenta.
Via! Il termine è chiaro, ma il percorso nascosto nella nebbia. I vortici del fiume Acheronte possono attendere: tanto ha sempre la pancia piena.
Dettagli
Photo by Geda Žyvatkauskaitė
Tutte le citazioni sono tratte dalle opere e dai frammenti del poeta greco Alceo di Mitilene, reperibili su wikiquote.





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