Bollicine opache
Ma ben veggio or sì come al popol tutto
favola fui gran tempo, onde sovente
di me medesmo meco mi vergogno;
e del mio vaneggiar vergogna è ‘l frutto,
e ‘l pentersi, e ‘l conoscer chiaramente
che quanto piace al mondo è breve sogno.
Durante l’età adulta, spesso, si tende a ignorare la cortese e accorta presenza di un amico comune a tutti sebbene invisibile. Egli, fantasma tra i corpi che si sfiorano, assume diverse fattezze: a volte è un folletto che consiglia i passi di danza per evocare la pioggia durante una stagione secca, altre prende le sembianze di uno sconosciuto gentile capace di indicare la via più breve per raggiungere la meta che ci siamo preposti in una ventosa giornata autunnale.
Il suo nome è bizzarro e scompagnato, tanto da ricordare il verso di un uccello forse estinto da tempo. Sarebbe facile infatti riconoscere il Ridicolo nella miniatura strampalata di un amanuense medievale oppure nei fermi immagine di una battuta di caccia al volpino nelle vaste brughiere britanniche carezzate dalle brezze atlantiche.
Il suo potere silenzioso è in grado di tenere in scacco anche l’essere umano più ardito. Quante volte – tante davvero! – un cavaliere non ha mostrato il volto alla sua bella per la vergogna di non essere tale quale lei lo immaginava? Quante un pensiero non ha trovato il sentiero delle labbra a causa di una qualche chimera oscura appellata dai più convenzione sociale?
Che la sua influenza non cessi di esistere, ma prenda a scorrere nella direzione opposta. Con impeto scardini quanto vorrebbe correre eppur passeggia, cammini, sia fermo. Con malagrazia e sarcasmo sfoggi ciò che non vuole rinserrarsi in un angolo buio, nelle stecche di un corsetto oppure tra la polvere di una redingote che lascia una scia di pulito dietro di sé a mo’ delle lumache.
Che il popolo, la gente, parli, discorra e si confronti, ma che questa favola che ha il sapore di un errore non venga demonizzata e stigmatizzata. Che il ridicolo sia la valvola di sfogo di quanti hanno in corpo un istante di libertà che vuole erompere e sfondare i timpani parimenti d’umani e di edifici. La narrazione – ovvero lo svolgersi di una qualsiasi storia – si sviluppa non dall’ossequio nei confronti del binario, bensì dalla deviazione, dalla leva dello scambio impazzita a furia di scombinare i piani di attenti macchinisti e capistazione.
Che sia quindi vuoto il frutto della vergogna, ma non inutile, non insufficiente, non ininfluente. Perché il rossore che sale alle gote dopo una marachella oppure dopo un gesto coraggioso sono quanto distingue la vita dalla sua ombra.
Se è vero che il tempo a noi concesso è tanto breve, se è vero che quanto c’è di buono e bello a questo mondo è destinato ad annacquarsi nella nebbia, perché pentirsi di aver fatto il passo più lungo della gamba? Di aver indossato una pezza colorata al posto di comprare un nuovo indumento figlio del fast fashion? Di aver seguito un desiderio nonostante la sua futile, ma stupenda, magia?
L’amico silenzioso ci è alleato, preferirebbe giocare con il nostro riflesso piuttosto che contarci sul viale come tante bollicine opache.
Tante frecce
e benedetto il primo dolce affanno
ch’i ebbi ad esser con Amor congiunto,
e l’arco, e le saette ond’i’ fui punto,
e le piaghe che ‘nfin al cor mi vanno.
Come dire quel che è stato affermato già da tempo senza apparire banali? Come arricchire di perle la collana dell’amore, che tanto è stata cesellata dalle abili mani di poeti e artigiani della vita? A voler essere schietti e sinceri, in questo campo è possibile che tutto sia già stato detto e vissuto, che l’amore come fenomeno sia tanto connaturato agli esseri umani da aver esaurito le frecce a sua disposizione non tanto per colpire ed emozionare, quanto per sorprendere e sbigottire.
Cosa accade però facendo una rapida gita tra i vocabolari, le antologie letterarie e le bacheche di qualunque social network? Che questo immenso ricettacolo di gioia, turbamento e speranza diviene un completo da festa piuttosto pacchiano e sgargiante al modo di chi confonde il buon gusto con la giusta misura. Se ne parla, lo si cita e prova in continuazione, tuttavia sembriamo incapaci di concepirne il messaggio liberatorio di fondo e, se da una parte lo incaselliamo in tantissime etichette che utilizziamo per orientarci con i nostri simili, dall’altra lo lasciamo senza definizione e senza nome, come un povero reietto misconosciuto e abbandonato sul ciglio della strada.
Perché dovrebbe costituire uno degli argomenti più trattati della nostra specie? Perché è complesso, coinvolgente, ci riguarda da vicino, ci caratterizza e a volte definisce, ci instrada, ci fa perdere e ritrovare e, soprattutto, ci fa faticare. Il sudore che ne consegue pare sia dolce come l’ambrosia e viscoso come il miele: si attacca all’epidermide come un ricordo importante nella memoria. Ciononostante, le sue mille articolazioni non trovano uno sfogo nei dizionari umani. L’amore è sempre l’amore, benché nella vita di tutti i giorni siamo in grado di distinguerne una fenomenologia sterminata. Ardua sarebbe l’impresa di classificare tutte le sue declinazioni, ma accontentarsi di un solo nome pare pavido e pigro. È poi credibile che tutti gli esseri umani sotto la volta celeste ne percepiscano l’effetto nella stessa maniera, che ne sperimentino la forza in egual modo? Equivarrebbe a sostenere che i desideri non sono altro che il risultato di una tombola invisibile che si ripete dall’alba dei tempi. Sarebbe alquanto disdicevole mostrare una qualche sudditanza nei confronti di una simile fine.
Come chiamare quell’amore che ti porta a benedire ciò che lo fa scaturire, soprattutto se si tratta di un dolce affanno? Cosa c’è di tanto tenero e auspicabile in una folgore che scuote il petto e toglie il sonno, concede speranza ma cancella la quiete? Deve essere speciale se porta a sostenere che il pacchetto è da accettare al completo, nonostante gli incastri mai sovrapponibili del tutto tra le persone. Ed ecco che, smossi dalla marea dell’emozione, si giunge al desiderio di tutto quel che dell’amore è figlio, cugino, parente alla lontana: tante frecce che ‘nfin al cor vanno.
La poesia in una noce
Quel rosignuol, che sì soave piagne,
forse suoi figli, o sua cara consorte,
di dolcezza empie il cielo e le campagne
con tante note sì pietose e scorte.
Per cantare del ridicolo e dell’amore non basta essere intonati. Bisogna mostrare una predisposizione all’osservazione minuta della realtà interiore ed esteriore. Ciò che permette alla poesia di scaturire dalla noce in cui è racchiusa non è tanto la competenza tecnica o l’alta ispirazione – entrambe importanti, qualunque cosa significhino – bensì la capacità di mostrare un piccolo fattarello vero – per dirla con Sanguineti – e di sprigionare da esso quante più corrispondenze si è in grado di evocare. A volte, la sfida dell’arte si esprime maggiormente nell’impegno profuso per disegnare un uccello infreddolito che si è posato sul davanzale della finestra che lo ripara dalla pioggia piuttosto che nella complessa e arzigogolata spiegazione di un pur interessantissimo paradosso filosofico.
In questo, aiuta la brevità: un usignolo emette il suo verso lamentoso e melodioso riempiendo di dolcezza il cielo e le campagne circostanti. Le sue sono note pietose e precise, ben calibrate, quasi virtuose, e tanta bellezza non viene scalfita dalla consapevolezza che il suo sia un canto funebre, un lamento mortifero, dedicato ai suoi figli o alla sua compagna. Anzi, verrebbe da dire che la poesia nasca da questo accostamento che rende una semplice somma un qualcosa di più.
Un uccello che canta è un uccello che canta. Un contadino che ara la terra e ne sente il verso è un contadino che ara la terra e ne sente il verso. Ma il pensiero che quel ritmo stupendo sia un canto di morte che invoca la bellezza è poesia.
piaga per allentar d’arco non sana.
C’è una puntura, sempre, al fondo delle cose. Le rende vivide, le rende presenti. Eppure, la ferita non si rimargina mai davvero, non completamente. Lascia il segno – e per fortuna. Del resto, nessun dolore già inflitto può essere curato dalla sparizione dell’arma del delitto.
Dettagli
Photo by Seval Torun
Tutte le citazioni sono tratte dal Canzoniere, F. Petrarca, BUR, 2012.





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