Morale, etica e umanità.
Non sono parole vacue, pronte per essere colorate di fresco con la vernice della propaganda di turno. Non sono neanche termini verso i quali si rimane indifferenti. Rappresentano concetti vivi nell’immaginario di tutti noi, seppur in modo incerto come i passi di chi si serve di una stampella. L’individuo più rispettoso e corretto del circondario, al pari del farabutto più impenitente che ci sia, si chiede cosa significhi essere buoni, quale sia il confine con il male. Qualora la domanda non fosse esplicita, ecco che inconsciamente si metterebbero in moto le celluline grigie della nostra scatola cranica per fornire una proverbiale pezza al problema. Non tenere in conto gli scrupoli della coscienza è possibile, nell’ordine delle cose. Esserne completamente sprovvisti è pressoché impossibile, al netto di condizioni cliniche peculiari.
La questione è complessa per antonomasia e certamente non si risolve nel campo di un netto manicheismo. Al Bene non si contrappone esclusivamente il Male e viceversa: esiste una scala graduata tra i due, formata da sfumature dalle caratteristiche e le conseguenze spesso imprevedibili. In più, a esser sinceri, bisognerebbe ammettere che questo indicatore così concepito avrebbe delle debolezze croniche. Perché immaginarlo come una linea del tempo, un segmento orizzontale, uno spettro? In questo caso la voglia di semplificare e ottimizzare non avvicinerebbe di più a una risposta soddisfacente di quanto lo potrebbe fare la voglia contraria di complicare e rendere il tutto più labirintico o arzigogolato.
Tuttavia, nel tempo del kairos, del momento puntuale, dell’istante che si sta vivendo, quello in cui l’adrenalina accelera i battiti cardiaci che a loro volta irrorano di sangue il corpo, a cosa valgono tutte queste riflessioni a posteriori? Di sicuro qualcosa, è innegabile.
Eppure, in specifiche situazioni che non tardano a venirci in mente, sembrano dei tessuti confezionati con cura per sostituire un più sobrio sudario.
Zitti, zitti, bambini. Non sono demoni, non sono diavoli…
Peggio.
Sono uomini.
Nella narrativa fantastica i dilemmi etici si sprecano. Dopo ogni bivio, ogni crocevia, è facile immaginare di poter incappare in qualche evento capace di mettere in discussione i propri valori così come la propria tempra e capacità di reazione. C’è poco da filosofare quando, di fronte a un lupo che sta per azzannare un bambino, ci si volta nella direzione opposta dandosela a gambe levate. Ciò non significa affermare che badare alla propria sopravvivenza sia vile, ma in quanto animali sociali siamo sensibili, che ci piaccia o meno, alle conseguenze delle nostre azioni, specie se influenzano le relazioni che abbiamo con chi ci circonda. Sarà colpa dei neuroni specchio? È inutile puntare il dito contro un’unica causa, tanto vale, nello spazio di questo vaneggiamento, occuparsi esclusivamente della luna.
Rimanere inerti di fronte a un sopruso non è e non può considerarsi un’azione neutrale o imparziale. Non prendere posizione, schermarsi grazie all’eloquenza e a una serie di giustificazioni studiate a tavolino per impressionare l’interlocutore e ritrarsi in un esilio dorato concesso dalla lontananza del problema sono azioni che marcano il territorio e denunciano una determinata visione delle cose. Gestire le crisi in questo modo porta a sviluppare una gestualità fatta di continue omissioni, rimaneggiamenti e revisioni. E tale gestualità, con il tempo, diventa rituale. Il dolore provato dall’altro si trasforma così nella posa di portare alle labbra una sigaretta oppure di ingollare un caffè nero e caldo come il magma. Ci si scherma dal sole così come dalle immagini di morte che giungono da lidi lontani. Che si tratti di membri della stessa specie poco importa. Che si tratti di comune sangue versato non interessa all’occhio di chi sa classificare la sofferenza in modo matematico. Pare che a volte sia questione d’insiemistica: dopo un certo numero di salti, non si percepisce nulla a livello profondo. Superato l’orizzonte della famiglia, degli amici, del gruppo dei pari e dei conoscenti si sprofonda nell’indistinto delle informazioni da mandare a memoria come le date delle battaglie scritte sui manuali scolastici di storia. È umano, affermiamo, sarebbe impossibile vivere le gioie e i turbamenti dei miliardi di nostri simili che popolano la Terra. È umano anche vivere la propria giornata in modo spensierato quando sul pianerottolo del vicino hanno lasciato la testa mozzata di un maiale o qualche proiettile in una busta anonima, priva di recapiti. È umano, inconfutabile.
La scrittura mostra delle linee, non fornisce giudizi e facili risposte per questioni impossibili da liquidare con un semplice gesto della mano. Gli interrogativi rimangono, aleggiando come una leggera nebbia, e navigare a vista tra di loro, forse, è un altro imperativo obbligatorio dell’essere capaci di intendere e volere.
Nella narrativa fantastica i mostri, specie se aberranti, rappresentano degli ostacoli che gli esseri umani devono superare per portare a termine il proprio viaggio. Cos’è la quete cavalleresca se non il cammino che l’eroe deve compiere per risolvere sé stesso? Scopo della ricerca è quello di mettere in contatto con la propria umanità e con la sensazione di stare-al-mondo.
La fanciulla persa nella torre misteriosa che si imbatte in una porta segreta chiusa da un chiavistello apparentemente inespugnabile sta decodificando sé stessa al pari del cavaliere che si è votato alla ricerca del Graal oppure alla caccia indiscriminata di tutto quanto nuoccia ai suoi simili. Spesso, tra l’altro, le serrature, pur cigolanti e sinistre, vengono scardinate; le reliquie trovate e valorizzate; i mostri scovati e sgominati. I demoni bruciano al contatto con l’acqua santa, i diavoli si intestardiscono nei loro giochi sofistici al punto da sconfiggersi da soli e i vampiri vengono tramutati in cenere dal giorno nuovo che sorge.
Chi rimane, sempre, è l’essere umano. Egli, fragile come singolo e apparentemente immortale come moltitudine, sta. Si erge titanico, pur quando immeritatamente, sopra le spoglie degli sconfitti. Tralascia di dar nome a vinti e vincitori perché sa bene che alla fine la memoria e l’oblio faranno il loro corso. Che la storia si ripeterà. Che si inventeranno nuovi mostri che nuovi cavalieri o amazzoni sconfiggeranno. Che nuove porte verranno spalancate da nuove chiavi. Che la ricerca, in sostanza, non si arresterà, mai.
Di rado, il fantastico, trionfa davvero sul reale. Ed è così che quando l’entità sotto al letto dei bambini scompare definitivamente l’attenzione torna su chi non può andarsene davvero. A volte chi rimane è peggiore del mostro, a volte migliore. Di sicuro, però, sarà umano.
Umano chi, innocente, cade sotto le bombe inespressive di una brutale dimostrazione di inutile forza.
Umano chi di quella dimostrazione ha fatto un vanto mortifero che spaccia per necessario.
Umani tra umani – quanto è vero però che la vita non ha proprietà matematiche. Uno non è sempre uguale a uno.
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Photo by Molly Blackbird
La citazione è tratta da La torre della rondine, A. Sapkowski, TEA, Milano, 2024.





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