Esseri umani: creature meravigliose, coerenti con la propria biologia e con quel genoma che si portano dietro come una gomma da masticare sotto la suola dello scarpone. Vanno a braccetto con la natura, nonostante tutti i punti di disaccordo che hanno con essa. Il loro dialogo è francamente bizzarro: assomiglia alle conversazioni con quel parente stretto che ormai ha preso le sembianze di un pezzo da arredamento. A volte lo si ignora, altre lo si interpella quasi per vedere se respiri ancora.
Ma c’è, inequivocabilmente, come la polvere sotto il mobile che costringe le persone in fila indiana dopo essere entrate in un appartamento che non conoscono.
Cos’è che ricorda, quali moniti lancia dall’alto del suo esser-sempre-stato-là?
Che viviamo per soddisfare i nostri bisogni, ad esempio. Che odiamo la sofferenza. Che preferiremmo essere circondati dal benessere piuttosto che sgomitare in una discarica di rottami. Che sebbene il nostro discernimento sia tale da farci entrare in empatia con la maggioranza delle creature senzienti e non del cosmo purtuttavia siamo in grado di fregarcene con una nonchalance invidiabile.
Ricerchiamo la felicità, sebbene ognuno la vesta come meglio crede.
Caro amico, certo che puoi chiamarla mera sopravvivenza, e, ovviamente, anche desiderio va più che bene. Ricchezza e fama? Certamente, basta che ti metta in fila, perché ci sarà da attendere. Illuminazione? Atarassia? Brivido? Tutto vale. È l’aspetto geniale e rassicurante dell’essere umani.
Là dove nulla ha senso, tutto può guadagnarne uno.
Ed è grazie a questa prospettiva che diventano sensate delle scelte in apparenza immotivate. Si fa fatica a comprendere il perché dei cosiddetti patti col diavolo, ci si stupisce di fronte ai salti di fede e ci si arrocca dietro difese fragili e bastioni di carta. Si chiamano a raccolta le truppe e si parla di follia. Si stigmatizzano i comportamenti ed ecco dogmi e pregiudizi prender forma nell’aria. In verità, la nostra bussola morale è un costrutto artificiale ereditato dalla tradizione, anzi, da qualche tradizione. Io sono più che contento che esista, credo sia lo strumento principe per instaurare un’ottima convivenza sociale, ma sono fatalmente convinto che non sia l’unica risposta giusta, la formula magica per risolvere ogni dilemma.
Perché quel tale sta scommettendo tutto quel che possiede per una questione di principio? Perché si sta spogliando in pubblico di tutte le proprie virtù al solo fine di non interrompere il gioco? Perché ognuno usa la materia della vita per farci le statue che preferisce.
Tale mestiere andrebbe accettato e incensato, non ripudiato. Criticare le occhiaie dell’artista nottambulo è sicuramente un modo eccellente per allungargli la vita e per depredarla del senso tutto personale che in essa stava riversando.
Non voglio abusare della metafora di una vita che è come una tela bianca che dipingi a piacimento, ma provare a proporre una piccola variazione. Altro che tela bianca, sarebbe riduttivo definirla così – e poi anche basta con le figure retoriche a sfondo esclusivamente artistico.
Immaginiamola come un terreno. Non sterile, non fertile. Non pianeggiante, non collinare, non montuosa. Un terreno qualsiasi, di cui non si dispongono informazioni. Come sopravvivere a questa condizione apparentemente svantaggiosa? Seminando, seminando quello che si reputi abbia un valore preponderante, un impatto duraturo e reale, una carica energetica tale da dare un senso a quella distesa di vuoto a perdita d’occhio.
Vi starete chiedendo da dove vengano questi semi. Ebbene, per qualche misteriosa variabile impazzita del cosmo, la prima volta che avete sbattuto le palpebre vi siete trovati accanto un sacchetto sigillato colmo di meraviglie di tutte le forme. E, diciamocelo, durante il vostro viaggio ne avete raccolte altre qua e là, saccheggiando con gli occhi, le narici, le mani, le orecchie e la lingua così tanti bottini da raddoppiare o triplicare la disponibilità iniziale.
Di fronte a questo splendido e faticoso regalo non è possibile voltarsi indietro. Sarebbe un affronto non a quanto di giusto esiste sul globo, ma a quanto di bello può sprigionarsi dal suono di un bambino che soffia dentro una conchiglia e si umetta le labbra di quel sale che lo farà ridere, piangere e di nuovo ridere. È, dunque, il momento della semina, della coltivazione di meraviglie. Solo così il tempo potrà scorrere davvero, i germogli crescere e consegnarci piante che di più strane non se ne potrebbe avere esempio in tutta la Via Lattea.
Alcune, è bene tenerlo a mente, moriranno rapidamente, altre si svilupperanno fino a estendersi per chilometri e chilometri, scavando tunnel e gallerie là dove si temeva esistesse solo nuda e solida roccia. Prima di arare il campo sarebbe stato impossibile dire cosa sarebbe potuto succedere. In fondo, non è stata una scommessa, un azzardo, questo vivere spendendo meraviglie al posto di custodirle come le gemme e le monete di un drago tronfio e antipatico?
Se volessimo tornare alla vita di tutti i giorni, sicuramente dai toni meno agresti di così, dare valore a una cosa al posto di un’altra non è come giocare d’azzardo con sé stessi?
I geni possono parlare quanto preferiscono, l’ambiente può condizionarci quanto vuole, la società, la famiglia, la religione, le istituzioni in generale possono provare a modellarci su tutte le matrici a loro disposizione, ma resterà sempre un fatto nudo e crudo al fondo della nostra… anima-spirito-coscienza.
Ossia che – tenetevi forte – potrebbe essere comunque tutto inutile.
Ogni gusto, ogni scelta e ogni considerazione. Ogni sforzo, ogni slancio e ogni tensione. Non ci sono concetti immortali, non vite imperiture, non verità uniche e assolute che tengano.
E con la morte come la mettiamo? Ma carissimi, potrebbe essere tranquillamente l’ennesima soglia di un viaggio che non ricordiamo. Oppure no, al suo sopraggiungere potrebbe essere capùt, la fine della partita, il giocattolo che giace rotto sul brecciolino davanti alla soglia di casa.
Propenderemo per la prima, per la seconda? Benissimo, non c’è alcun problema. Perché non avremo torto, perlomeno così credo. Non potremo dimostrare l’infondatezza dell’opinione opposta, non in maniera intima e viscerale.
So bene che quanto sto per dire è potenzialmente eversivo e folle ma se qualcuno avesse bisogno di dire che il cielo è inequivocabilmente verde basterebbe spiegargli che in verità non è così? No. Cioè, sì. Andrebbe fatto, senza ombra di dubbio. Bisognerebbe tentare, ma operando una distinzione curiosa quanto dirimente. La realtà oggettiva – chimera difficile da acciuffare – non coincide con la realtà percepita – beata illusione dei sensi – e nemmeno con quella sentita – checché ne dicano i materialisti più incalliti. Questo significa che il cielo è davvero verde per alcuni e azzurro per altri? No, significa solo applicare una sottile forma di empatia relativistica di fronte a ciò che non siamo in grado di percepire sulla nostra pelle.
Eh, ma così non ci si potrebbe più capire l’un l’altro! Mica ognuno può inventarsi una realtà ad personam così, per capriccio!
Certo che no, per questo esiste il buonsenso – anche perché in misura molto contenuta già accade e non mi sembra si siano inceppati gli ingranaggi dell’universo. Per questo esistono una norma non scritta e un insieme di convenzioni che ci aiuta ad orientarci. Certo, seguirle pedissequamente è un oltraggio alla ragione critica, ma è innegabile che abbiano un loro fondo di squisita utilità.
Tirando le fila, a dir la verità in mano mi è rimasto ben poco, i gusti, le passioni, le credenze, i valori, non possono essere considerati come il frutto più evidente di un rimescolio casuale? O meglio, di una scommessa giocata a carte coperte con sé stessi e con la realtà tutta? Di fronte alla consapevolezza di poterci sentire qualunque cosa, non sarebbe meglio rispettare i sentimenti degli altri sospendendo il giudizio e fare in modo di essere trattati nella stessa maniera?
Suvvia, siamo dadi che rotolano su uno stesso tavolo, non resta che continuare a scommettere per scoprire dov’è che andranno a fermarsi e con quale numero rivolto verso l’alto.
Saa kakegurui mashou!
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Photo by Shai Pal
L’articolo, modificato e integrato, era già apparso con il nome di Giochiamo d’azzardo, nel lontano 2022. Al tempo aveva totalizzato ben 1 visualizzazione.





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