Aureliano Tempera (d’ora in poi AT): Perché siamo ancora qui? Ci siamo detti quanto dovevamo dirci.
Gianmarco Papi (d’ora in poi GP): Lei crede?
[N.d.I. Ho controllato più e più volte la scaletta che mi ero segnato sopra il foglio stropicciato di un bloc-notes.]
AT: Non vedo altro di rilevante. Rimangono solo appunti sciocchi che avevo scarabocchiato a tempo perso.
GP: Già che siamo qui potrebbe leggerne alcuni.
[N.d.I. Il modo in cui lo scrittore si stringe nelle spalle è vagamente altezzoso e umile al contempo.]
AT: Bene, ehm-ehm, sì. Da dove nasce il titolo?
GP: Non da una variante del Monopoli, glielo assicuro. Nasce… è nato per caso, a dirla tutta. Originariamente aveva un titolo diverso, che neppure ricordo più. Mentre scrivevo, battendo a macchina ma senza il rutilante scricchiolio di una Olivetti, mi sono accorto che quelle parole stavano assumendo un senso più ampio di quello che avrebbero dovuto avere. Sono nate come un luogo e sono morte come…
AT: Come un titolo.
GP: Che i libri siano luoghi che si trasformano in titoli?
AT: Questo, per inciso, non funzionerebbe su una testata giornalistica. Troppa finta retorica, troppa concettosità.
GP: Le piace anche questa, di parola. Concettosità.
AT: Mi piacciono molte parole. Un mondo di parole. Ma va da sé che, come può notare, non sia poi tanto libero di usarle a piacimento. A volte ho la spiacevole impressione che qualcuno me le metta in bocca, se capisce cosa intendo.
GP: Le direi che lo faccio per mestiere, ma non mi sento di affermare di avere il coltello dalla parte del manico.
[N.d.I. Abbiamo bevuto assieme due dita di tè. Nello studio, quel giorno, avevano staccato l’acqua a causa di alcuni lavori di ristrutturazione.]
AT: Come le dicevo, ho questo mucchio di parole che adoro, ma non mi viene mai in mente un modo per scriverle assieme e creare un racconto. Lei, sì, lei come fa? O meglio, perché?
GP: Trovo che lei sia fortunato. No, mi faccia spiegare, le sto facendo un complimento indiretto privo di sarcasmo. Lei può apprezzare, amare e giocare con le parole senza l’urgenza di usarle e manipolarle. Senza dover imbastire dei mondi paralleli per permettere loro di respirare e vivere come le creature viventi.
AT: Non è bello quanto sta dicendo? Non è uno stratagemma ingegnoso per passare il tempo e onorare il linguaggio?
GP: Sì. Lo sarebbe se fossi stato sincero al cento per cento nella mia risposta. Ma, purtroppo, così non è stato. Questa faccenda della schiettezza è difficile da gestire.
AT: Abbiamo tempo. Siamo mine vaganti che danzano su un foglio senza fine. Le è piaciuta questa?
GP: Non molto, mi perdoni. Non c’è alcunché di nobile in quanto faccio. Non scrivo per gli altri, ossia per intrattenere un pubblico con qualche narrazione bizzarra. Né tantomeno per insegnare qualcosa. Tuttalpiù lo scopo ultimo è quello di mostrare… mostrare una dinamica, un meccanismo, un sistema di interazioni. In poche parole, per descrivere cos’è l’umanità. Cos’è nel suo bisogno di narrarsi e di sentirsi narrata. Cos’è nel suo desiderio di evadere da una realtà che pur, in sé, ha tutte le possibilità di rivelarsi gioiosa, piena e soddisfacente. In fondo, il mio è un bisogno personale e non una professione. Per questo, a conti fatti, non posso essere definito davvero uno scrittore.
AT: A meno che per scrittore non si intenda semplicemente colui che scrive.
GP: Certo, ma così facendo non faremmo altro che desacralizzare un altro brandello dei nostri modelli di riferimento.
AT: Se nessuno leggesse questo libro, cosa farebbe?
GP: Quel che ho sempre fatto. Scriverei ancora. Magari cercherei altri argomenti, stili e topoi. Varierei vocabolario e mi spingerei a esplorare un tipo di pubblico insospettabile. Tuttavia, continuerei a scrivere, sì. Perché, come ho detto, credo sia il modo più diretto che conosco per essere davvero me stesso. Per comprendere quanto mi circonda, persone comprese.
AT: Trovo che la sua risposta sia triste, ma possiede anche uno sprazzo di luce.
GP: O forse è una luce screziata di tristezza?
AT: Cosa ne pensa, lei?
GP: Cos’è, un’intervista?
AT: In principio. Adesso è… una domanda. Solo la domanda di una vecchia conoscenza.
GP: Ebbene, il mio è stato solo un trucco retorico. Non lo so e cos’altro potrei risponderle? C’è tristezza e c’è luce. Non so in quale misura. Ci sono anche tradimento e amore, rabbia, disperazione e determinazione. E tutto è stato riversato in quelle pagine di cui non abbiamo parlato.
AT: Perché pensa che sia successo?
GP: Perché odio che a parlare sia l’autore. Sono proprio le pagine che andrebbero intervistate.
AT: Noto più contraddizioni in quanto sostiene. Nessuno le sta impedendo di uscire dalla stanza, tantopiù che ci troviamo, ormai, in un contesto informale. Beviamo del tè in una stanza squallida di Roma parlando di cose che non interessano a nessuno, all’infuori di noi due, intendiamoci. E come intervistare un libro muto?
GP: Ci sta provando con me?
AT: Quindi, queste contraddizioni?
GP: È facile risolverle: interrogare un libro è semplice, basta leggerlo prestando un minimo di attenzione. Per quanto riguarda il mio concionare continuo senza nominare l’oggetto che pur dovremmo pubblicizzare assieme… detto francamente, se sapessi perché lo faccio probabilmente mi troverei in uno studio televisivo, pronto a essere trasmesso in prima serata, e non qui.
AT: Tralascerò la frecciata perché io, al contrario di lei, sono un professionista. Quale è il suo obiettivo, adesso?
GP: Sparire dietro le mie parole. Quelle impresse sulla carta. Far parlare loro senza doverle ulteriormente introdurre. Verba volant, scripta manent.
AT: Quasi mi stava diventando simpatico, poi ha dovuto tirar fuori il latinorum.
GP: Non si preoccupi, so di essere eminentemente antipatico.
AT: Anche questo non funzionerebbe come titolo. Ma, detto tra noi, potrebbe aiutarla con la campagna pubblicitaria. Ci si potrebbe tirar fuori un virgolettato. Sa, bisogna sempre generare un po’ di… conflitto. Di scandalo. No, scandalo è esagerato, ma insomma, ci siamo intesi.
GP: È un finale piuttosto debole.
AT: A differenza di quello del libro.
[N.d.I. Si è sporto in avanti per stringermi la mano, sinceramente commosso dalla mia prontezza di spirito. Nel farlo, ha rovesciato il tè sul tappeto.]
GP: Quindi? Possiamo andarcene?
AT: Sente di aver esaurito quanto aveva da dire?
GP: Non sa da quanto.
AT: Allora ci vedremo di nuovo.
GP: Lei è uno stacanovista dell’assurdo.
[N.d.I. Così, nel dubbio, gli ho mollato un ceffone.]

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Photo by Miao Xiang
Il mio nuovo libro in uscita il 31 Ottobre: Il vicolo delle carte.





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