Il fallimento è un fertilizzante che, mentre spinge la terra a fornire frutti migliori, ne morde e rosicchia ogni centimetro con denti piccoli, corti e decisamente affilati. È una prova da superare, uno scoglio da aggirare e, in alcuni casi, un pessimo pezzo di arredamento di cui non ci si può disfare. In un periodo storico in cui le parole vengono stravolte e manipolate come tanti stracci di cui fare una corda per tentare di catturare al lazo la luna, in un periodo, quindi, in cui si ritrovano depotenziate o estremizzate, appiattite o polarizzate, in sostanza disinnescate, è bene ricordare che sono produttrici di senso e, nei casi migliori, bellezza.

«Il pensiero della partenza non mi aveva turbata fino a stasera» disse, sapendo che non era vero. Percepì la banalità della propria affermazione e ritornò silenziosa.

Addio Africa è un racconto scritto dall’autore Ngugi wa Thiong’o e mette in scena l’esperienza traumatica dell’abbandono e del crollo di certezze ritenute solidissime.
Il protagonista, un uomo di origine europea, forse irlandese, fa i conti con il naufragio delle sue ambizioni: è un poliziotto, un tutore dell’ordine, che in quindici anni di servizio in Africa non è riuscito a raggiungere gli obiettivi che si era prefissato. L’abbandono si configura come l’allontanamento da un continente, da un modo di vivere e di pensare e anche da un ideale che era stato capace di spingerlo così lontano dalla sua terra natia. La moglie, australiana, che per amore lo ha seguito in questa esotica avventura coloniale non sa come esprimere il suo desiderio di mostrarsi vicina al suo dolore, non sa, in verità, come abitare quel ruolo di moglie nel quale nel corso degli anni ha capito di essere non stretta ma leggermente a disagio, scomoda.
In un interno borghese piuttosto anonimo e privo di sfaccettature ci sono un uomo e una donna incapaci di comunicare. Sono irrimediabilmente incatenati nei viluppi della propria mente e ciò li rende distanti come satelliti dalle orbite opposte. Lui, ubriaco, fissa il vuoto che gli si spalanca a ogni nuovo pensiero confuso e contraddittorio; lei, insofferente e premurosa, cerca di riempire l’ambiente con promesse di felicità e buoni auspici.
Abitano tempi e luoghi diversi, pertanto sono irraggiungibili. Il protagonista rifiuta l’invito di stendersi sul letto assieme alla moglie, quel tipo di conforto intimo e immediato arriva a irritarne la fantasia profondamente delusa dagli eventi. Alla morbida accoglienza di un riposo caldo sostituisce una passeggiata in macchina, nel gelo di una notte inclemente, alla ricerca di uno stimolo sconosciuto. Una domanda, una risposta, una chiave di lettura, uno stordimento definitivo? Non sa cosa va cercando, sa solo quel che ha perso. Del resto, è un colonizzatore in una nazione ormai indipendente ed è terrorizzato dal ricordo di un ragazzo del posto che ha rifiutato la sua carità da padrone istruito. È il rappresentante di un ordine in procinto di sbriciolarsi e di lasciare al suo posto rovine sulle quali verranno costruiti edifici traballanti e instabili.

Aveva udito di rituali nell’oscurità. Aveva persino letto che alcuni dei primi coloni europei solevano andare dagli stregoni africani, perché togliessero loro il malocchio. Aveva sempre considerato queste cose contrarie al buon senso: ma quelle apparizioni certamente andavano contro le normali leggi del buon senso. No, avrebbe esorcizzato la mente dalle allucinazioni, qui, nel buio. L’idea era attraente e, nelle sue condizioni, irresistibile.

Tanto vale che le illuminazioni improvvise che gli rischiarano la mente annebbiata dall’alcol lo guidino. La ragione, per quindici lunghi anni, con lui ha fallito. Ed ecco che si ritrova a fermare l’auto nei pressi di un bosco. Lì si spoglia, nessuno è presente nei dintorni, e decide di inoltrarsi tra gli alberi con lo scopo di cancellare… cosa? Il sogno di una carriera esemplare? L’ambizione di civilizzare chi avrebbe fatto a meno dei dittatoriali insegnamenti di uomini venuti da molto lontano? Il desiderio di mettere ordine nel caos di una società vista come selvaggia, inferiore e superstiziosa?
Non lo sa, eppure è nudo. Nudo e infreddolito come un verme che, negli anni della repressione dei movimenti per l’indipendenza, ha torturato e ucciso come comandavano i superiori. Sono tutti fantasmi quelli che muovono le foglie che lo circondano e ne assecondano il momento di pazzia. Ma è pazzia o un’estrema lucidità quella che lo porta a uscire dai suoi panni da occidentale dominatore e lo scaraventa nella posizione di chi, inerme sotto un cielo stellato così lontano da casa, non può che fare i conti con la propria grettezza?
Pertanto, scrive. Prende un taccuino e ne macchia pagine su pagine mentre il gelo gli entra nelle vene. Chiede scusa. Si spiega e giustifica. Tenta di capire, di ammettere, di ragionare. Eppure, il bandolo della matassa si allontana sempre di più, la risposta scivola verso la conclusione di una storia che egli non è in grado di leggere fino in fondo. Quantomeno potrà farla leggere a sua moglie. Potrà, sì, iniziare un nuovo percorso assieme a lei. Abbandonare gli spettri dell’Africa e ricominciare. Senonché, quando giunge finalmente sotto le coperte che avrebbero dovuto costituire per lui l’ultimo saluto a quel continente sventurato, la moglie lo accoglie con una rivelazione imprevista.
Il ragazzo del posto che aveva rifiutato la sua protezione, i suoi regali e, tout court, il suo filantropismo spicciolo da conquistatore con la coscienza sporca da lavare, sì, quello stesso ragazzo che aveva incontrato di nuovo in caserma perché era entrato a far parte dei gruppi per l’indipendenza e che si era trovato costretto a portare in un bosco, di notte, e a non fargli più rivedere la luce del sole… sì, proprio lui, aveva avuto dei saltuari rapporti con la donna, sua moglie.
Nella beffa che si fa tragedia la luna continua a splendere alta nel cielo. Il taccuino che l’uomo voleva dare alla moglie non può più essere mostrato.

Chiuse il taccuino ed entrò in cucina, dove non era mai stato prima. Prese un fiammifero, lo accese, e guardò il taccuino ardere. Fissò la fiamma, vide la sua carne bruciare, ma non sentì dolore: nulla. Lo spettro dell’uomo l’avrebbe perseguitato per sempre. L’Africa.

L’intorpidimento coglie tutto, allunga le mani e le dita affusolate lasciando dietro di sé il nulla. Le pagine bruciate diventano cenere. La carne arsa viva dalle fiamme diventa un’eco del dolore provato lungo quindici anni di illusioni: un’eco, niente di più.
Entrambi lasceranno l’Africa senza capire cosa ci siano venuti a fare davvero. Entrambi torneranno a casa diversi, ma non migliori. Con in mano parole inadatte come bossoli scheggiati.

Dettagli

Photo by Mike L
Citazioni tratte da Addio Africa in Tra un bicchiere e l’altro; Racconti africani, a cura di Cristiana Pugliese, Terra Nuova, Roma, 1989.

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4 risposte a “Come bossoli scheggiati”

  1. Grazie per questa recensione

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    1. Grazie per averla letta!

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