Quello di individuare le differenze che corrono tra una persona e l’altra è spesso un gioco. Un naso più camuso contrapposto a un profilo aquilino, una rigogliosa chioma bionda messa a paragone con una selva di ricci scuri e ancora una passione smodata per lo sport e un’altra altrettanto intensa per la lettura, la cucina, il giardinaggio, le parole crociate.
Accade però che questo gioco si colori di sfumature inattese e pericolose. Ciò avviene perché alcune caratteristiche vengono percepite come innocue mentre altre come identitarie. Ed ecco che, di fronte allo spettacolo di qualcuno che mette in mostra tratti personali che mal si sposano con i propri, la farsa si trasforma in dramma.
Sarebbe increscioso discriminare qualcuno per i suoi gusti a tavola, ciò peccherebbe di buon senso e di quella capacità di adattamento all’ambiente che si ama definire “saper stare al mondo”. Tuttavia, nel momento in cui un divieto religioso, puta caso, impedisce a qualcuno di consumare uno specifico alimento durante un altrettanto specifico momento della giornata, si assiste all’apertura del cielo in due spicchi con tanto di discesa di roboanti e nauseanti occhiatacce, sospetti e, a volte, lamentele.
Basta poco, anzi pochissimo, per mettere sul chi vive chi si sente poco stabile sui propri piedi. Un orientamento sessuale, una preferenza politica, un’ideale più o meno condiviso dalla maggioranza dell’opinione pubblica e addirittura il semplice colore della pelle.
L’instabilità chiama l’adunata, l’adunata porta a far quadrato e, gli antichi romani lo sapevano bene, nella formazione a testuggine ci si sente invincibili, spregiudicati e, spesso, tracotanti.

«Hai freddo, hotnot?» lo schernì l’uomo con la luce.
Il meticcio non rispose. Aveva paura, ma la sua paura era mista a una testardaggine, che gli impediva di rispondere.
«Non ha freddo», disse il quinto del gruppo. «Sta tremando di paura. Non è così hotnot

L’agrumeto è un racconto breve scritto dall’autore sudafricano Alex La Guma. La vicenda prende le mosse da un fatto di cronaca che aveva scosso la sensibilissima opinione pubblica di un regime che aveva reso la segregazione razziale non solo legge, ma anche una sorta di distorto motivo d’orgoglio. Un insegnante né bianco, né nero, nell’opera definito meticcio, si era trovato nella pessima situazione di dover criticare l’operato di un pastore protestante boero, cioè un membro di spicco di quella strana pianta nata, cresciuta e avvinghiatasi in Sudafrica, ma da semenza olandese. I boeri, i bianchi, parte di quell’establishment che aveva costruito l’apartheid mattoncino sopra mattoncino, non avevano potuto accettare un simile affronto. Ma come, si saranno detti sbigottiti e con tono un po’ paternalistico, da quando in qua un hotnot – termine dispregiativo utilizzato parimenti per meticci e neri – ha il coraggio non solo di criticare il nostro operato, ma anche solo di soffermarcisi sopra, capirlo, ponderarlo? Da quando in qua ragionano come noialtri scimmie dall’incarnato pallido?
Il seguito di questo pensiero, per il lettore contemporaneo, non è scontato: l’insegnante venne convocato da chi di dovere, aggredito e ucciso. L’arte di dare esempi non era e non sarà mai un’esclusiva dei docenti, a quanto pare.
La Guma, attraverso una narrazione ironica e per certi versi sprezzantemente brutale, racconta un singolo evento di questo scandaloso avvenimento. Ossia descrive l’attimo in cui la banda degli assalitori, un gruppo di contadini boeri piuttosto ignoranti e rozzi, trascinano attraverso un sentiero di campagna che si snoda all’interno di un agrumeto il povero malcapitato, già privato della sua libertà in quanto insalamato come un temibile prigioniero di guerra.
Egli, forse l’unico essere umano presente in scena, trema per il freddo e per il terrore, benché non voglia dare a vedere di essere spaventato da quei bruti che lo hanno trascinato a forza fuori dalla sua abitazione. Trema, quindi, e in silenzio non risponde alle provocazioni degli aguzzini che lo interpellano di continuo in modo volgare ricordandogli la sua posizione all’interno della gerarchia sociale. Lui, un meticcio, nulla può osare contro un baas, un padrone, un bianco. E che se lo metta in testa presto, così da evitarsi figuracce e un inasprimento della pena. Qui si illumina, a sprazzi, la brillante ironia dell’autore: la violenza futura è solo accennata, quasi accantonata nelle pagine del racconto. Si intravede e mostra solo per allusioni, anzi, le minacce degli aguzzini suonano così fuori luogo da apparire svuotate dall’interno.

«Aspetta un momento», disse il capo con falsa noncuranza. «Non è muto. È solo un furbacchione di hotnot, uno di quei boscimani istruiti. Ascolta, hotnot», disse ora con rabbia al meticcio. «Quando un baas ti parla, tu devi rispondere. Capito?»

Il lettore dell’insegnante non può sapere neanche il nome. L’improvvisato squadrone della morte, data la sua pochezza mentale, non può che oggettificare la vittima per distanziarsi dal prossimo delitto. Il docente è solo un essere inferiore che si è macchiato di una colpa gravissima ed è quindi loro responsabilità correggere la traiettoria della storia. La difesa morale del prigioniero si condensa nel silenzio ed è per questo che la sua condotta risulta inaccettabile e sfrontata. Il cortocircuito è presto esposto: lui, che parla l’inglese meglio dei suoi carcerieri, è istruito e di buone maniere, così facendo si dimostra il contrario di quanto dovrebbe essere. Il suo moderato rifiuto di partecipare alla scena è un affronto, significa che non è disposto a ricoprire il ruolo che altri gli hanno ritagliato addosso. Ciò espone il fianco dell’azione al ridicolo, la spedizione punitiva viene così resa una macabra pagliacciata.

Il cane ricominciò ad abbaiare nella fattoria, che stava al di là della piccola valle e che non si riusciva a distinguere, perché si trovava sul lato in ombra della collina. «Quello è Jagter», disse l’uomo con il fanale. «Mi chiedo che cosa lo infastidisca. È un buon cane da guardia.»

Poi, il tocco geniale. La firma del grande autore in una storia che, purché ben scritta, poteva confondersi nella moltitudine delle sue sorelle. A ridosso del finale, mentre l’aroma pungente e pervasivo degli agrumi si diffonde nella radura quasi a invitare alla pace, un cane inizia ad abbaiare. L’uomo con il compito di fare luce agli altri, dotato di un fanale dalla scarsa potenza, si arresta e si fa pensieroso. Lui, il più vicino alla luce, in un certo senso il portatore stesso della luce, dimostra di possedere una sensibilità tanto invidiabile quanto grottescamente fuori luogo. Benché non abbia mai chiamato per nome la vittima che trascinano nel fango, ha in serbo per il cane pensieri e parole dolci. Innanzitutto, ne usa il nome proprio, Jagter, come a sottolineare quanto sia superiore ai neri e ai meticci. In secondo luogo, se ne preoccupa: ma come, nessuno si sta prendendo cura di questo animale angosciato che, in una notte come quella, abbaia alla luna senza posa? Non se lo merita, quel buon cane da guardia, anzi, non merita proprio questa miope e gretta indifferenza degli esseri umani. Povera bestia! deve essergli passato per la mente mentre alzava il braccio per percuotere un povero innocente allo stremo delle forze.
Ma, ormai, si è capito: per gli esseri umani il confine tra la vita e la morte, tra il bene e il male, non è che questione di impercettibili sfumature.

Dettagli

Photo by Bear Bear
Citazioni tratte da L’agrumeto in Tra un bicchiere e l’altro; Racconti africani, a cura di Cristiana Pugliese, Terra Nuova, Roma, 1989.

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2 risposte a “Questione di impercettibili sfumature”

  1. Alex La Guma, sembra interessante. Buona domenica

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    1. Merita una chance di essere approfondito, è vero!

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