Il mondo privato, nella sua accezione più larga in assoluto, è sotto assedio. Le balliste della pubblicità, gli arieti delle multinazionali del campo della comunicazione di massa e i trabucchi dell’accettazione più o meno passiva dei consumatori di tutte le dinamiche che li hanno resi tali hanno circondato il forte e, presto o tardi, si vedranno stormi di cornacchie a volteggiare tra i bastioni rimandando verso il suolo riflessi color ebano.
Non è una catastrofe, non è l’avvisaglia di una qualche apocalisse moderna. Non è un cataclisma, né la fine del mondo o il Giorno del Giudizio. È un assedio, come tanti ne sono avvenuti nella storia umana. Città maestose e tentacolari sono state costruite, cancellate dalle carte geografiche, piante, dimenticate e ricostruite altrove. Sì, a volte con un nome diverso e da popolazioni di altre etnie, lingue e cultura, ma, immancabilmente, altrove tornavano a fiorire quelle mura che, in un imprecisato futuro, sarebbero state nuovamente prese d’assedio.
Quel che oggi appare evidente, ieri era frutto di spericolate e appassionate discussioni. Quel che oggi appare in discussione, sarà domani l’evidenza che farà sorridere i nostri discendenti di tanta miopia. Tra le ziqqurat ci si è chiesti come affrontare la vita sacrificando prigionieri di guerra di paesi vicini devastati dalla violenza; sulle Colline del Chianti un aruspice etrusco ha di sicuro domandato agli dèi cosa farne della propria vita osservando il volo e poi le interiora degli uccelli; in un loft moderno, a pochi passi da un albergo di lusso, tra un negozio di alimentari aperto ventiquattro ore su ventiquattro e un compro-oro dall’insegna sbiadita un signor Nessuno ha, oltre ogni ragionevole dubbio, sottoposto a un’intelligenza artificiale qualsiasi la stessa, benché riformulata, fatidica domanda: Chi sono? Dove sto andando e perché?
Che la risposta non sia un tatuaggio evidente con su scritto Vendesi al miglior offerente.
Semplicemente, abbiamo appreso in parallelo a dubitare delle identità assolute, semplici e sostanziali, tanto sul piano collettivo quanto su quello individuale. Le culture «lavorano» come il legno fresco senza mai costituire delle totalità compiute.
Identità, etimologicamente, significa uguaglianza. Deriva dal termine latino identitas, da cui deriverà anche identico, che a sua volta derivava da idem, ossia “medesimo, stesso”.
Ricercare la propria identità non significa esclusivamente capire cosa ci riesca bene o cosa male, quali siano le nostre predisposizioni, i nostri talenti, oppure le nostre tragicomiche mancanze. L’identità posiziona, identifica, circoscrive un luogo d’appartenenza. Conferisce dei contorni e dei confini a qualcosa di volatile e sfuggente come quella somma di tratti caratteriali, esperienze, aspettative e un allegro miscuglio di chissà quant’altre diavolerie che definiamo persona. L’identità, quindi, può essere vissuta come un appiglio necessario, non tanto come il chiodo dell’alpinista, quanto il tetto accogliente di una baita durante una tormenta. Per sua stessa natura, cerca somiglianze e differenze in ciò che la circonda. Seleziona, scrive, sottoscrive e reinterpreta l’ambiente circostante per scovare delle costanti e delle instabilità, dei potenziali alleati come dei possibili nemici. Non è intrinsecamente tirannica, anzi, è sfaccettata al punto che comprenderne la trama variopinta a mo’ d’un costume da Arlecchino ne depotenzia le assurde pretese di controllare ogni aspetto della vita, propria come altrui.
Al contempo, l’identità non può essere monolitica e pura. È necessariamente influenzata dalla biologia, che si presenta nella stanza negli abiti selvatici della natura o in quelli più borghesi della genetica, e dalla cultura, con i suoi cappellacci di colore diversi ognuno con una propria ideologia dominante.
È un costrutto sempre in fieri, in divenire, che non arresta mai il suo corso. Da ottimo fiume quale è, si proietta verso il mare attraversando sterminati biomi e di essi si veste, sporca, macchia, infanga, dando prova del suo transito e del suo essere materia senziente.
Anche questa, come tante altre nozioni, è stato scoperta e piuttosto di recente – se si considera la storia umana nel suo complesso. Ancora nel pieno Novecento si sviluppavano polemiche accesissime tra rinomati e autorevoli studiosi che si accapigliavano quando si trovavano nella spinosa posizione di dover stabilire se ci comportassimo in un certo modo a causa del nostro genoma oppure dell’educazione ricevuta in società.
Ciò che può spaventare, soprattutto in chi crede che l’identità sia un idolo da proteggere dalle invasioni barbariche, è il carattere profondamente ambiguo della stessa. Ma come, la sua etimologia è chiara: medesimo, stesso! Il suo compito è darci dei confini, dirci chi siamo, stabilire delle connessioni con il mondo e il nostro gruppo di appartenenza! Non può essere ambigua e relativa, non può cambiare a seconda del vento che tira, oppure a causa di un cambio di prospettiva! L’identità è, punto.
Se non fosse che niente è-punto. Che i valori mutano, si spezzano e rimodellano in sagome sempre vagamente o chiaramente diverse. Che la forma mentis si plasma e riplasma alla luce degli avvenimenti quotidiani, dei traumi, delle grandi gioie e soddisfazioni, degli incontri decisivi di quel teatro stupendo che è l’esistenza. Quindi, sì, l’identità è un luogo di definizioni e confini che pur rimangono in parte sbiaditi. È un luogo in cui, più si tenta di aumentare la risoluzione dell’immagine, e più si scopre che c’è tanto da fare, tanti pixel da aggiustare quante stelle sono nel cielo da ammirare. Pertanto, appare indiscutibilmente sciocco e puerile – di quell’infantilità non divertente, ma petulante, dei bambini capricciosi – arroccarsi a difendere un’identità fissa che non esiste.
Sarebbe come promettere fulmini e saette a chiunque osi modificare il castello di sabbia appena modellato sulla spiaggia. Sì, proprio quel castello che la risacca ha accorciato di un piano e una torre d’avvistamento. Proprio quel castello che ha dimostrato esemplarmente l’inutile speranza riposta in uno stampo unico e inimitabile, solido e duraturo.
L’identità, in questo senso, non è la somma dei castelli che si sono salvati dal mare, né tantomeno quella del gruppo che è stato abbattuto dalle onde. L’identità parrebbe, a questo punto, la sabbia stessa assieme alle possibilità di essere modellata che suggerisce.
La ricerca spasmodica di un’etichetta da attribuire ad altri oppure a sé stessi sembra tradire la paura di riconoscersi fallibili e perfettibili, cioè umani. Eppure, è ben noto che una delle caratteristiche salienti del genere umano è la resilienza. Non siamo cristalli di Boemia pronti ad andare in mille pezzi al minimo urto, ma figurarci tali di continuo ha la capacità di pungerci i nervi neanche stessimo ospitando una colonia di api assassine nell’encefalo.
La quete alla ricerca dell’identità non è una missione fatta per essere compiuta. A meno che, ovviamente, non ci si voglia sostituire alla Dama Bianca e usarne la falce a piacimento.
Ciò non significa che non debba difendersi dagli assedi, sia chiaro.
Dettagli
Photo by Hermann Wittekopf – kmkb
La citazione è tratta da Nonluoghi, M. Augé, eléuthera, 2024.
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