Quando si pensa non si ragiona sul modo di pensare; quando si vive, si ha esperienza diretta del vissuto. Se il fenomeno è ciò che appare ai sensi e all’intelletto – tutto quanto, quindi, si può toccare, odorare, udire, gustare, dire e fantasticare – il noumeno è ciò che esiste al di là dei nostri mezzi di registrazione: è, in parole povere, l’esistenza in sé.
Il fenomeno è conoscibile? Perlopiù sì. Mentre il noumeno? Non davvero. Eppure, lo si può raccontare, cioè approssimare in una forma che sia digeribile per intuirne i contorni, le forme, i colori.
Re singolare senza corona
Quella di Pietro era una piccola corte contadina. Il Rosso era il buffone, Namu lo stregone, Lia la principessa triste, e Pietro un re in esilio, cacciato via da una stupida moltitudine che non era stata capace di comprenderlo, o semplicemente l’aveva giudicato troppo vecchio.
L’idea mi piacque. La trattenni, ci lavorai su.
È emblematico che il libro in cui appare una storia di formazione esistenziale e una vicenda d’amore burrascosa e sui generis prenda il titolo da un personaggio secondario il quale, a conti fatti, appare per un modesto numero di pagine. Il trono di legno che spicca sulla copertina dell’opera di Sgorlon è il seggiolone sul quale Pietro si siede quando, nell’ambiente dell’abitazione di Cretis in cui abita con la nipote Lia, l’amerindia Namu, il cacciatore solitario Rosso e il protagonista Giuliano, nelle lunghe notti di veglia si accinge a raccontare le storie che ha vissuto, con il corpo e la mente. Una mescolanza inestricabile di fantasia e realtà rende possibile la serenità e il coinvolgimento di chi assiste alle sue rievocazioni nella “stanza dei racconti” e, al centro, come un totem tribale, si trova proprio quel seggiolone che tanto sembra il trono di un re contadino, come se ne possono trovare molti nel mondo e nei miti classici.
Pietro, il vecchio patriarca della casa-fortezza di Cretis, è un uomo ormai anziano, ma mai domo. Deve avere circa un’ottantina d’anni, la sua chioma è bianca come quella di un antico saggio e la sua voglia di lavorare e di trasformare attraverso l’azione il mondo non è paga, sazia o diminuita dall’aumentare dell’età. La vicenda è ambientata nei primi decenni del Novecento, ciò significa che l’uomo è nato tra le ceneri dell’età napoleonica, un’epoca storica che, al lettore moderno, già sembra far parte di un universo distante e irraggiungibile. Dalla caduta di Napoleone I, Pietro ha avuto modo di coesistere con i moti carbonari, con l’epoca reazionaria e conservatrice della Restaurazione, con i moti del quarantotto, le guerre d’indipendenza, l’impresa dei Mille, l’unità d’Italia e giù fino alla crisi di fine secolo, all’assassinio del re Umberto I di Savoia, alle chimeriche sirene della Belle époque e al disastroso epilogo della Prima Guerra Mondiale. Pietro, dunque, ha attraversato alcune tra le pagine più dense e significative della storia europea e umana nel complesso, senza però posizionarsi in un campo o in un altro. Questo perché, durante quasi tutta la sua vita, è stato un viaggiatore, un esploratore e un forestiero. È stato un cercatore d’oro nelle disperse contrade del Canada e degli Stati Uniti, un costruttore di ferrovie e binari nella gelida Siberia, un uomo bianco e singolare in mezzo alle tribù amerindie che faticosamente sopravvivevano nell’America Latina sulla quale il colonialismo imperialistico europeo aveva di nuovo stretto i suoi artigli rapaci e implacabili.
In ogni luogo ha vissuto condividendo il cibo con gli autoctoni, ha conosciuto servi, lavoratori e padroni dei quattro angoli del globo, ha dormito nel fieno, sui materassi e sulla nuda roccia, ha amato donne di ogni etnia e con ogni tipo di passato sulle spalle e ha così disperso il suo seme come un contadino disattento durante una burrasca.
L’evento che lo ha fatto tornare sui suoi passi, ossia ciò che gli ha consentito di riscoprire le sue radici e un silenzioso ma non assente desiderio di stabilità, è stato l’incontro con le due piccole nipotine, Flora e Lia, i frutti insperati di uno dei suoi tanti figli in perenne diaspora. Egli, quindi, facendosi carico delle due creature, comprende che il tempo del viaggio è per lui terminato e che deve consentire loro di crescere in un ambiente sorvegliato da quattro pareti e da un tetto sulla testa. L’ultima tappa è quindi Cretis, là dove le bimbe possono procrastinare un po’ la crescita senza per forza dover marciare senza tregua sotto lo stesso cielo, ma visto da continenti sempre diversi.
Ed è così che inizia l’esilio di Pietro, re singolare senza corona, senza titoli e ricchezze, con l’eccezione delle sue variopinte e caleidoscopiche esperienze.
La cassa di risonanza
«Ognuno di noi crede di essere libero di scegliere la propria esistenza, ma non fa altro che seguire orbite prestabilite»; oppure: «Noi riteniamo di vivere la vita come individui separati da tutto il resto. Ma in realtà è la vita che vive per mezzo nostro. Noi non siamo che attimi insignificanti della sua eternità.»
Benché non abbia studiato nel senso tradizionale del termine, Pietro è capace di comunicare per aforismi e citazioni che pare attingere da un bacino scavato nell’inconscio collettivo della specie umana. Poche sono le parole che utilizza, al di fuori della “stanza dei racconti”, e dà l’impressione di centellinare i suoi interventi per non sciuparli, per non fare in modo che la frequenza e la quantità li rendano comuni, quotidiani e ordinari. Ciò accade perché Pietro sa bene quanto l’abitudine sia una stanza difficile da abitare, comoda, sì, ma capace di nascondere dietro un velo ingannevole la maggior parte della vasta gamma di sensazioni-emozioni-pensieri che può scuotere l’animo umano.
Il suo raccontare non vuole metterlo al centro dell’attenzione, non è un mestierante, un professionista della parola. Pietro è un ricettacolo, un catalizzatore e un moltiplicatore di esperienze. Al dato reale, fenomenico, tenta di congiungere quello essenziale, noumenico. Egli non è che una delle tante fibre dell’universo, ma una fibra che della sua musica risuona. È anche, dunque, una cassa di risonanza, un amplificatore terreno.
L’esistenza si fa beffe del tempo fisico. L’esistenza si riproduce attraverso la vita delle creature che si agitano in ogni angolo del cosmo. Questo Pietro lo sa, pertanto le sue frasi sibilline e profetiche non derivano da un lungo percorso di studi accademici, bensì dall’aver visto, conosciuto e patito l’umanità là dove era possibile raggiungerla. Pietro non reputa di seguire un copione scritto da altri, ma di assecondare le orbite di un destino circolare che tende a ripetere, ripetere, ripetere. Alla pace succede la guerra che porterà a una nuova pace. Non svaniranno l’odio, il rancore, la gioia e l’amore. Gli elementi fondamentali, archetipici, sono presenti sul tavolo fin dall’uscita dal brodo primordiale ed egli, come il Bagatto o Mago dei Tarocchi, non fa altro che sfruttarli per mostrare brevi scorci e immagini di quel che davvero è la vita.
Il fascino che l’uomo emana è totalizzante per chi lo conosce e ha la fortuna di sentirlo raccontare. Del resto, quelle narrazioni formano il raccordo essenziale che la civiltà contadina e artigianale sta custodendo nel tempo del trionfo delle macchine e della velocità. La tradizione orale scompare assieme ai re contadini e pastori e alle loro serenate alla luna, quel che rimane sono braccianti poveri e operai disperati alla ricerca di un tornio meccanico sul quale rompersi la testa nelle industrie della pianura.
Sta sudando davvero
Pietro credeva al carattere magico della realtà. Ma in essa la cosa più magica era la parola, con la quale si poteva provocare qualunque sentimento. Le esperienze di Pietro per me non esistevano se lui non le traduceva in parole. Quando lo faceva, era come se esse diventassero mie, vivessero anche in me, cessando di essere soltanto due.
Giuliano è incapace di incasellarsi in un ruolo. Fin da piccolo sognava di diventare un esploratore e di non accontentarsi di nessun luogo. Eppure, benché di viaggi ne compirà davvero, spesso al seguito di Flora, si rende conto che questa attrazione per l’alterità non si deve tradurre, in lui, in spasmodica fuga verso i territori più inaccessibili dei punti cardinali. Il suo compito, sulla scia di Pietro, è quello di utilizzare il linguaggio – e quindi la parola – per riconnettersi al flusso dell’esistenza nella sua interezza. Ha provato ad amare due donne: le ha perse entrambe. Ha provato a scoprire le sue origini: non hanno fatto altro che ammantarsi di nuove incognite. Ha provato a vivere al passo con i tempi: ha scoperto di essere un’anima antica, figlia e ancora legata a quella società contadina e artigiana che andava tramontando. E se, dunque, la vita vissuta, fenomenica, non fosse altro che un’illusione? Un bel sogno dal quale svegliarsi una volta divenuti adulti ed esperti dei fatti del mondo?
Sarebbe una conclusione ben triste e, a conti fatti, povera. Ebbene, che fare? Non dire quello che non era mai stato detto prima, sarebbe stato impensabile e forse impossibile, ma dire e basta. Rievocare. Rendere vera la fantasia. Del resto, il bambino che si emoziona ascoltando la vicenda del Pifferaio di Hamelin sta provando una sensazione reale e la banda di scalmanati che si lancia contro un albero fingendo di trovarsi di fronte al maestoso Moby Dick si sta divertendo sul serio. Sta sudando davvero, si sta agitando davvero, sta, in fondo, vivendo davvero.
Pietro era un re dei racconti, anche se aveva pochissimi ascoltatori. […]
Dunque, l’avventura da me cercata, la festa lontana non avevano altro luogo che nel mondo della parola.
Alla corte del re dei racconti adagiato sul trono di legno, Giuliano si scopre. È pronto per esserne araldo. È pronto per esserne erede. Con tutto quel che comporta mentre le nuove macchine scuotono la terra con i loro rombi che sanno di sinistro progresso.
Mi sembrò di essere sulla strada di una grande scoperta. Fui certissimo che Ismaele era più vero e reale di tutti gli altri marinai di ogni tempo, fantasmi insignificanti i quali non avevano fatto altro che ripetere un antico modello. Anch’io, anch’io ero soltanto un’ombra affascinata dai miti e dalle avventure. Attraverso la fantasia avrei potuto vivere e raccontare tutte le avventure del mondo, mentre viverle veramente, ora, mi avrebbe soltanto generato un sentimento di noia e ripetizione.
Dettagli
Photo by Jay Gomez
Tutte le citazioni sono tratte da Il trono di legno, C. Sgorlon, Mondadori, 1973.
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