Sogni e poesia sono sempre andati di pari passo. Spesso, erano entrambi considerati i segni della benevolenza di una divinità, tale da rendere una persona comune un oracolo, un saggio, un vate in grado di indicare la via migliore per concretizzare un futuro radioso. Ciò perché i sogni divenivano visioni, vaticini e premonizioni, mentre i versi parlavano direttamente all’animo umano, spronandolo a diventare la sua versione migliore. Tuttavia, coloro in grado di interpretare e produrre questi segni molto rispettati, non erano sempre considerati alla stregua di tutti gli altri: erano guardati con sospetto-e-ammirazione, con occhi estatici e circospetti. Erano, con qualche forzatura, degli emarginati privilegiati.

Sull’altra riva del fiume

Hermann Hesse, ne Il poeta, racconta la vicenda di un uomo cinese chiamato Han Fooc. Egli, nato in un villaggio rurale, ha da sempre covato la passione per la poesia, tanto da giungere in breve tempo, sulla soglia dei vent’anni, a essere considerato un versatore di talento quasi al pari dei propri maestri. Non c’è una nuvola di preoccupazione sulle sue sopracciglia e l’unico vero obiettivo che si è fissato per il futuro è quello di perfezionare la sua arte fin dove è possibile. Ha intenzione di raggiungere delle vette inesplorate e di essere il cantore di quanto esista di bello, interessante, gradevole e significativo al mondo.
I genitori, che per questo figlio sensibile e talentuoso stravedono, gli organizzano un matrimonio combinato, come da prassi, per accasarlo e garantirgli un’ottima dote. Han Fooc non è contrario, anzi, la giovane che dovrebbe sposare lo ispira e gli riempie il petto di nobili e amabili sentimenti. Tuttavia, poco prima delle nozze, durante una festa del villaggio, si ritrova sull’altra riva del fiume a osservare i divertimenti e le attività dei suoi compaesani come uno spettatore esterno. Dissociato, come in un sogno, ammira la vita di tutti loro e sa che partecipare a quell’evento sarebbe in grado di entusiasmarlo e farlo gioire, eppure, qualcosa lo trattiene al di là della riva: la grazia della scena nel suo complesso. I fuochi, la luna e le stelle che si riflettono nell’acqua dolce, le risate e gli schiamazzi degli amici e della futura moglie e il clima di festa lo invitano, sì, ma al contempo lo irretiscono al punto da fargli pensare perché partecipare quando posso immortalare questa scena in una poesia sublime?

Il giovane si sentiva battere forte il cuore in petto mentre, spettatore solitario ed obbediente al proprio capriccio, contemplava tanta bellezza. Desiderava, sì, tornare sull’altra riva, essere tra gli altri e, al fianco della sposa e degli amici, godersi la festa, ma ancora più bramava continuare ad assistere da distaccato spettatore, per poi comporne una poesia assolutamente perfetta, in cui fossero il blu della notte e i giochi di luce dell’acqua, la gioia degli ospiti e l’ardente desiderio del silenzioso osservatore, appoggiato al tronco dell’albero sulla riva.1

La scissione interiore che lo colpisce è tale da confondere i confini tra il sogno e la realtà. Han Fooc, vagamente confuso, sente la voce di un uomo e nota che, accanto a lui, adesso c’è un signore piuttosto anziano dall’aspetto venerabile, saggio e pacato. Egli, con tono gentile ma fermo, gli dà un suggerimento. Vieni dove vivo, in una capanna lungo il fiume. Lì potrai approfondire l’arte poetica. Han Fooc, al suo risveglio, ma di un risveglio si tratta davvero?, compie l’impensabile. Si reca dal padre e gli chiede di posticipare il matrimonio di almeno un anno, così da avere il tempo di dare tutto sé stesso a quei versi che sono la sua vera ragione di vita. Dunque, ispirato dalla visione onirica, senza sapere se davvero troverà la capanna dell’anziano, si mette in viaggio lasciandosi alle spalle il villaggio.

Occasioni che mai più si ripresenteranno

Il giovane trova l’abitazione proprio dove avrebbe dovuto essere e lì lo attende lo stesso uomo visto in precedenza. Han Fooc è ansioso di cominciare il suo apprendistato, ma l’anziano non ha intenzione di bruciare le tappe e prima di tutto gli vuole insegnare delle abilità che reputa propedeutiche alla composizione poetica. Ossia, gli insegna i fondamenti della musica, partendo dal liuto, passando poi alla cetra, al flauto e così via. Han Fooc asseconda lo stile del maestro, prima per rispetto, poi perché ne comprende davvero l’utilità. Anzi, allo scorrere dei giorni, delle settimane e dei mesi, si ritrova a mettere in discussione tutte le poesie che ha scritto fino a quel momento. Adesso gli sembrano vacue e del tutto indegne delle lodi che avevano pur ottenuto. Meno compone, più si affina il suo occhio; più suona, più coglie l’inadeguatezza della propria penna.
Ciononostante, il giovane è fatto di carne e sangue e non può rimanere indifferente allo scorrere del tempo. La nostalgia del villaggio natio lo coglie di sovente e, in tre occasioni, addirittura lo porta ad abbandonare il maestro alla volta del ritorno. I tre tentativi, però, sono uno più deludente dell’altro e, anzi, si risolvono in fughe sempre più brevi, tantoché, durante la terza, non riesce nemmeno a superare la valle in cui vive con il suo maestro. In più, Han Fooc non è solo animato da buone intenzioni e sentimenti trasparenti. Il suo apprendistato procede, ma egli percepisce al contempo la mole di quanto sta perdendo: occasioni che mai più si ripresenteranno. Una famiglia, dei figli, un lavoro pratico, le feste del paese, tutto scorre nel suo immaginario e, per terribili istanti, lo fanno vacillare come schiaffi. Del resto, la domanda è dietro l’angolo: vale la pena sacrificare la vita per imparare a descriverla poeticamente? Non c’è un controsenso palese in ciò? Eppure, Han Fooc rimane con il maestro.

E mentre confrontava tutto ciò che vedeva con i propri occhi e l’immagine che se n’era fatta indottavi dalla nostalgia, gli risuonava palese che era destinato alla poesia, e s’avvide che nei sogni dei poeti albergano una bellezza e una grazia che invano si cercherebbero nelle cose concrete.2

Questo è ciò che il ritorno gli ha insegnato: che il mondo della fantasia e quello della realtà hanno ben poco in comune. Che vagheggiare e idealizzare è superiore al vedere. Non in senso assoluto, ma per lui, proprio per lui, corpo umano dal nome di Han Fooc. Ebbene, di fronte a questa consapevolezza non c’è più dubbio che tenga: è e deve essere un poeta. Non è fatto per condurre una vita come tutti gli altri.

Domande malposte

Han Fooc si getta a capofitto nella musica e nella composizione. Il maestro lo segue con poche parole, mostrandogli la via con l’esempio indiretto e non con le istruzioni. Senza che il giovane se ne accorga, le sue membra iniziano a cambiare, le rughe a scavarglisi sul volto, i capelli ad allungarsi, brizzolarsi e, infine, incanutire. Perché l’arte, quando è vissuta nella pienezza delle sue possibilità, è un rapimento. Quando vi si dedica sé stessi sa comportarsi come un sequestratore nobile, ma non per questo meno inflessibile e severo.
Un giorno, Han Fooc si sveglia e il maestro non c’è più. Pur cercandolo in ogni dove, non lo trova. Si tocca allora la faccia, si specchia nell’acqua, si rende conto di quanto tempo sia davvero trascorso. Ormai solo, si reca di nuovo al suo villaggio, ben consapevole che le vecchie generazioni siano tornate alla terra e che tutti i suoi coetanei siano ormai anziani come lui. Casualità vuole che riesca ad assistere nuovamente alla festa, proprio quella ricorrenza che gli aveva consentito di sentire la voce del maestro la prima volta. Stavolta è davvero sull’altra riva del fiume, nel senso più letterale del termine. Non è più un membro di quella comunità e la sta davvero ammirando da lontano, come uno straniero.
Infine, decide di mettere a frutto lo sforzo di tanti decenni. Inizia a declamare dei versi e ad accompagnarsi con i suoi strumenti. Le persone accorrono, emozionate e commosse, e lo guardano proprio come un tempo egli aveva guardato il suo maestro ormai scomparso. Perché, ormai, il maestro è lui, proprio Han Fooc, il quale, a costo di una vita comune, ha ottenuto il dono fugace di pizzicare le corde del cuore dei suoi simili.

Han Fooc sorrise tra sé e sé. Guardò il fiume in cui tremolavano le immagini speculare delle mille lanterne; e quando non riuscì più a distinguere tra i riflessi e gli oggetti reali, nell’animo suo non seppe più trovare differenza tra questa festa e quell’altra, la prima, quando era stato lì, in quello stesso posto ed era giovane, e aveva udito le parole del maestro sconosciuto.3

Sogno o realtà? Sacrificio degno oppure inutile? Agli occhi del poeta queste due domande sono malposte. È dove avrebbe voluto essere. Fa quel che avrebbe voluto fare. Nonostante la fatica, anzi, grazie proprio a quegli sforzi che, a volte, lo hanno portato a mettere in dubbio le sue scelte.

  1. pp. 210-211, Leggende e fiabe, H. Hesse, Newton Compton Editore, 1988, Roma. ↩︎
  2. ivi, pag. 214. ↩︎
  3. ivi, pag. 216. ↩︎

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