I generi letterari sono delle costruzioni fatte di tanti mattoncini. Essi hanno forme, colori, proprietà diverse e, se inseriti gli uni sugli altri in una certa disposizione, fanno esclamare: ecco un romanzo fantasy, là c’è un racconto distopico e ancora oltre un poema cavalleresco!
I generi, a volte, possono diventare delle zone di comfort, difatti non è raro che i lettori si affezionino ad alcuni di essi trascurando un po’ tutti gli altri. Tuttavia, non sono costruzioni monolitiche, tutte d’un pezzo inscalfibile, e quei graziosi mattoncini possono essere disposti a piacimento anche per ottenere delle costruzioni che all’apparenza dovrebbero crollare, eppur resistono alla gravità.
Riverbero
Stanislaw Lem, con il suo Fiabe per robot, ha raggiunto un risultato ragguardevole. Innanzitutto, ha fuso assieme le caratteristiche di diversi generi letterari – la fiaba classica, il racconto d’avventura, la fantascienza, la satira sociale e il pamphlet – e, inoltre, li ha tessuti insieme con un’abilità per la quale, a volte, non si ha neanche l’impressione di trovarsi di fronte a un esperimento narrativo, bensì a una struttura già ben consolidata nel tempo e nella tradizione. A onor del vero, non tutti i racconti che compongono questa antologia riescono pienamente in ciò, a volte si ha la percezione di una prolissità innecessaria che sfocia nel desiderio di sfogliare la pagina e accogliere lo spazio bianco che indica la fine della storia. Ciononostante, non c’è un racconto all’interno del libro che non sia animato da un’idea brillante e arguta, che fa spesso da sfondo a una generale critica dei costumi della società contemporanea alla scrittura del libro stesso, cioè quella degli anni Sessanta del Novecento. Queste fiabe popolate da re giganteschi che occupano intere città e pianeti, che abitano stelle e galassie lontane e che si fanno intrattenere da cantastorie meccanici e servire da elettroguerrieri sono il riflesso, o forse il riverbero, di civiltà lontane che, a stringere, somigliano diabolicamente alla nostra. Certo, bisogna operare qualche spostamento, traslare qualche metafora o qualche allegoria fino a farla combaciare al presente, ma gli ingredienti per una bizzarra, a volte grottesca, e ben più spesso acuta satira ci sono tutti.
Ogni grande timore ha due facce
Il racconto1 che chiude la raccolta è imperniato sul tema della paranoia. In un pianeta lontano sta per cambiare regnante. L’erede al trono, un principe elettronico dal carattere volubile e capriccioso, si appresta a diventare il padrone assoluto dello stato. Egli è descritto spiritosamente come un buono a nulla vanesio, capace solo di apprezzare i falsi complimenti dei propri cortigiani e di crogiolarsi nei propri sogni di impossibile grandezza. Tantopiù che, essendo decisamente incapace, da solo non sarebbe in grado di fare nulla e soffre di paure ataviche che lo rendono un robot alquanto nevrotico. Essendo superstizioso teme tutto ciò che abbia a che vedere con le profezie e i vaticini e, da ottimo impostore, ha il terrore delle congiure. In quanto incapace, non può che temere il futuro e vedere dietro ogni angolo e dentro ogni ombra una possibile minaccia. Ciononostante, comportandosi da bambino infantile, cioè, da microchip mal programmato, è anche curioso e dunque, dopo aver reso illegali gli armadi-indovini e aver promosso una serie di purghe politiche di stampo staliniano, cade proprio nel fatale errore di chi si sente attratto da ciò che teme. Di fronte a uno di questi armadi non ancora dismessi – e il ritardo, secondo il re, è imputabile allo zio sedizioso e ribelle – decide di usarlo per ottenere una previsione. Non lo avesse mai fatto! Quel che è scritto in essa lo fa tremare in ogni circuito. Il contenuto, sottoforma di filastrocca, è chiaro da far spavento: i nemici del suo regno saranno nientemeno che i parenti, tutti, dal primo all’ultimo. Il re, allora, ordina all’esercito di uccidere e far sparire tutta la famiglia reale. Una volta compiuto il tragico atto, si sente tutto fuorché solo e mesto, anzi, è sollevato dall’incombenza di doversi preoccupare per la propria incolumità.
Tuttavia, nella mente di un inetto, la paura non può essere sradicata tanto facilmente. Perché essa non nasce solo ed esclusivamente da una fonte concreta, da un referente oggettivo e osservabile, bensì da un tarlo mentale e psicologico che lentamente erode la sanità mentale fino a condurre sulla strada della pazzia. Ogni pensiero disfunzionale, ogni grande timore ha due facce, come le medaglie: occuparsi della questione a metà non fa che lasciare libero il campo all’altra per incancrenirsi.
Ultimo bagliore disperato
Il re, trascorso un primo periodo di serenità, viene quindi raggiunto dai dubbi. E se qualcuno fosse sopravvissuto? Se altri volessero attentare alla sua Elettronica Maestà? Deve porvi rimedio, rendere la sua dipartita impossibile! Allora prende altre decisioni drastiche e irrevocabili. Prima si fa bullonare al trono, così da non poterne essere scalzato, poi, di giorno in giorno, si fa aggiungere dei nuovi arti che lo portano prima a essere grande quanto tutto il palazzo reale e poi a diramarsi come le radici di un albero in tutta la città. Egli è, ormai, la capitale stessa e il suo pensiero fluisce nelle stanze delle abitazioni come una corrente inesauribile. Ciò significa che la popolazione è evacuata e, in città, non rimangono che i fedelissimi: guardie reali e spazzini, con l’importante compito di evitare che il corpo di Sua Maestà s’impolveri e incappi in qualche malfunzionamento.
Adesso, sì, dovrebbe essere al sicuro. Chi potrebbe fargli del male? Ebbene, il re chiude gli occhi, di nuovo sollevato e soddisfatto per la propria geniale lungimiranza. Senonché un sogno malevolo fa capolino nel suo sonno. È un sogno di ribellione e sedizione, un sogno rivoluzionario in cui lo zio che ha epurato, lo stesso dell’armadio!, è intento a organizzare una grande congiura per detronizzarlo. Ma cosa può un sogno nei confronti della realtà? Tutto, a quanto pare, visto che da quel momento la vita del re diventa un incubo. Egli, solo e inetto, ogni volta che si addormenta dà seguito al primo sogno d’insurrezione e lì, come uno spettatore inerme, assiste ai preparativi che lo uccideranno. Allora, come ultima risorsa, decide di impegnarsi al fine di contro-sognare qualcosa che possa venirgli in aiuto: parate militari in suo onore, folle tumultuanti e inneggianti alla sua grandezza, un regno intero pronto a morire lealmente con il suo nome sulle labbra. Tuttavia, benché l’intenzione ci sia tutta, non è in grado di sognare questi elementi. Perché, in fondo, sa di non meritarli ed è egli stesso la causa della propria rovina. È un insicuro che maschera la propria debolezza esercitando un dominio ferreo e crudele; pertanto, non riesce neanche a immaginarsi nei panni del sovrano illuminato, amato e meritevole. Nel frattempo, il sogno ribelle cresce su sé stesso, creando una mobilitazione di popolo che sguscia nelle vie della città. Città che, è bene ricordarlo, è il re stesso.
Si giunge allo scontro finale e il sovrano è ovviamente impreparato. Dorme male da non saprebbe dire quanto, ormai non sa più distinguere la veglia dal sonno e, quel che è peggio, non sa quale scenario preferire: quello in cui soffre senza scampo, o quello in cui viene deposto e distrutto?
Si addormenta e la rivolta deflagra grandiosamente. Il re prova a fuggire, a rifugiarsi in un sogno amico, ma la rivoluzione lo insegue contagiando tutti i sogni possibili che il sovrano può immaginare. Preoccupazione, paranoia, terrore. Ormai esiste solo questo nella sua mente. Questo e la tremenda consapevolezza di una fine imminente. L’attività cerebrale della macchina è tale da generare un cortocircuito impressionante capace di bruciare i circuiti che costituiscono il corpo del re. Non ci sarà risveglio per lui, dunque. La capitale si spegnerà del tutto dopo un ultimo bagliore disperato, pari al grido di chi viene ucciso dalle proprie stesse cellule.
- Fiabe per robot, S. Lem, Mondadori, 2025. ↩︎




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