Il corpo è un alleato. Potrebbe essere riduttivo definirlo tale. È un mezzo, un ponte, una via d’accesso alla conoscenza della realtà. È quel complesso che ci radica alla vita e che ci connette all’humus condiviso da tutte le creature. Tuttavia, può anche essere un nemico e un infido bugiardo. Può promettere grandi risultati e deluderci sul più bello. Può mostrarsi intrinsecamente sgradito allo sguardo, tanto da desiderare interventi correttivi per architettare quel che madre natura non è riuscita a incasellare al posto giusto. Da filosofi e pensatori è stato considerato ora una gabbia, addirittura una vergogna, ora una benedizione e il più grande regalo che ci potesse essere fatto in quanto specie. Chi ha ragione? Chi torto?
Come spesso accade tutti e nessuno.

Come convivere con una deformazione evidente? Come sostenere sul fragile scheletro di un bambino il peso di una diversità evidente, manifesta e definitoria? È una delle tematiche alla base di Heaven di Mieko Kawakami, ad esempio, in cui il rapporto del protagonista con lo strabismo viene risolto in un’operazione che, andando a buon fine, cancella la macchia, l’onta e il simbolo pruriginoso della marginalizzazione. Al contrario, in Il corpo in cui sono nata, di un’autrice stavolta messicana chiamata Guadalupe Nettel, questo conflitto non giunge a risolversi in maniera tanto idilliaca. Badiamo bene a una considerazione: tutta la storia di Heaven ruota attorno a una complessa vicenda che vede per protagonisti due preadolescenti vittime di bullismo che nella diversità trovano un indizio fondamentale della propria identità, pertanto lo scioglimento finale, più che diradare la nebbia e indicare il letto caldo e imbottito per dormire sonni leggeri, pungola il lettore con l’intento di mostrargli quanto dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior. Per certi versi la vicenda autobiografica di Nettel riflette il cuore della citazione del Faber, sebbene in maniera diversa. Nata con un occhio pigro e un puntino bianco al centro della pupilla (che condividiamo) si è vista costretta fin dalla tenerissima età a sottostare a un rigido protocollo per evitare che questa condizione diventasse definitiva e le peggiorasse l’intera esistenza. Entrano così in scena le misure correttive applicate con zelo dai genitori: gli esercizi oculari, l’obbligo di indossare un cerotto sull’occhio sano per la maggior parte della giornata e la conseguente distorsione di oggetti, volti, strumenti e pagine di libri. Per tutta la primissima infanzia Guadalupe intuisce le forme più che vederle. Non osserva, bensì completa con l’immaginazione quel che l’occhio le nasconde. Oltretutto, ha un aspetto bizzarro supportato da una tendenza asociale che si trascinerà fino agli anni centrali dell’adolescenza. Camminare tra i palazzi del quartiere e per il cortile della scuola nelle vesti di un ciclope asimmetrico, suppongo, avrebbe influenzato anche gli animi più estroversi e socievoli. Questa condizione viene a decadere durante i primi anni delle nostre scuole elementari. Niente più cerotto, niente più esercizi. Ecco che i colori si spalancano alla sua cornea come se un pittore divino avesse in quel momento deciso di imbrattare edifici e terreni con la sua vernice speciale. Di fronte abbiamo una bambina di circa sei-sette anni. Quindi … tutto qui? Ovviamente no, il corpo è costituito di tante altre parti che possono essere al posto giusto quanto a quello sbagliato. E, segreto dei segreti, gli esseri umani sono animali singolari e, anche quando tutto è esattamente ordinato, rischiano di vedere un disordine insopportabile. Per una ragazza abituata a giocare a calcio con i coetanei è difficile accettare i pregiudizi culturali e le mutazioni del corpo. Non poter stoppare la palla di petto si lega indissolubilmente all’essere rifiutata dalla squadra del distretto per evitare figuracce con gli altri giovani calciatori e le loro famiglie. Quello che in un momento cruciale della vita è il suo passatempo preferito viene scortato forzatamente in secondo piano, come se lei, per motivi solo apparentemente logici e naturali, non avesse il diritto di praticarlo. Un corpo di donna che cresce ha le sue peculiarità: matura sessualmente prima di quello maschile, spigando come granturco mentre i propri amici sembrano ancora parodie di adulti con la voce in falsetto. Inoltre, gli ormoni comandano sensazioni nuove, ordinano misure straordinarie per imbrigliare il tumulto potente della preadolescenza. E se in casa vige la severa liberalità di una madre affascinante e di un padre carismatico? Questo involucro sgraziato rischia di apparire ben poca cosa, quasi una seccatura di cui si farebbe a meno volentieri.
Nel turbine educativo e politico degli anni Settanta, una bambina viene messa di fronte alle più coraggiose esperienze ideologiche del periodo: il sessantanove ha spalancato le porte alla rivoluzione sessuale, al consumo di sostanze stupefacenti e alla legittima messa in crisi dei poteri costituiti. Ma, in pratica, cosa significa? Che forse la relazione dei suoi genitori si sfalda a causa delle coppie aperte, che fin da piccola ha ricevuto, assieme al fratello, un’alfabetizzazione sessuale troppo franca e diretta, che nella sua scuola si pratica il metodo Montessori, che lo scontro tra le classi sociali è più vivo che mai, che, all’orizzonte, si profilano gli orrori delle tante dittature che hanno sconquassato nel secolo scorso l’America Latina. In fondo, Guadalupe mostra l’esplorazione di un bambino qualsiasi all’interno del grande mondo. Testimonia una presa di coscienza non edulcorata di quel che può accadere a tutti: un padre accusato di peculato che finisce in prigione, una madre che per ritrovare sé stessa prima tenta la via delle comuni e infine si trasferisce in un altro continente per rispettare le proprie passioni e inclinazioni, una nonna severa e conservatrice che capovolge l’educazione ricevuta a casa, dei rapporti umani che, senza tenerli stretti tra le dita, si sfilacciano e sfibrano andando a finire nel buco nero del passato e nell’impreciso magazzino della memoria. Così si fondono e confondono i tratti di una ragazza morta suicida nel palazzo di fronte che pur ha influenzato la sua crescita, del terremoto di Città del Messico che rischiò di cancellare come un diluvio universale le radici dell’infanzia e della lettera d’amore recapitata a un bel ragazzo che divenne motivo di ilarità tra bulletti.
Attraverso le tempeste domina la figura in continua crescita della protagonista. Attenzione, non domina perché superiore, forte e altera. Al contrario, domina nell’insicurezza, nella ricerca dubbiosa di sé, nella nuda e cruda esplorazione della vita. Non è un modello, benché possa risultare tale. È una persona, un individuo esemplare nella sua non-esemplarità. È il frutto di un tempo, di un luogo, delle relazioni, dei geni, dei traumi e dei traguardi.
In fondo, che non possa sostenere l’operazione e che il suo strabismo rimanga lì dov’è, alla luce di quanto è stato detto, non appare più così importante.

P.S. In questa umile postilla vorrei invitarvi a buttare un occhio, se siete lettori onnivori, ai cataloghi delle case editrici indipendenti. Se ne trovano delle belle.

Photo by Andriyko Podilnyk

3 risposte a “La crescita è una pianta strabica”

  1. A sapere spulciare o comunque anche solo essere attenti ad ogni nostro osservare qua e là, sempre: “Se ne trovano delle belle.”!

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    1. E chi meglio di uno strabico può spulciare bene ogni parte del campo visivo?
      Okay, freddura da nonno questa, chiedo venia.

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      1. da nonno a nonna 😉

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