Salutava sempre è il ritornello ironico che, spesso inconsapevolmente, accompagna il trapasso di qualcuno. Non è raro assistere all’assembramento di frotte di parenti, conoscenti e sconosciuti di fronte al microfono dei giornalisti di turno per celebrare con sagacia e intraprendenza la memoria dello scomparso. In queste tessiture di lodi smodate, e ancor di più nella semplice ripetizione di frasi fatte e circostanziali, prende corpo un umorismo che dovrebbe prima far sganasciare dalle risate e poi, sopraggiunta la riflessione, mutare in un bonario sorriso.
Se è vero che tutti gli spiriti ormai nell’aldilà salutavano sempre, cosa possiamo dire dei Grandi Autori cinti dall’alloro che hanno influenzato irreversibilmente il nostro modo di vedere le cose e di pensare? Diciamo per l’appunto questo, che la loro statura è tale da meritarsi i balconcini della Scala del Canone.
Tuttavia, come furono trattati in vita? Quale fu il riconoscimento che ottennero nelle mortali spoglie?
Lo scrittore, a detta della Treccani, è uno scrivano oppure un copista. Per estensione, qualcuno che scrive ispirato da altri. Nella sua seconda accezione è colui che compone opere con un intento artistico. Da ciò emerge che la dimensione economica è ignorata dai compilatori dell’esimia Enciclopedia e, personalmente, ben mi sta. Qualora venga sottintesa (o forse sono io a vedercela, faccio mea culpa) la natura disinteressata dell’arte scrittoria, non si fa cenno alla professione della scrittura, al mestiere dello scrittore, per citare un titolo di Murakami. Qui si potrebbe aprire un dibattito millenario sull’arte stessa, ma persone molto più competenti di me se ne sono occupate e dubito di poter aggiungere alcunché di intelligente alla querelle.
Il fatto è questo. Quella dello scrittore appare come un’attività lungamente praticata dalle umane genti, ma raramente ha assunto i connotati di una vera e propria professione. Se è vero che nella storia alcuni autori sono riusciti a vivere della propria arte (sebbene il loro numero sia più esiguo di quanto si pensi) e che oggigiorno avviene lo stesso (soprattutto per chi, sfruttando l’ampio bacino concesso dalla lingua inglese, configura la sua scrittore come fosse un processo industriale), è statisticamente irrilevante la quantità di questi successi al confronto con il coacervo di individui che del mondo sommerso dell’arte fanno più una professione di fede che altro. Anche nomi molto blasonati, ad oggi, non vivono esclusivamente delle proprie opere ma diversificano i guadagni spesso cambiando medium. Per essere molto venali e beceri si potrebbe affermare che i veri soldi, il sonante danaro, non circolino ampiamente nelle vene dell’editoria, bensì in quelle di industrie come quella televisiva e cinematografica. Ecco perché i proventi maggiori derivano da collaborazioni di questo tipo e le vere “svolte” di carriera giungono sottoforma di contratti autoriali per condurre programmi televisivi oppure di cessioni succulente di diritti per la riproduzione multimediale.
È comune lamentare l’eccessiva astrattezza degli intellettuali. Ecco perché è necessario fare un bagno di realtà. O, quantomeno, tentare un incursione in questo territorio. La figura degli scrittori chiusi nella loro deliziosa torre d’avorio è anacronistica. Anche l’idea romantica di scovare in essi dei geni ribelli, degli emarginati interessanti o degli strenui contestatori dello status quo è piuttosto manierata. La pubblicazione di un volume da parte di queste figure appare più come un vezzo, un sacrificio rituale sull’altare pagano della dea Letteratura, quasi uno sberleffo nei confronti di un sistema che non prevede più ingenti onori per una simile dedizione. Può destare interesse, suscitare scalpore, animare polemiche e dibattiti, ma la nuvola di polvere presto viene trasportata altrove dal vento e di tante chiacchiere non rimane che il retrogusto amarognolo. L’inchiesta viene sostituita dalla cronaca che viene sostituita dal rapporto diplomatico che viene sostituito dall’inchiesta e via discorrendo. Il carosello, non essendo mai fermo, sembra quasi aver conquistato vita propria.
Citerò, ma solo en passant, il cruccio sviluppato da Calvino all’interno delle magistrali Lezioni americane. Per lo scrittore di Santiago de Las Vegas la letteratura era un sistema che per circa due millenni (e qualcosa in più) aveva avuto un suo ruolo determinante nella formazione della società e della cultura dei popoli. Aveva uno scopo e ricopriva, per certi versi, una carica. Avvicinandosi alla fine del secondo millennio dopo Cristo, Calvino si chiedeva quanto sarebbe sopravvissuto di questo sistema, che già ai suoi occhi perdeva pezzi come una biblica statua di sale. Nella sua solita mise ironica e combinatoria, Calvino non profetizzava sventure e distruzione, tuttavia si preoccupava sinceramente di intravedere quale corso avrebbero preso gli eventi e cosa, del suo lavoro sacerdotale e laico, sarebbe apparso agli occhi dei posteri ancora degno di riproduzione e menzione. La via più probabile era anche la più semplice da delineare (e in questo il rasoio di Occam ci aiuta volentieri): la Letteratura sarebbe cambiata, senza scomparire. Si sarebbe adattata, mutando di segno, d’intento e di scopo. Quasi a dire che la vera questione sarebbe stata un’altra. Avremo a che fare con una Letteratura maiuscola o una letteratura minuscola?
Penso ai grandi della nostra lingua e della nostra cultura patria. A Dante morto in esilio e meno abbiente di quando nacque, nella Firenze del secondo Duecento. A Petrarca che visse sostanzialmente delle rendite dell’ordine monastico di cui faceva parte. A Boccaccio che morì quasi in miseria, ammirato sì, ma pur sempre da straccione. A Pulci, Tasso, Goldoni e Foscolo, tutti stramazzati in completo abbandono. Se dovessi elencare i pessimisti, i disillusi e morti precocemente la lista arriverebbe a comprendere la quasi totalità degli autori dei nostri manuali di storia letteraria: da Machiavelli-Guicciardini a Carducci-Pascoli, da Pico della Mirandola-Vittoria Colonna fino a Campana-Michelstaedter.
Il mestiere del letterato, tutto a un tratto, appare più come una scommessa luciferina che come una promessa angelica. Avrà bussato alle porte di questi individui eccezionali quel buontempone di Robin Goodfellow promettendo grandi onori di cui essi stessi non si sarebbero beati?
In fondo, anche loro, salutavano sempre.
Photo by Siddhesh Mangela





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