Prendiamo per le corna questo caprone sconsiderato con una grande elle tatuata a fuoco sulle natiche. Elle che potrebbe stare per lascivia, lestofante, lugubre, littorio e losco e invece, in questo valzer vocalico, si ritrova a essere semplice letteratura.
Lo scontro è totale tra l’umano e il caprino, tanto più che l’animale dimostra una tenacia fuori da ogni regola. Si impunta, scalcia, artiglia il terreno – pur essendo sprovvisto di veri e propri artigli, come farà mai? – e ancora prende la rincorsa, fugge, riappare sulla sommità del vicino colle per scaricare tonnellate di determinazione contro l’ignaro difensore di un fragile corpo a sua volta contenitore di una fragile mente.

Questo esemplare stupendo e testardo, dalla pellaccia dura come la scorza dei pompelmi, può sì essere ammirato per le sue caratteristiche fisiche … ed ecco quindi pelliccia-gambe-zoccoli-iridirettangolari-cornaprominenti-equilibrioimpossibile … sì per le sue caratteristiche comportamentali … orsù, la cocciutaggine, l’intemperanza, l’inqualificabile mancanza di arrendevolezza, puranche una speranza beota nel futuro che forse è limpida visione del presente … dicevamo, sì, può essere analizzato nelle sue peculiarità formali e contenutistiche, pardonne moi, fisiche e comportamentali, ma non possiamo tralasciare quell’urto, quel dinamico rimbalzo che proietta l’umano contro una staccionata, un fienile o, ce ne scampi l’Altissimo, una pila fumante di fertilizzante appena uscito dalla sua fabbrica biologica.
Ma di quale impatto si sta parlando ordunque?
La colpa, al solito, non è di chi scrive, ma della capacità di certe opere di entrare nelle vene e di contaminare il modo di esprimersi, seppur temporaneamente, aggiungendo qua e là vezzi e lazzi dalla natura più disparata.
La smetto. Le labrene, di Tommaso Landolfi.

Chiedere a una storia di essere cullati verso la buonanotte non è disumano, né tantomeno sciocco. Domandare, invece, a tutte le storie – o alle loro migliori rappresentanti – di costituire una sorta di palliativo anodino dal sapor di camomilla è alquanto limitante.
Di fronte al regno della fantasia, sulla soglia di tutto quel che è possibile, è davvero il caso di desiderare una favoletta confortante e ripetitiva? Sarebbe come ordinare in un ristorante ai confini della galassia un cappuccino con cornetto per fare colazione. Sul serio? Passi l’ispirazione che può discendere dal nome Via Lattea, ma quando è troppo è troppo!
Le storie non hanno la responsabilità di fissarsi nella mente del lettore per sempre, né tantomeno l’onere di essere dei capolavori intramontabili. Nessuno impugnerebbe mai una penna di fronte a un foglio bianco sapendo che le sue parole dovranno essere sublimi e imperiture. Ciononostante, questo fantomatico scrittore – un semplice essere umano che ha voglia di condividere una piccola stramberia che gli è venuta in mente – quella penna la afferra e quella pagina la inquina perché vuole che gli eventi a cui sta per dare vita non siano una perdita di tempo collettiva – per chi scrive e per chi legge – bensì un pungolo, un passatempo, una piuma che ti solletica la pianta del piede impedendoti di addormentarti. Nessuno sforzo, di qualunque natura, ha l’ambizione di non lasciare traccia e di svanire in un capriccioso sbuffo di fumo.

Le labrene, a detta del nostro narratore, sono dei gechi. O meglio, è il termine che un amico d’infanzia dell’io narrante utilizzava per appellarsi a quei piccoli e ancestrali scalatori d’intonaco.
Il protagonista del racconto è terrorizzato da questi animaletti al punto che immaginare di venire in contatto con le loro squamette gli fa accapponare la pelle. Immancabilmente, questo proiettile ha da colpirlo. Durante uno sfortunato incontro con una labrena, mentre cercava di cacciarla dalla stanza con una canna, il protagonista se la ritrova in faccia e lo sgomento è tale da fargli perdere i sensi. O meglio, noi sappiamo che ha perso conoscenza, ma per gli altri il suo corpo ha guadagnato lo status di cadavere. La sua “morte” viene scoperta, la sua memoria compianta e dopo il giro d’obbligo dei parenti e dei conoscenti ecco avvicinarsi il momento del funerale, del corteo funebre e dell’interramento della bara. Senonché, il lettore se ne sarà reso conto, c’è un nodo da sbrogliare. L’uomo è vivo, tanto che può descriverci tutti i passaggi che vedono coinvolto il suo corpo in balia degli eventi e c’è di più: durante la visita di un cugino, prontamente accorso per compiangerlo e rassicurare la novella vedova, il nostro protagonista si accorge di un fatto ben curioso.
Quel marpione d’Attilio ci sta provando con sua moglie!
Provando? È fin troppo eufemistico, le sta confessando un amore sottaciuto per il bene del defunto il quale, in quanto stramazzato, non può più subire l’onta di un tradimento in famiglia e tantomeno addolorarsi per una simile evoluzione dei fatti.
Che fare? Sta per essere sepolto quando, concentrando tutte le sue energie residue, riesce a muoversi quel tanto che basta da far scricchiolare le assi di bassa qualità tra le quali è tenuto prigioniero. Al che la sorella si rende conto dell’errore quasi fatale e, ingiungendo ai presenti di darsi una mossa, libera il fratello dal suo mantello di legno. Ancora una volta, che fare?
Come dimostrare quel che ha sentito? Come dimostrare di essere rimasto vigile durante tutto quel tempo?
Il tarlo del dubbio lo rode dall’interno e le persone a lui più care non prestano fede al suo bizzarro resoconto. La moglie, fortemente impressionata, alterna il silenzio ermetico al piagnucolio degli innocenti. Il suo medico, nonché amico di vecchia data, non sa spiegargli l’origine del suo male ma, colpo da prestigiatore, gli parla di una certa “febbre cerebrale” che lo avrebbe colto così, di punto in bianco. Troppo stress? Un evento traumatico? Ecchissenefrega! La riabilitazione è andata a buon fine e chi vuol esser lieto sia che del domani non v’è certezza.
La si potrebbe anche prendere così, leggermente. Sorvolare sul problema, ignorarlo e dimenticarlo. Se non fosse per il fatto che il ricordo è vivo, ben presente nella mente. È lì, a seminare zizzania e a corrompere ogni azione della moglie nella quale il protagonista scorge i potenziali indizi di un potenziale tradimento. E cosa gli resterebbe, se perdesse anche lei? Lui, che tanto ha patito invocando l’amore della sua consorte, che tanto si è aggrappato a quel pensiero nei momenti più duri?
La crepa non si può riparare, la distanza è ormai incolmabile. Benché l’impossibile sia seduto sul divano, le due parti in gioco non possono ammettere la sconfitta. Quindi … come ricostruire un equilibrio e fare i conti con una realtà schizofrenica?
Se tre indizi fanno una prova … ma cosa andiamo blaterando. Il manicomio. Oppure l’impressione di un manicomio. Perché, per non smentirsi, il protagonista, in chiusura, non è poi tanto sicuro di essere davvero costretto nelle maglie di una camicia di forza …

A volte serve un racconto del genere. Una labrena sul corno del caprone, come il proverbiale nano sulle spalle del gigante.

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Photo by Andrey Tikhonovskiy

2 risposte a “Una labrena sul corno del caprone”

  1. A volte serve… si… 🦎

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    1. E solo “a volte” perché siamo timidi!

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