Il termine slancio sembra appannaggio di pochi, come se la capacità di proiettarsi in avanti con forza fosse una prerogativa di chi abbia vinto una qualche lotteria genetica. Sì, tutti sono in grado di sommare un passo al precedente e al successivo e, sì, è raro incontrare qualcuno incapace di muoversi in tutte le dimensioni: per ogni corpo immobile esiste una mente in movimento e, forse, viceversa.
Lo slancio, eppure, appare come un diverso modo di esprimersi, di incarnare il principio vitale che anima la natura. Non è la passeggiata sul viale ombreggiato dalle folte chiome degli alberi, non è la corsa sulla pista dei cento metri. Sembra, forzando un po’ le maglie del galateo e della buona educazione, la mano che, d’istinto, afferra un corpo per portarselo vicino e rispondere a un imperativo che elettrizza le vene e, si può sospettare, frigge ben più di una dozzina di neuroni.

Slancio vitalistico.
Leggere questa espressione sul bianco immacolato della pagina elettronica possiede un che di osceno. Come se, in modo insondabile, si stesse attaccando sottilmente tutte le convenzioni sociali con la banale pronuncia di queste poche sillabe.
Parole forti, che ricordano da vicino un profumo tipico di quegli anni a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, caratteristico quindi di quell’ultima età felice per l’umanità durante la quale il germe del dubbio non aveva ancora trovato quei terreni fertili che sono stati la relatività, la scoperta dell’inconscio, le nuove formulazioni dell’antropologia culturale e l’irrimediabile crisi di quell’idealismo tedesco tanto caro ai divoratori di tomi filosofici.
Non che l’essere umano avesse vissuto fino a quel momento in perfetta armonia con sé stesso all’interno di un giardino paradisiaco, tutt’altro, la sua fiducia nei propri mezzi era una conquista piuttosto recente, emersa dalla mortificazione estrema indotta dal millennio medievale, tuttavia le cannonate che avevano raggiunto la cittadella dell’Io si erano infrante sulle mura lasciando tuttalpiù delle belle cicatrici nella pietra da sfoggiare con i vicini castellani.
Ciò che affascina di questo estremo tentativo di dipingere l’esistenza come un parco giochi per volenterosi e audaci avventurieri è proprio quel senso della fine che permeava le opere e le riflessioni dei decadenti, dei simbolisti e degli esteti.
Più la psiche umana rifiutava di riconoscere i segni del suo estremo cedimento, della sua definitiva apertura all’inconoscibile, al pulsionale, all’arbitrario e al relativo, più si sforzava di trarre dalla melma che avrebbe condotto agli anni delle guerre mondiali e dei regimi totalitari quei fiori di intensa bellezza che ancora potevano smuovere qualcosa sito in profondità. Che poi questi fiori venissero mangiati, gettati a terra, fumati, sbattuti in faccia ad altri, poco importa.

Dall’abbaino alla finestra i dolci segni correvano: tra mezzo il lupanare si sprofondava come un fossato d’acque limacciose a’ cui cigli crescessero fiori alimentati dalla putredine.
– Capitolo XI, Le vergini; D’Annunzio, Il libro delle vergini.

Parliamo di una giovane donna, una ragazza a tutti gli effetti, che ha sempre vissuto in modo dimesso, umile e circoscritto nella liturgia della chiesa cattolica, nelle dinamiche di paese e nella sua attività di insegnante elementare.
Questa ragazza cade malata, soffre di uno di quei mali che attanagliavano le persone che non potevano permettersi un’adeguata alimentazione oppure il consulto di un medico condotto: quasi tutti. Che la febbre le scuota viscere e mente, che il tifo le assottigli la figura rendendola emaciata e scheletrica è parte integrante dell’orizzonte che tutti si aspettano di vedere in questa magra esistenza che conducono. Tantopiù che, nei momenti peggiori della malattia, la giovane sembra spacciata e se ne prepara ed esegue l’estrema unzione.
Ma, il cielo che tutto vede e niente commenta, riordina le carte in gioco con quel capriccio che alcuni amano chiamare miracolo. La ragazza è salva, libera di tornare gradualmente alla sua vita precedente. Tuttavia, come spesso accade parimenti nella letteratura come nella vita di tutti i giorni, questa guarigione assume i caratteri di una vera e propria rinascita. La convalescente è costretta sì a letto, e per lungo tempo, ma ciò le consente di guardarsi davvero per la prima volta. Lei, che ha sempre odiato gli specchi come simboli di caduca vanità, che ha aborrito la vista che del viale del centro si poteva ammirare dalla finestra della sua stanza in virtù delle sue tentazioni, che ha condotto una quotidianità magra di soddisfazioni personali, di sogni nel cassetto e di prospettive per un futuro più radioso, si trova nella scomoda situazione di mettersi in discussione. Anzi, il processo è già avvenuto del tutto, la malattia ha fatto spazio con un colpo netto di falce all’interno del suo animo e del suo corpo che, ora, sono pronti per una nuova semina.
Si agitano in lei sensazioni inaudite, pensieri che dovrebbero orripilarla e, invece, la attraggono. Osservarsi voluttuosamente in un vetro superstite, coccolarsi tra le piume di un morbido cuscino, indugiare nell’ascolto delle voci che provengono dalla strada e sembrano così vibranti, così affascinanti, così vive.
E che dire di quel corpo prima mortificato nella sua originaria corruzione – è pur sempre figlia obbediente di un severo cattolicesimo – e adesso nuovo alleato contro il grigiore dell’inerzia?
Spasima, in ogni sua fibra, la necessità di slanciarsi verso ciò che palpita.
Tenta l’antico rimedio: la religione. Fallisce. Tenta la gioia di insegnare a sillabare a quei bambini piccoli i cui schiamazzi l’hanno sempre addolcita. Fallisce: quelle voci giovani sono rumore per i suoi padiglioni soggiogati da una nuova sensibilità. Che sia, infine, ciò che non ha mai avuto il coraggio di chiedere per sé stessa, l’amore.
C’è un uomo gentile, biondo e posato, un soldato della caserma locale, che le lancia sguardi d’intesa e promesse di felicità silenziose. C’è, quindi, un uomo che le rimescola la linfa e la manda in subbuglio facendole sfiorare vette prima inconcepibili. C’è questo e tanto altro: l’incomprensione che sfocia in aperta ostilità da parte della sorella che a lei era tanto simile prima della febbre, il richiamo del paese, delle feste e delle ricorrenze e, in conclusione, l’imperativo di vivere, vivere, vivere senza stare a contare i chicchi di grano nel palmo della mano.

Giuliana, fiore cresciuto nella putredine, radice abbarbicata al fango, lucciola di un lupanare o viva creatura liberata dall’opprimente candore della purezza?

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Photo by Liana S

2 risposte a “Verso ciò che palpita”

  1. Mi è quasi venuta voglia di leggerlo, il che, considerando quello che penso dell’autore, come sai, è tanto. Ti do il permesso di considerarlo un complimento, dai (ammic ammic)

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    1. Molto obbligato. Per il permesso e il complimento assieme

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