Così la piccola cosa diventava sempre più gigantesca. […] quella piccola cosa che continuava a ingrandirsi stava diventando un’ossessione. Avevo già scritto tutto. Quella frase infestava come un fantasma il suo cervello.
Ciao, Mart, come stai?
È da un po’ che non rispondi più alle lettere, che non ti fai vedere per le strade. La tua stanza al Metropole è vuota, devi aver fatto armi e bagagli, scappandotene, infine, chissà dove.
Gli editori ti inseguono, giornali e riviste darebbero un braccio pur di mettere le mani su qualche altro manoscritto firmato Martin Eden. Hai generato un gran chiasso in tutto il mondo della letteratura. Sono stati mesi concitati, gli ultimi. Ognuno desidera un pezzo di te, ma sappiamo entrambi che, quel che desiderano, è ben lungi dall’essere un brandello della tua vera anima.
La tua essenza, gettata alle ortiche e calpestata. Il tuo impegno? Non parliamo del tuo impegno, Mart, stendiamo un velo pietoso sui tuoi anni trascorsi tra il banco dei pegni – ricordi? La bicicletta e il completo nero delle grandi occasioni, quello per farti ricevere in casa Morse, dalla tua Ruth, sì, sempre loro – la piccola stanza che avevi in subaffitto presso la signora Maria Silva e la lampada a olio grazie alla quale ogni sera consumavi i tuoi occhi abituati a ben altro. Alle vaste distese oceaniche, alle foreste tropicali, ai porti che di sconosciuto avevano ben poco – “sconosciuti” li definivano i tuoi nuovi idoli borghesi, quelli che, infine, t’hanno tradito, vero, Mart? – ecco i tuoi occhi quale scuola avevano frequentato, su quali misure si erano addestrati. Il castello di prua, forse il primo rifugio da bambino, è stata la tua casa mentale di riferimento anche quando imbrillantinati camerieri in livrea ti consegnavano ossequiosi le pietanze più ricercate, prelibate e costose di tutta Oakland.
Ma perché, Mart? Perché il fantasma della tua gioventù, in doppiopetto e cappello dalla tesa larga e rigida, non ti ha picchiato come avresti meritato? Perché ti ha attraversato, sì spavaldamente, sì arrogante come suo solito, senza infrangere le sue sacre nocche sulla tua mandibola da scrittore di un successo indesiderato?
Ogni cosa era unita a tutte le altre, dalla più lontana stella nelle distese dello spazio alla miriade di atomi che compongono il granello di sabbia sotto il piede.
Per amore, in virtù della bellezza. Amante folle di Dio ti definivi al tempo dei tuoi slanci titanici. Quando, rinnegato dalla tua numerosa famiglia, ti trascinavi strenuamente da un giorno all’altro mangiando quel poco che potevi raggranellare e sfruttando le ore della veglia per imbrattare la carta di parole stentate che nella tua bocca avevano il sapore delle ciliegie e che, nella mente dei numi tutelari dei tuoi sogni, suonavano come le bestemmie arroganti e tuttalpiù ingenue di un novellino che vuole esser preso per un professionista.
Per amore, in virtù della bellezza. Conquistare il rispetto di Ruth e della sua cerchia, del suo branco nonché orizzonte mentale. L’accettazione di coloro che avevano per te una sola faccia e una sola ingiunzione trovati un lavoro rispettabile. Sapevi di non essere un buon partito e di dover faticare più di altri per ottenere ciò che la tua dolce metà ti prometteva con gli occhi e la tenerezza. Ciò ti sarebbe anche bastato, questo carburante ti avrebbe permesso di non arrestare la tua corsa se … se anche nei sussurri dolci e nelle preghiere accorate di Ruth non avessi poi scovato l’antico nemico, il vecchio adagio smetti di scrivere, Mart, devi trovare un impiego per rendere possibile il nostro matrimonio.
Impiego? Turpe parola che lei utilizzava per non sporcarsi le labbra di pesca e i denti d’avorio con il termine lavoro, considerato vile e un affronto alla sua suscettibile sensibilità.
Ai loro occhi eri un nullafacente, un fannullone, un pigro e inetto figlio della classe operaia che non sapeva mettere la testa a posto per diventare un uomo rispettabile.
Tu non volevi tradire l’imperativo morale e vitalistico che ti montava dentro, quella feroce e tenace volontà di esistere e di esprimere il tumulto dell’essenza tua.
Mentre ragionavi sul cosmo, ti opponevano spiccioli di rame; mentre gioivi dei granelli di sabbia che ti solleticavano le piante dei piedi, ti offrivano in cambio un abaco per tenere il conto di uno stupido numero che saliva e scendeva lontano dagli occhi e lontano dal cuore.
Martin cominciò a dubitare che gli editori fossero degli uomini in carne e ossa, sembravano piuttosto gli ingranaggi di una macchina. Ecco che cos’erano: erano una macchina. Martin riversava la sua anima nei racconti, negli articoli e nelle poesie e poi li affidava a una macchina.
Come un fiume in piena scorrevi verso il mare. L’obbiettivo ultimo era l’amore, quel sentimento che ancora non avevi compreso di aver idealizzato. Ogni oncia di sudore, ogni scintilla creatrice, veniva da te sacrificata sull’altare del futuro. Depredasti il tuo passato di ogni lampo di luce e di ogni sole giaguaro, sintetizzasti, spremesti e compendiasti anni di rivolta, di vita marinaresca, di risse, violenza e incontri carnali per offrirli a quegli editori che avrebbero potuto spalancarti le porte del Parnaso della letteratura.
Soldi, fama e riconoscimenti, questo attendevi, spasimando.
Inedia, disillusione e incomprensione fu quel che invece ricevesti.
Tutto quello che avevi da offrire non era dunque abbastanza? Il problema stava nella forma – ancora grezza, data la tua natura da perfetto autodidatta – nel contenuto – inadatto per la classe dei lettori borghesi, così facili da scandalizzare facendo gridare loro al lupo, al lupo, ovverosia sconveniente, osceno! – o nelle tue intenzioni?
Tu, forte della tua forza, accettavi con umiltà chiarimenti, consigli e aiuti.
Le lettere erano prestampate secondo una formula stereotipata. Martin ne aveva ricevute centinaia, una dozzina o più per ognuno dei suoi primi lavori. Se avesse ricevuto un rigo, un solo rigo scritto apposta per lui, pur accompagnato da un rifiuto definitivo, sarebbe stato felice.
La macchina dell’editoria aveva colpito ancora. Polvere eri e polvere saresti rimasto ai loro occhi. Redattori lungimiranti non ne avevi incontrati e, del resto, il tuo nome non aveva valore, eri un signor Nessuno. Quale garanzia donavi a chi avrebbe potuto scommettere su di te?
Non valeva nemmeno la pena di risponderti come a un essere umano e quel poco di considerazione ti sarebbe bastato per non torcere le tue budella nell’ansia di essere un incapace.
Tantopiù che, come spesso accade nelle vicende umane, la ruota della fortuna, nel momento meno propizio, ha preso a girare in una direzione a te favorevole. Ecco i tuoi manoscritti venir accettati a destra e a manca. Ecco aumentare la richiesta di Martin Eden.
Tutti ti volevano, siamo tornati all’inizio, abbiamo chiuso il cerchio, come per la tua lettura di Swinburne che ti porterà a … non diciamolo, Mart, non diciamolo.
Sei riuscito, contro ogni probabilità, a raggiungere quell’agiatezza tanto ambita. Ché, in sé, non era un vero e proprio fine, bensì un mezzo, un ulteriore strumento. Tuttavia, ti conosco, non puoi ingannarmi, so che il successo è giunto quando una piccola cosa s’era già ingrandita al punto da diventare un’ossessione gigantesca. Se solo fossi diventato socialista.
Il successo portò con sé un drastico cambio di segno: il vituperato e dimenticato Martin Eden era adesso considerato un virtuoso e degno intellettuale. Il fiore all’occhiello della nuova America, il pensatore in grado di rivoluzionare la saggistica e la narrativa parimenti. Nell’esatto istante in cui venisti circondato di fiori e onori, qualcosa dentro di te iniziò a marcire.
Tutti quelli che ti avevano allontanato e scacciato come un lebbroso adesso ti desideravano, ti invitavano a cena, ti lusingavano ricoprendoti di untuosa ammirazione.
Ma tu, Mart, eri lo stesso di sempre. Lo stesso che era stato cacciato. Anzi, a essere del tutto sinceri eri peggiorato: meno attivo, meno produttivo, meno ispirato. Ciononostante ecco la domanda schizzare alle stelle ed ecco il tuo sacco riempirsi di centinaia di migliaia di dollari.
Ma tu, Mart, lo ripeto, eri sempre lo stesso.
Tu avevi già scritto tutto al tempo della tua povertà. Avevi già scritto tutto quel che ti rendeva ambito quando eri stato inequivocabilmente rifiutato.
Scusami, non volevo appesantirti. Dovresti essere in viaggio, sulla Mariposa, diretto nei Mari del Sud.
Addio, Mart, non so quando e se ci rivedremo.
P.S. Scrivo tutto ciò con fare colpevole, perché so.
Tuo, Brissenden.
P.P.S. Faremo i conti per il tiro mancino che mi hai rifilato con la storia di Ephemera.
Dettagli
Tutte le citazioni sono tratte da Martin Eden, J. London, Mondadori, 2011, Torino.
Photo by Stephen Roth





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