Se ti chiami Giovanni di Pietro di Bernardone e sei nato ad Assisi tra il 1181 e il 1182 ti è stata assegnata la responsabilità di scrivere il primo testo letterario della tradizione italiana.
È vero, mi farai notare, hai conseguito altri grandissimi risultati nella tua vita. Uno su tutti? Sei diventato uno dei santi più riveriti della religione cristiana e sei passato alla storia con il nome di San Francesco d’Assisi. Qui, in questo nostro balletto, ti metterò in bocca parole non tue accompagnate da pochi versi vergati dal tuo pugno. Fa parte del gioco e tu, joculatores Dei, giullare di Dio, seppur in modo del tutto personale, hai deciso di sottoscrivere le regole del nostro scambio.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate Focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
Passino la Regola del tuo Ordine e il tuo esempio vivente. Passino i viaggi che hai compiuto attraversando il Mediterraneo e mostrando attraverso la semplicità, l’umiltà e la povertà evangelica che il messaggio alla base delle fondamenta della Chiesa – là dove quel Pietro che porti nel nome edificò la prima casa del Signore – è ancora in grado di ricevere colpi senza crollare su sé stesso.
Ebbene sì, non puoi ignorare che predomini un’idea quantomeno discutibile della vita religiosa: le cariche ecclesiastiche vengono scambiate per denaro – tanto valeva non condannare l’usura! –, tra i sacerdoti serpeggia il concubinato – non sarebbe stato più facile sciogliere il voto di castità? – e la politica, il potere temporale, pare aver fagocitato l’interesse di chi doveva volgere lo sguardo al cielo.
Mentre dei seguaci fedeli e appassionati ti aiutano nella tua opera e, di tanto in tanto, si divertono a scrivere qualche racconto che ti celebri come protagonista – pensa, in uno hai addirittura la capacità di parlare con gli animali come un druido celtico – tu senti l’urgenza di combattere contro un nemico portato nel seno della cultura dei tuoi padri e dei tuoi coetanei: il Contemptus mundi, ossia il disprezzo del e per il mondo.
Ciò accade perché, sebbene ai tuoi occhi sia inspiegabile, i sapienti del cristianesimo medievale disprezzano la vita terrena, tanto da fargliela descrivere come un luogo di abietta perdizione. È una feroce arena, il luogo in cui prolifica e si espande la macchia atavica del peccato originale.
Un albero non è un albero, bensì la tentacolare seduzione delle sue radici aggrovigliate!
Una donna non è una donna, quanto più una creatura sibillina e compromessa capace di scatenare le pulsioni più oscure delle viscere umane.
Chissà, nostro caro Giovanni, forse per offrire una timida alternativa a questa visione apocalittica e nichilista hai deciso di usare gli strumenti di quella che ancora non poteva essere definita letteratura per regalarci quel Cantico delle creature che così genuinamente loda gli elementi della natura nella loro bellezza immediata.
Che il disprezzo receda! Che le glorie spirituali della vita seconda siano il seguito, e non l’antitesi, dell’esistenza terrena!
Frate Focu, fratello Fuoco, caro Sole, stella e stilla di vita, ennallumina la nocte di coloro che si sentono circondati dalla nebbia e vedono profilarsi all’orizzonte nuvole scure. Svela la bellezza di una goccia di rugiada, di un terreno fertile, di un pasto consumato in compagnia e allegria, di una costellazione per orientarsi nei viaggi più disperati e di un frutto maturo che scoppi al primo morso di un bambino dalle floride guance paonazze.
Prima di essere un ringraziamento e una preghiera, il Cantico è un inno alla vita. Uno dei più compiuti incoraggiamenti a stare nel mondo davvero, senza mediazioni e pregiudizi. È l’invito di chi custodisce nelle pupille una magia necessaria e mai scontata: la capacità di lasciarsi sorprendere dalla mutevolezza e bellezza del caso, di quel che esiste e delle sue infinite diramazioni. Magari sottolinea anche l’importanza di essere riconoscenti e di non sputare nel piatto in cui si mangia, ma queste considerazioni più spicciole le terremo per noi.
Dettagli
Photo by Kent Pilcher
La citazione è tratta dal Laudes creaturarum di S. Francesco d’Assisi, di seguito riportato.
«Altissimu, onnipotente, bon Signore,
tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.
Ad te solo, Altissimu, se konfàno
et nullu homo ène dignu te mentovare.
Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature,
spetialmente messor lo frate sole,
lo qual è iorno, et allumini noi per lui;
et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle:
in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale a le tue creature dài sustentamento.
Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua,
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu,
per lo quale ennallumini la nocte,
et ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.
Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore,
et sostengo infirmitate et tribulatione.
Beati quelli che ‘l sosterrano in pace,
ca da te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò scappare:
guai a quelli che morrano ne le peccata mortali.
Beati quelli che trovarà ne le tue santissime voluntati,
ka la morte secunda no ‘l farrà male.
Laudate et benedicete mi’ Signore et ringratiate
et serviateli cum grande humilitate.»





Scrivi una risposta a RiVerso Cancella risposta