Ci troviamo a Mediolanum – non la banca, mi raccomando – tra il 1240 e il 1315 circa.
Qui visse nelle terre settentrionali della penisola italiana un uomo passato alla storia – quella accademica e polverosa delle illustri università – con il nome di Bonvesin de (o da) la Riva. Si tratta di un milanese vecchio stampo, di quelli che predicavano il rigore, un’austera moralità e un impegno indefesso nei fatti della vita, da quelli più alti a quelli più bassi.
Oltre a essere considerato uno dei più importanti poeti in volgare settentrionale della sua epoca, siamo del resto negli anni in cui la poesia della Scuola Siciliana sorta alla corte di Federico II di Svevia veniva trapiantata e adattata in terre lontane dalla Sicilia, in particolare in Toscana, è stato anche un insegnante privato, per dirla all’antica un precettore, nonché uno dei precursori di una certa concezione dell’aldilà, poi resa famosa da Dante.
Ebbene sì, benché a noi moderni possa apparire scontato che il mondo dopo la vita, secondo la concezione cristiana, sia organizzato in tre regni ben distinti – Inferno, Purgatorio e Paradiso – tale non era nel Duecento e per un semplice motivo: perlopiù, del Purgatorio, non parlava nessuno. Il regno di mezzo è stata un’aggiunta successiva resa famosa dal buon Alighieri che, vorace lettore come lo si poteva essere al tempo, in un mondo in cui i libri – o meglio, i manoscritti – a volte, avevano più valore di una casa-torre nel centro di Firenze, aveva le antenne sempre sintonizzate sulle frequenze del dibattito culturale dei suoi giorni. Bonvesin, in un medioevo manicheo legato agli estremi del Bene e del Male, scrisse un un’opera chiamata Libro delle Tre Scritture nella quale illustrò una tripartizione che fece scuola poiché divise il discorso sull’aldilà in tre momenti al posto dei canonici due: ecco così che tra l’Inferno (la scrittura nera) e il Paradiso (la scrittura dorata) si insinuò l’intermezzo della Passione di Cristo (la scrittura rossa).

Il cappello introduttivo dell’articolo vuole, con una certa pedanteria di cui mi scuso, mostrare come Bonvesin, benché non appaia nel novero degli autori illustri del nostro canone, sia un letterato di tutto rispetto e ci abbia lasciato dei lavori che sono sopravvissuti più che egregiamente allo scorrere dei secoli. De pirrata può venire in nostro soccorso.

Nu lezem d’un pirrata, / d’un barruer de mare,
lo qual robava le nave / e feva omiunca mal,
e tuto zo k’el errasse / entro peccao mortal,
grand ben voleva a la matre / del Rex celestial.

Il protagonista di questa poesia, come dice il titolo, è un pirata. Egli è un “barruer de mare”, quindi un bandito delle onde, e saccheggia le navi che hanno la sfortuna di incrociare la sua rotta. A ognuno fa del male e sebbene la sua fedina penale si sia arricchita di numerosi crimini, tanto da errare dentro il peccato mortale, vuole un gran bene alla madre del signore celeste, la Madonna, come se la sua condotta e il suo sentimento religioso non fossero in contraddizione.
Il pirata, ci racconta il poeta, non fa mistero della sua passione: a bordo prega, si dilunga in numerose lodi e ringraziamenti e inoltre, un giorno a settimana, digiuna per ringraziare la Vergine Maria della sua benevolenza. Che poi durante i restanti sei giorni della settimana egli si dedichi attivamente alla razzia poco importa, mentre si ciba del frutto delle sue rapine può ancor meglio apprezzare i doni di una sorte che non è avversa. La vita del fuorilegge si contenta di poco, un pasto caldo e sostanzioso, un liquore forte per accompagnarlo e una branda che non tocchi le assi del pavimento e non scortichi il deretano con i suoi chiodi sempre sporgenti. Del resto, è così frequente incrociare lo sguardo della Morte – tra abbordaggi, duelli, scorbuto, gotta e ammutinamenti – che avrebbe poco senso preoccuparsi di investire pensieri e risorse nel futuro. Meglio occuparsi del presente, carpe diem, e meglio ancora avere tutta la protezione possibile a propria disposizione, che sia dovuta a una sciabola dal filo tagliente oppure da un sorriso celeste.

Un dì ke fo venudho / lo miser navigava.
Intanto el fo venuto / una sì grande oradha
ke quella nave o el era / fo tuta scavezadha
e tugi quilli k’eran sego / negòn a tuta fiadha.

In un giorno qualunque, durante una tempesta, la nave del pirata viene distrutta dall’impeto delle forze naturali. Tutto l’equipaggio combatte contro il destino uscendone però sconfitto. Il pirata, unico tra tutti a sopravvivere, si ritrova alla deriva, circondato da nient’altro che distese marine, in compagnia dei legittimi abitanti del luogo. I pesci fanno strazio del suo corpo sempre più debole e qui, il lettore moderno potrebbe pensare, sembra realizzarsi la punizione karmica di un uomo malvagio. A furia di seminare vento, alla fine non si può che raccogliere burrasca. Eppure, martoriato e preda della corrente, egli non muore. Non possiede più gambe, torso e braccia, ciononostante i suoi occhi continuano a cibarsi dell’orizzonte lontano. La testa, unica superstite del banchetto ittico, vaga tra le onde incapace di spegnersi poiché la compassione della Madonna ha operato un miracolo: il pirata non può morire finché non avrà modo di confessare i suoi peccati.
È questa una benedizione o una maledizione? Indubbiamente il pensiero del proprio capo in balia della corrente può far storcere il naso, ma l’alternativa quale sarebbe? Morire da peccatori impenitenti significa assicurarsi un biglietto di sola andata per l’Inferno e le sue torture eterne. Ecco che il “purgatorio” del pirata, quindi la sua purificazione, avviene in modo violento così come violento è stato lo strumento della sua perdizione.
Trascorre del tempo e, infine, la testa viene individuata da una nave di passaggio. A bordo ci sono due frati minori, uomini in grado di ascoltare l’ultima confessione di quelle labbra ormai cianotiche. È divertente immaginare, nel contesto del morigeratissimo ambiente meneghino del tempo, un qualche nobile alle prese con la lettura di questa poesia. Scorribande, naufragi, corpi mangiati dai pesci, teste che piangono gridando aiuto e pietà e poi… la definitiva assoluzione. Il pirata, dopo aver snocciolato tutti i propri crimini, muore con la consapevolezza di essere sfuggito alle bastonate di Caronte.

Lo peccaor illora / dal cò mintro in fin
confessa li soi peccai, / li grangi e li picenin.
Da tugi li soi peccai / l’asolve lo bon patrin,
e incontinente pos questo / la testa è morta infin.

Dettagli

Photo by Patrick Pahlke
I versi sono tratti da De pirrata, Bonvesin da la Riva, in Poeti d’Italia 1, Bompiani, Milano, 1989.

9 risposte a “Le bastonate di Caronte”

  1. Secondo me i regni sono 2:

    Quello in cui Dio non è percepito dai suoi abitanti;

    Quello in cui Dio è invece percepito.

    In questo, c’è il paradiso, luogo di luce piena, e il purgatorio, luogo che anela alla luce piena.

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    1. Se è vero che un Manfredi, a detta di Dante, può confessarsi in fin di vita e accedere al secondo regno dopo aver incarnato il simbolo del ghibellinismo… deve essere una gran fortuna vivere questa “percezione di Dio”.

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  2. Molto interessante. Ne avevo sentito parlare del Bonvesin ma non avevo letto che quelle poche righe didascaliche che i testi scolastici (a volte) gli dedicano. E invece attraverso le tue parole ho scoperto anche il contenuto della sua opera, che ritengo notevole per il tempo.

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    1. Ahimè, il canone della letteratura italiana è stabile quanto il 4 nella numerologia. In pratica è inaffondabile. Poche volte i grandi autori perdono il loro status privilegiato e in ancora meno occasioni i “minori” ottengono un avanzamento di carriera per i posteri. Ora, non voglio qui sostenere che il Bonvesin sia all’altezza di un Guinizelli, ma può essere parimenti, se non più, interessante per alcuni!

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      1. Mi trovi del tutto d’accordo

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  3. Ciao! Non conosco questo autore, ma non me ne dispiaccio… preferirei in realtà non aver mai conosciuto né letto anche la “Divina Commedia”, che ben doveva rimanere la “Commedia” che era in origine.

    Questi autori, ma Dante in primis, hanno contribuito all’odierno pensiero del Purgatorio, questa via di mezzo che permette una scappatoia anche agli impenitenti. In realtà, se per caso ci chiamiamo credenti, dovremmo dar retta alla Bibbia, come unica fonte di dottrina.

    La Bibbia parla di soli due luoghi, e sono completamente d’accordo con la prima risposta: quello in cui si conosce Dio, quello in cui lo si è definitivamente perduto. I tormenti dell’Ade, a mio parere, sono semplicemente quei rimpianti che non possono mai essere riparati.

    Ma d’altronde la dottrina cattolica è piena zeppe di teorie riprese dalla credulità popolare, e di seguito diventate dogmi. Anche un bambino sarebbe in grado di vedere l’ingiustizia palese delle messe per i morti, un costo da sostenere per aiutare le povere anime del purgatorio a vedere la luce. Un Dio così, io non lo vorrei.

    Ma per fortuna sono stupidaggini che non hanno alcun credito, tranne quello che noi stessi gli diamo.

    Ciao Gianmarco, e grazie ancora per la tua visita.

    Elisabetta.

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    1. Credo che la pretesa di attribuire una qualche sacralità a un’opera letteraria sia sempre un azzardo, in un modo o nell’altro. Lo stesso Dante, come hai scritto tu, non si sarebbe mai sognato di definire il suo lavoro “divino” e se non fosse giunto successivamente quel buontempone di Boccaccio il titolo sarebbe rimasto quello pensato dall’Alighieri (anche se, spezzando una lancia per il Giovanni da Certaldo, si può dire che abbia usato il termine “divino” per indicarne l’altezza compositiva e non la derivazione celeste).
      Devo ammettere che tra tanti studi e letture non ho mai avuto l’occasione di approfondire la Bibbia nel dettaglio, su questo terreno sono un po’ claudicante. Quel che so però è che la dottrina cristiana, soprattutto nel II-III secolo e durante il Medioevo, ha avuto modo di amalgamarsi sia con il pensiero classico greco, sia con alcune dottrine di stampo pagano e misterico, tra cui sicuramente delle superstizioni popolari.
      Forse, ma lo dico da completo ignorante in materia, il punto sta nel riconoscere la validità morale di alcuni precetti del cristianesimo, soprattutto delle origini, che possono aiutare a formare una valida bussola personale.
      Un saluto anche a te Elisabetta!

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  4. Questo articolo è stupendo.Certo sono atea e non credo che ci si possa confessare e avere il perdono avendo fatto molto male e cattiveria.
    È quasi un invito a non disperare il perdono e forse è perché il perdono viene da noi stessi e sarebbe il pentimento e così questo cattivo che si è salvato con la sua ultima parte di corpo vaga nella marea .Un po’ macabra come scena. Dolce pomeriggio Domenicale… Ciao !

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    1. Ti ringrazio! Anche io credo che non basti confessare i propri peccati per cancellarli (o comunque per transitare in un regno migliore dopo la morte) e forse il pirata della poesia dimostra quanto sia lungo il percorso che porta fino all’espiazione delle proprie colpe. Ma chissà, potrebbe essere interpretato in tanti altri modi. Buona serata anche a te!

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