Ogni tanto vien la voglia di scomodare qualche assioma duro a morire. Si può mettere la cipolla nel soffritto dell’amatriciana? E l’ananas sulla pizza? Cosa dire di chi mette prima i cereali e poi il latte o viceversa? Al buon senso l’ardua sentenza.
Se, per puro caso, ci trovassimo a discutere di letteratura, come ci sentiremmo qualora qualcuno sostenesse che non ne esistono una versione alta, da élite aristocratica dirigenziale, e una bassa, da popolo minuto e godereccio?
A chi scrive piacerebbe appellarsi alle evidenze storiche che riguardano l’annosa questione dell’altezza letteraria, eppure deve frenare la lingua e calmare le dita perché è consapevole di non saperne davvero abbastanza quanto coloro che, dallo scranno cattedratico di un’istituzione, affermano che questa dicotomia non solo esista, ma che sia anche necessaria alla sopravvivenza stessa del sistema-letteratura.
Questo contributo non è qui per profilarsi come la lancia postmoderna del rottamatore rivolta contro tutto quel che v’è di sacro, ma ha l’intenzione di provocare quanti, in modo alquanto classista, si arrogano il diritto di distinguere diversi campionati di cui sono giudici, giuria e carnefici.
Ebbene: esistono solo storie scritte male e storie scritte bene. Anzi, miglioriamo l’arringa, storie che vengono percepite come efficaci, significative e stimolanti e storie che non riescono a godere della stessa considerazione.

Ancora oggi, all’interno dei manuali di storia letteraria, che siano pensati per l’adozione scolastica oppure per la lettura divulgativo-tecnica di natura saggistica, è presente una categoria piuttosto sibillina, quella della letteratura di intrattenimento.
È buona norma, se alle spalle si è accumulata una certa esperienza nel campo umanistico, conoscere i generi letterari, la loro origine e le loro caratteristiche salienti. Un racconto noir non è un racconto giallo – benché siano per certi versi imparentati – così come un madrigale non è un sonetto che a sua volta non è né un haiku, né una ballata, né un’ode, né una canzone. Calmiamo i bollenti spiriti di chi teme che la profonda riflessione sulla letteratura, che, come Occidente, ci siamo caricati sulle scapole almeno dal periodo della grecità classica, voglia essere confusa in un unico calderone fumante e ribollente. Per fare ordine in questo magazzino sterminato è ovviamente necessario utilizzare etichette, scatoloni e sbaffi di pennarello nero, così come è fondamentale separare, per esempio, degli oggetti che proprio non possono star vicini, come una testa d’aglio e i buoni sentimenti di un vampiro.
L’appartenenza a un genere qualifica l’opera nel senso che ne aumenta la profondità. Non ha, e non dovrebbe avere, l’effetto contrario di castrarne le possibilità comunicative. La tradizione non è tautologicamente importante, ossia non ha valore in quanto esistente e basta. Scrivere un sonetto connette l’autore a una vasta platea di scrittori che si sono cimentati in questa forma poetica prima di lui. Questo legame, lungi dall’essere una mera competizione in pieno stile social network, è più simile a un agone delle antiche polis, cioè a quelle sfide che venivano organizzate durante le ricorrenze festive della comunità e che univano intrattenimento, didattica e, in alcuni casi, addirittura la politica. Concorrere in una gara di tal fatta significava prendersi anche la responsabilità di dialogare con il proprio modello di riferimento, a volte in modo conciliante, altre in modo oppositivo. Ciononostante, sia nella platea degli ascoltatori che in quella degli altri contendenti, era chiaro il gioco instaurato tra la nuova composizione e il linguaggio particolare del genere. Questa consapevolezza comune, questo orizzonte d’attesa collettivo, formava e forma il terreno più fertile per la letteratura di qualità. Che poi si tratti di un romanzo erotico, di un graphic novel, di un libro umoristico oppure di un florilegio di avventure fantasy, poco importa.

Ci sono meno mostri?
E io? Io che cosa sono?
Chi grida? Gli uccelli?
La donna con la pelliccia di montone e il vestito azzurro?
La rosa di Nazair?
Che silenzio!
Che vuoto. Che deserto.
Dentro di me.

Un briciolo di verità è un racconto scritto dall’autore polacco Andrzej Sapkowski e ha per protagonista un personaggio ormai celebre chiamato Geralt di Rivia. Egli è uno strigo – termine desunto dal polacco che, in inglese, è stato tradotto come witcher – ossia un cacciatore di mostri, una sorta di mercenario prezzolato la cui fonte di sostentamento è lo studio e lo sterminio delle creature che nuocciono alle razze civili del mondo di fantasia in cui sono ambientate le sue avventure.
Nel racconto preso in esame, Geralt si trova sulla groppa del suo cavallo, Rutilia, quando incrocia sul suo cammino due cadaveri: quello di un uomo di mezza età e di una giovane fanciulla. Entrambi sono stati vittime dello sciacallaggio degli animali della foresta, ma lo strigo capisce che la causa della loro morte è da ricercare altrove. Al posto di percorrere la via più corta per giungere nella prossima città, decide di investigare. Il volo sinistro degli uccelli lo porta a incontrare, sebbene di sfuggita, una ragazza che lo guarda da lontano e che possiede dei profondi occhi neri. Ella, che a prima vista pare una driade o un’ondina – quindi un’abitante dei boschi, di matrice mitologica – quando lo strigo prova ad approcciarla si allontana velocemente nascondendosi nel fitto del bosco.
Geralt, ripreso il cammino, giunge di fronte a una magione abbandonata. I muri sono scrostati, nessuna via la connette alle arterie principali e nessun suono proviene dai locali interni. Sennonché, dopo il suo ingresso nel cortile interno, Geralt viene raggiunto dalla voce cavernosa di una creatura che dell’umano ha ben poco. Una volta scorto l’abitante delle vuote sale, si rende conto che, sebbene antropomorfo e dotato di parola umana, ha l’aspetto di un cinghiale. Lo scontro è inevitabile, ma l’esito non è scontato: i due, dopo un breve confronto, abbassano le armi. Il cinghiale, che si presenterà con il nome di Nivellen, è il legittimo proprietario della struttura poiché è l’ultimo erede e rampollo della famiglia di briganti che lì ha vissuto per generazioni. Egli è un essere umano che, dopo aver profanato un tempio e una sacerdotessa durante una scorribanda, è stato maledetto dalla stessa donna prima che avesse l’opportunità di togliersi la vita.

Qui, interrompendo la narrazione della trama, urge dedicare qualche parola alla figura di Nivellen. Prima di essere maledetto, egli era un buono a nulla. Un ragazzo tarchiato, goffo, privo di spiccate qualità naturali. Non era avvenente, né tantomeno cortese. Era, in sostanza, accettato e tollerato perché la sua famiglia era benestante e temuta. I suoi veri compagni erano gli animali della tenuta e, nel momento in cui dovette sostituire il padre a capo dell’attività di brigantaggio, la sua stessa banda si fece numerose volte beffe di lui costringendolo, infine, alla profanazione della sacerdotessa da cui scaturirà la sua maledizione. Bisogna essere chiari: nessuno gli puntò un coltello alla gola. Egli era un vile, un codardo, una persona facilmente condizionabile. Gli dispiacque compiere quel gesto, ma non si dimostrò abbastanza coraggioso da voltarsi verso i suoi compagni per rifiutarsi di fare come gli comandavano. Nivellen è un reietto chiuso in una gabbia dorata, recluso tra i trofei di caccia degli avi e i loro ritratti in bella vista. L’unico nascosto, in penombra all’interno del vasto salone, è proprio il suo. Brutto anatroccolo della casata, non ebbe mai l’occasione di conoscere l’affetto sincero di una persona affine.

Lo strigo, ospitato da Nivellen, viene a conoscenza della storia perché è lo stesso padrone a rivelargliela. Tra i due si instaura una confidenza cameratesca basata sul rispetto della forza reciproca. Entrambi sanno che, qualora si scontrassero, l’esito sarebbe imprevedibile. Ergo, tanto vale mangiare e gozzovigliare allo stesso tavolo discorrendo di vari argomenti.
Geralt, giunto alla fine del racconto del suo anfitrione, prospetta l’idea di aiutarlo a spezzare l’incantesimo che lo attanaglia. Ed è qui che Nivellen gli confessa che la situazione non gli stia poi tanto stretta. Da cagionevole che era è diventato prestante e dalla salute di ferro, nessuno osa più infastidirlo e, sebbene debba fare i conti con la solitudine e il ribrezzo che suscita il suo nuovo aspetto esteriore, è più sereno di quanto non sia mai stato.
Si prospetta, quindi, una conclusione piuttosto pacifica. Sennonché, Nivellen prosegue nella sua confessione raccontando di come ha sopportato l’isolamento nel corso degli ultimi dodici anni. Quando qualche viaggiatore si perdeva e giungeva nella sua casa, al posto di cacciarlo e spaventarlo, proponeva loro un patto: li avrebbe arricchiti enormemente se avessero ceduto per un anno una delle loro figlie a lui. L’intelletto predispone e l’avidità umana dà il lasciapassare. Nivellen, sempre goffo, ma più sicuro nel suo corpo mostruoso, diventa un perfetto amante – a differenza di quel che può pensare un malizioso lettore contemporaneo. Egli fornisce alle fanciulle vitto, alloggio e una vita priva di fatiche. Accoglie nelle sue stanze donne dalla schiena curva per il troppo lavoro e le fa vivere da principesse. Non le forza in nulla, non comanda né esercita il suo potere in alcun modo. Tanto che, le ragazze stesse, venute a conoscenza della sua natura caritatevole, lo avvicinano. Eppure, dopo un anno, non ve n’è una che abbia deciso di rimanere con lui.
Geralt, a questo punto, si trova costretto ad andarsene dalla casa. Nivellen non vuole che qualcuno rompa la sua maledizione. Eppure, un tassello fondamentale va a incastrarsi nel mosaico della storia. Attualmente, il mecenate è innamorato di una donna. O meglio, di un’ondina. Lo strigo connette facilmente i punti e si rende conto di averla incontrata prima di giungere nella casa diroccata. Tutto sembra filare liscio verso un bizzarro lieto fine, purtuttavia, le carte vengono rimescolate quando Geralt capisce che l’ondina è in realtà una creatura molto pericolosa: una bruxa, una sottospecie di vampiro. Ebbene, amanti del truculento, ovviamente è tempo di combattimenti all’ultimo sangue e anche questo racconto ne regala uno nelle ultime pagine.
Ma può la complessità psicologica del caso-Nivellen esser liquidata con due semplici fendenti di una spada d’argento?
La bruxa è una creatura che si ciba di sangue. È lei ad aver assassinato i due cadaveri incontrati dallo strigo all’inizio del racconto. Nella sua natura sono previste la razzia e la sopraffazione. Chiederle di smettere sarebbe come pregare un cane di raggiungere in volo una poiana. Eppure, ella non mente nel suo amore corrisposto per Nivellen. Per sorprendente che può essere, i due si amano davvero. Ciononostante, l’istinto e la biologia della vampira le impediscono di accettare un esito diverso dal pieno controllo del suo amante. Fino alla fine, tenterà di ucciderlo non in preda alla rabbia, ma in preda a un atavico desiderio di possesso, una smania passionale fuor da ogni logica umana. Proprio la sua morte, come in una fiaba macabra, spezzerà la maledizione di Nivellen.
Perché?

«In ogni favola c’è un briciolo di verità», disse piano lo strigo. «Amore e sangue. Hanno entrambi un immenso potere. Maghi e Saggi ci si lambiccano la testa da anni, ma non sono arrivati a stabilire nulla, se non…»
«Se non cosa, Geralt?»
«Se non che deve essere amore vero».

Quali sono i veri mostri sotto la volta celeste?

Dettagli

Photo by Dunamis Church
Tutte le citazioni sono tratte da Un briciolo di verità, in Il guardiano degli innocenti, A. Sapkowski, Editrice Nord, 2010,

29 risposte a “Veri mostri sotto la volta celeste”

  1. Leggendoti capisco che i veri mostri non li cerchi fuori, ma li interroghi dentro, là dove amore e sangue si confondono e ci mettono alla prova.

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    1. Ho letto le fonti, ma se il commento non era idoneo chiedo perdono. I miei occhi sono destinati al buio. Glaucoma (mi mancava nella lista) che mi renderà in breve cieca. Ti abbraccio.

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      1. Esistono poi commenti non idonei? Il tuo lo era e lo è di sicuro. Il mostro non è ciò che terrorizza per il suo aspetto, ma ciò che scombussola dall’interno. Magari è un’incarnazione stessa della paura, del timore e di quanto di oscuro alberga nella nostra mente e nel nostro cuore. Tra parentesi, sarebbe strano non possedere qualche pensiero sinistro o discutibile, ci renderebbe meno sfaccettati e profondi, credo.
        Ti auguro davvero una buona giornata e non solo. Un abbraccio anche a te e… ti auguro di goderti tutta la luce possibile?

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  2. Che bell’articolo, Gianmarco, grazie.

    Piera Chessa

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  3. I volti perduti che vengono di notte e quelli visibili di giorno che scansiamo.

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    1. Si dice che la notte porti consiglio. A volte, forse, porta solo illusioni circondate da una bella carta regalo con tanto di fiocco lucido.

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      1. La notte porta anche idee narrative. E i mostri fin da bambini appaiono nelle loro forme fantastiche.

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      2. Che le ombre siano più accattivanti della luce? Forse è più facile farsi affascinare dai loro contorni tremolanti e sfumati, come accade per le lunghe lingue del fuoco.

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      3. Chi da piccoli da ombre e chiaroscuri non ha visto e costruiti mostri? Complici l’ignoto, la paura e le fragilità della crescita.

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      4. Credo sia successo a tutti. Alcuni hanno continuato a riempire di contorni i confini sfumati, altri hanno deciso che sarebbe stato più saggio accendere semplicemente una lampadina. Eppure, quante storie ci saremmo persi lungo la via se avessimo tutti scelto la seconda strada!

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      5. Intanto, vedi Stephen King, ha fatto soldi a palate con i suoi mostriciattoli. E ha ispirato tanti. Ma bisogna sempre scavare il verace delle ombre.

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      6. Ammetto che un destino simile non mi dispiacerebbe affatto! Sarebbe bello armarsi di scandaglio e di torcia e riportare certe visioni, anche quando orrorifiche. Purché, alla fine, si trovi qualcuno che sia anche disposto a leggere e a pagare per certi contributi!

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      7. Nel caso che ti colga l’ispirazione e pubblichi il tuo capolavoro tipo It ti prometto che comprerò il tuo romanzo.

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      8. Sarebbe già un traguardo degno di questo nome pubblicare un “buon libro”, figurarsi addirittura un capolavoro. Ma sai cosa? Credo che se le persone ricevessero in media più incoraggiamenti simili ce ne sarebbero molti di più sugli scaffali!

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      9. Un po’ ironizzavo in senso buono che tra l’altro vale anche per me quando dico che al momento per il libro che sto scrivendo sono famoso a me stesso. Poi come tu ben sai c’è almeno così si scrive e si dice che ci sono più libri pubblicati che lettori. Per quanto riguarda te credo che tu abbia una buona consistente frequentazione e pratica con lo scrivere. Il resto verrà da sé. Tipo osservazione e creatività. E tutto sotto ma anche sopra i nostri occhi.

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      10. Ridentem dicere verum: quid vetat?, mi autoconcedo un pedantismo polveroso, ma cosa vieta di dire la verità ridendo? Forse è l’ego a rispondere a questo messaggio, ne sono consapevole.
        Noi famosi a noi stessi siamo bestie strane, ma perlopiù innocue e interessanti per quanto bizzarre. Almeno spero.
        Sono tra le fila degli scrittori emergenti da così tanto tempo che sono diventato vecchio pur essendo anagraficamente giovane. Non ti confesso il numero delle mie copie vendute perché impallidiresti a furia di sganasciarti dalle risate. Eppure, “il resto verrà da sé”, no?
        Auguro a entrambi i libri in itinere di far come le ciambelle migliori: uscire col buco.

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      11. Sganasciarsi direi va benissimo. E l’incipit in latino mi soccorre pur non essendo un esperto di latinorum. Ma però, ripeto, nel mio capolavoro che celo al mondo perchè una volta emerso dalle ombre e dal sottosuolo, dovrei sottopormi a sfilza di autografi. Cosa alquanto faticosa per indice e pollicerum. Però il sorriso delle donne ma anche i loro occhi malinconici di amore perduto sono spazi aperti tra mare e cielo. Ma però dai linfa alla tua passione scrittoria, qualunque cosa accada. Anzi. 😁

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      12. Dai, mi sganascio. Ma però tu non mollare. L’incipit è notevole. Guarda caso nel primo capitolo del mio Libro Maggiore, il protagonista, l’imberbe protagonista di quattro anni e sei mesi, nella prosa di intreccio italiano e napoletano e viceversa, fa capolino, pescando qua e là, il latinorum. Pur essendo in tale materia l’ultimo della classe. Ieri pensavo di andare sull’IA per farmi dare tutte le frasi famose e connetterle geometricamente nel tessuto connettivo del parlato ma anche del poetico. 😁

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      13. Vedo che le idee bizzarre – quindi migliori – non ti mancano! E allora sganasciamoci entrambi continuando a scrivere e a infarcire di latinorum, dialetto e pazzie a mezza bocca tutto quello che ci capita tra le dita. Certo, è probabile che non saremo ricordati come l’avanguardia del nuovo millennio, ma sai che divertimento tentare? Quale soddisfazione creare qualcosa di quantomeno originale?

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      14. Diciamo che abbonda tutto ciò che abbiamo sottomano ma non solo, direi che bisogna munirci di passino sia quello piccolo che quello grande che qui, in riferimento a una pizza di notevoli dimensioni, chiamiamo ruota di carretta dei cercatori d’oro. Mentre ci sganasciamo da un lato filtreremo pepite e dall’altro ci gustiamo na ddia ‘e pizza.

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      15. “Ruota di carretta dei cercatori d’oro” d’ora in poi la userò anche io come espressione.
        Bisogna sfruttare quanto è a disposizione, dubito che ci verranno elargiti dei favori solo perché stiamo tentando l’ardua scalata. Forse, alla fine, sarà anche più soddisfacente portarla a termine, benché sia possibile che questa non sia altro che la classica frase di circostanza di chi deve sbattere la testa sul muro dieci volte prima di capire quale strada seguire!

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      16. L’importante è esprimere i mondi narrativi. Certe espressioni contengono la ricchezza. Si possono coglierle per seminare e estendere quella ricchezza. Forse sbattere ‘a capa dint’o muro è un modo di sganasciarsi. E fasciarsi.

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      17. Purché queste fasce siano, come dire, del colore giusto. O meglio, evitino l’unico colore da lasciare nell’armadio, ecco!
        Che siano profondamente espressivi questi mondi narrativi, ché descriverli in modo scialbo non darebbe loro neanche giustizia. Ma l’ispirazione, si sa, po’ esse fero o po’ esse piuma, bisogna stare molto attenti a maneggiarla.

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  4. Niente è più terrificante di ciò che si nasconde dentro di noi. Io, perlomeno, non ho mai temuto nessuno più di me stessa, ed è orribile, perché non c’è modo di sfuggire a ciò che è parte del nostro essere.

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    1. Il fatto che appartenga al nostro essere, ai miei occhi, non lo rende mai così terribile. Appare come qualcosa con cui si può, se non dialogare, quantomeno convivere o imparare a farlo. Mi vengono in mente possibili desideri che la società censura, a volte per buoni e altre per folli motivi, oppure una condizione patologica con cui bisogna fare i conti. Sì, ciò non rende meno oscura la nostra parte più recondita, ma forse… meno mostruosa?

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      1. Ho pensato a lungo se rispondere oppure no al suo commento, in quanto la questione mi tocca in maniera particolare; alla fine ho deciso di farlo, perché ho capito che non ho niente di cui devo vergognarmi. Sarò più chiara: io soffro di disturbo borderline, e tra i vari sintomi di questa patologia rientrano i cosiddetti “pensieri intrusivi”, pensieri cioè che è impossibile reprimere ma che causano angoscia, terrore, e, come nel mio caso, paura di sé: si teme di impazzire, di far del male ai propri cari, di perdere il controllo… E se a ciò aggiungiamo la depressione, che mi accompagna ormai da più di trent’anni, come posso tacere i frequenti pensieri suicidari che accompagnano le mie crisi? Se a spaventarmi, se il “mostro” fosse qualcosa di esterno, potrei cercare di evitarlo, di fuggire, di nascondermi, oppure anche di affrontarlo; ma come si può sfuggire a ciò che ci divora dal di dentro, che è parte di noi, e che è così terribile da desiderare di strapparsi il cervello? Mi perdoni, quindi, se non condivido il suo parere, ma, per esperienza personale, il fatto che appartenga al nostro essere rende per me il “mostro” doppiamente temibile.

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      2. Le mie, adesso, ti sembreranno banalità, ma è quanto posso offrire.
        Credo fermamente che non ci sia niente di cui vergognarsi in quanto hai raccontato e comprendo ora perché, in questo caso, il nostro parere non può che differire. Non c’è niente di male in questo, vissuti diversi conducono a visioni del mondo altrettanto diverse. Quanto hai scritto non mi lascia indifferente, ma fatico a trovare una risposta che sia al contempo sensata e non superficiale come una pozzanghera. Quindi… sì, hai ragione, anche a me sembra che questo mostro sia doppiamente temibile quando possiede queste caratteristiche. Anche se mi auguro che ogni tanto allenti la sua presa e che ti consenta di trovare un po’ di meritata serenità.
        (Nel messaggio ti ho dato del tu sperando di non offendere, puoi fare altrettanto, qualora volessi)

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