Centottantatré.
Potrebbero essere i giorni che separano la partenza da un arrivo. La durata di una relazione o di una prestazione lavorativa. Potrebbero anche essere i soldi necessari per comprare il biglietto di quel concerto che si attendeva da tempo immemore oppure il numero civico di una casa in cui si vorrebbe tornare – oppure che si vorrebbe dimenticare.
Centottantatré.
Non sono i rintocchi di una campana, per la felicità degli abitanti dei dintorni e delle braccia del campanaro. Non sono i secondi che uniscono due labbra in un bacio alla francese e neppure il numero di onde che, dall’inizio della giornata, hanno colpito la spiaggia del litorale laziale.
Centottantatré.
Forse sono i colpi di zoccolo di un cavallo capace di vincere il Palio di Siena. Forse sono le occasioni in cui un’astronave aliena si è trovata così tanto vicina alla Terra da potersi palesare facilmente cambiando la storia della Via Lattea. Forse sono i restanti battiti del cuore di un uomo che non sa di andare incontro alla morte.
Centottantatré volte il pudore ha consigliato di tacere, fare silenzio. Di lavorare nell’ombra e di agitarsi come eminenze grigie nascoste da uno spesso sipario. Perché il potere, il vero potere, si esercita dove nessuno può osservare i movimenti delle mani del prestigiatore. Nella cabina di regia, nel gabinetto politico e sulla tastiera macchiata di caffè che viene picchiettata dalle dita affusolate di una persona con la schiena curva all’interno di uno sgabuzzino.
Centottantatré volte la mente ha cercato una ragione o una giustificazione per spiegarsi l’ammontare di questa cifra. Perché non zero – filosoficamente più interessante – oppure un milione? Cos’ha questo ammasso di sillabe di tanto speciale, a quale stimolo del caso e del fato risponde?
Centottantatré volte dei libri sono stati acquistati. Sono usciti dall’indistinto per comparire nella vita di persone ignare di aver raccolto con la rete a strascico dei pesci oceanici. Parlare di perle sarebbe scontato e superbo così come parlare di stivali bucati e rottami sarebbe ingiusto e altrettanto banale. Sono pesci quelli che ballano nelle nasse. Pesci che, qualora venissero dimenticati, inizierebbero ad agonizzare prima di gettar fuori quel caratteristico odore che fa tappare le narici anche ai sicari prezzolati e a chi rimesta nell’immondizia con lo scopo di addentare un torsolo di mela. Pesci che, qualora venissero notati in tempo, potrebbero impreziosire una cena accompagnati da un buon vino. Non si tratta, come è possibile notare, di un banchetto stellato, né tantomeno di un’atavica maledizione: sono pesci, pesci con le squame d’inchiostro, le branchie di lettere e gli occhi lucidi di punteggiatura.
Centottantatré volte ha vinto la curiosità – o lo scherno. La voglia di compiere un’azione inconsueta, di dare una chance al nuovo che avanza, con il rischio che esso sia piatto e superficiale come tante esperienze oggigiorno. Forse, è il numero di volte in cui degli amici, dei parenti e dei conoscenti lontani hanno testimoniato il loro affetto per uno scrittorucolo da strapazzo che compie di continuo immensi giri attorno alle cose pur di parlarne senza mai nominarle davvero.
Centottantatré volte il ripiano di una libreria, una mensola oppure un comodino sono stati appesantiti da un nuovo compagno fatto di carta e ambizioni. Altrettante volte il loro autore si è domandato se fosse quello il momento in cui tutto sarebbe decollato, cambiando in volo il piumaggio e assottigliandosi fino a diventare un maestoso uccello marino. Quel che è sicuro è che no, ciò non è mai successo, ma continua a guardare il cielo temendo-sperando che quella trasformazione avvenga al più presto-tardi possibile.
Centottantatré volte è stata persa l’occasione di parlare come si mangia. Di essere chiari, limpidi e cristallini. Di dar voce a un desiderio ricacciando nella gola la vergogna e il rombo dell’umiltà. Perché, in luogo di quell’appello accorato, si è sempre liberata una nube di fumo o, nei casi migliori, una nuvola soffice, sì, ma pur sempre un delizioso depistaggio.
Centottantatré volte vox clamantis in deserto e Cassandra. Per quale motivo? Sperando che la strada più impervia avrebbe portato alla bellezza. A uno scampolo di estasi non ancora mostrata, a un brandello di sublime ancora da esplorare. La ricerca del bello in nome della difficoltà, dell’impegno e della costanza associata alla speranza di essere riconosciuti – e forse lodati – per virtù naturale, quasi al modo delle lucciole in via d’estinzione in un parco pubblico del centro cittadino.
Centottantatré volte si è parlato in aramaico quando ci si poteva esprimere in italiano corrente. Quando al posto di porgere una mano si sono create le condizioni affinché ciò avvenisse in modo spontaneo. Tuttavia, in questo modo di fare, una falla si è ben presto mostrata nel progetto del ragioner-ragionatore: tra esseri umani, nel cappello, cade quasi sempre il solo principio di causa-effetto.
Centottantatré volte si è quindi atteso un miracolo ateo. Bizzarra ironia della sorte, anzi, comprensibile deformazione professionale dell’ego.
Centottantatré volte sul portale del tempio di Delfi è apparsa una domanda: perché non interessa a nessuno quel che scrivo?
Centottantatré volte è comparsa la risposta in una botte sporca lasciata a marcire in un vicolo: perché suona come una studiata autocommiserazione?
Centottantatré volte, dopo aver riflettuto, ponderato e lamentato, è insorto il riso. Poi, la voglia di continuare a folleggiare con il linguaggio. Infine, il bisogno sospeso sulle ciglia che quel numero incrementi anche solo di una virgola.
Centottantatré volte, attraverso la narrazione, svelare e nascondere quanto di bello e importante esiste nel proprio universo. Forse anche una stella stupenda che muore lontana dal nostro sguardo può essere considerata un’opera d’arte della natura.
È il magro bottino raccolto in cinque anni di autopubblicazione, che diventerebbero otto se considerassi la prima pubblicazione con una casa editrice. Inutile affermare che nel computo totale quel 183 non si innalzerebbe comunque a chissà quale vetta. Ore, giorni, settimane, mesi e anni di labor limae hanno portato a questo. Ma cos’è questo? Chissà!
Lo scoprirò e lo scopriremo con altri otto di questi anni e con altrettanti centottantatré.
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Photo by FÍA YANG





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