Un percorso di formazione è un tragitto ampio che si sviluppa in più direzioni e dimensioni.
È lungo a tal punto che dovrebbe essere infinito oppure è il traguardo che non dovrebbe essere visibile fino agli ottant’anni d’età? Non è il caso di chiamare questo viaggio nei meandri della conoscenza Progetto per il Perfezionamento dell’Uomo – in pieno stile Evangelion –, ma, anche secondo le delibere del Parlamento Europeo, la formazione continua dovrebbe essere al contempo un diritto e un dovere di ogni cittadino, che piaccia o meno.
Quando si parla e scrive di formazione continua non ci si riferisce a un percorso esclusivamente istituzionale, quindi formale, ma a tutto ciò che riguarda il miglioramento delle condizioni del singolo, siano esse fisiche, mentali o occupazionali. Questo obiettivo può essere raggiunto in vari modi, anche seguendo corsi informali, o addirittura nella vita di tutti i giorni, in quella quotidianità a tratti bistrattata e a tratti incensata come il nuovo-vecchio vero stile di vita.
In sostanza, questo processo continuo, graduale e sistematico consisterebbe nel prendersi cura della tenuta del proprio involucro di carne così come della performance dei propri neuroni sovreccitati. Sintetizzando lo scopo ultimo di questo processo si potrebbe dire che tende al benessere nella sua accezione più ampia.
Benessere non significa solo avere il cibo sul tavolo, un tetto sulla testa e uno straccio di assicurazione sanitaria – si ammicca alla situazione oltreoceano –, bensì avere la possibilità di realizzarsi individualmente all’interno dei confini di una comunità. Senza esacerbare il proprio Ego nello scontro con il Noi collettivo, ma senza neanche confondersi negli anfratti di un plurale spersonalizzante. Significa anche badare all’ambiente che ci circonda, rispettarlo e crescere insieme a esso. Significa curarsi degli esseri umani che lo abitano, così, giusto per non farsi mancare nulla. Significa, in ultima analisi, avere le competenze per affrontare tutte le situazioni che la vita ci pone innanzi senza dover fare affidamento a chiromanti, veggenti e agenti della polizia municipale.
Attenzione, i contributi di uomini e donne del mondo della pedagogia non sono diretti a uno stuolo di vitruviani perfettibili che spaccano ogni capello in sedici parti uguali, ciò sarebbe irragionevole e, sul lungo periodo, logorante. Eppure, per dare un colpo al cerchio e uno alla botte, è facile intuire come agire sul qui-e-ora, nelle situazioni correnti che ci si trova di volta in volta ad affrontare, ha il grande vantaggio di smuovere di uno zero-virgola-uno-percento quel confine che divide un’esistenza scialba da una più piena, vibrante. Quella piccola percentuale rappresenta un punto di partenza incoraggiante ed è l’arma più affilata del nostro arsenale per combattere l’imperante impazienza che avvolge ogni azione come rumorosa carta stagnola.
Raggiungere una piena consapevolezza delle proprie condizioni presenti non è una frase vintage usata a mo’ di specchietto per le allodole per attirare giovani appassionati alla cultura new age o Wicca, né tantomeno si prospetta come il delirio utopico e pateticamente ottimista di un guru moderno del lifestyle. È il risultato di un allenamento che non allontana da sé, bensì che avvicina a quanto di meglio il nostro stesso corpo ha da offrire. Non è un rimedio alla frustrazione che pervade ogni impegno della tumultuosa vita d’oggigiorno, ma è un’ancora alla quale aggrapparsi quando tutto sembra scorrere via dalle dita come la sabbia di una clessidra rotta.
A volte, dimostrano l’esperienza diretta e indiretta, i percorsi tradizionali sono piuttosto deludenti. A confessarvelo non è un fervente sostenitore dell’Università della Strada e della Vita, ma un individuo come tanti che ha sorvolato banchi, distributori di bevande scadenti e professionisti del sapere d’ogni tipo, foggia ed epoca storica. Se è vero che l’aneddoto non fa la scienza, è anche innegabile che attraverso tante piccole esperienze si costruiscono quelle osservazioni sulle quali basare ogni indagine meticolosa e rigorosa.
Studiare – e quindi formarsi – non significa buttare la propria vita sui libri, astrarsi in un mondo di unicorni e supereroi nichilisti o erigere pilastri dai quali sputare su coloro che, sani, hanno pensato bene di non rinchiudersi in un ambiente polveroso a discettare sul perché gli alchimisti fossero folli ma maledettamente intriganti e su cosa mai ci sia di così sensazionale nell’ennesima variante testuale di un manoscritto del 1203.
Studiare significa, perlopiù, crescere. Coltivare e maturare. Affermare il proprio diritto di essere cittadini. Lo studio, pertanto, nella sua accezione più ampia, nobilita l’azione e il pensiero, permette di realizzare piani, progetti e azioni altrimenti inimmaginabili. Apre frontiere prima invisibili. Se fossimo piante, sarebbe un misto di acqua e concime e, se fossimo stelle, sarebbe l’insieme di reazioni termonucleari che le alimentano.
Al netto di ogni pervicace e ossessivo individualismo, la formazione rappresenta uno degli aspetti più intimi e profondi dell’esistenza. I ricordi, le lezioni di vita impartite e ricevute, il cazzotto e l’occhio nero conseguente, il quattro all’interrogazione e il salto triplo più lungo di una carriera atletica, tutto fa parte di questo inesauribile viaggio che non si nutre di accumuli senza nome e senza volto, bensì di integrazioni e connessioni che vanno a intrecciare quelle stelle prima citate fino a ottenere un disegno stupendo nel bel mezzo del cielo. Per essere più prosaici: la conoscenza, attraverso la sperimentazione attiva, diventa così competenza, ossia capacità di influenzare la realtà in modo attivo, partecipe e, di nuovo, consapevole.
Ogni contesto è valido per aggiungere una pietruzza al proprio portagioie. Dalla scuola dell’obbligo all’università, dal circolo sportivo alla compagnia teatrale di quartiere, dagli incontri con il comitato bocciofili della provincia fino ad arrivare al cane del palazzo, ai nonni dell’amichetto, al commesso del rivenditore di fiducia, le occasioni per rubare con il rampino un po’ di esperienza non mancano mai.
Tuttavia, fermarsi ai pezzi di carta equivale a confondere l’immagine riflessa del sole con il vero calore. Essi sono, tuttalpiù, dei certificati in grado di scandire le tappe principali del percorso e solo di rado si trasformano in mete degne di questo nome.
Per risolvere un compito di realtà sarebbe più saggio avere dalla propria parte una persona brillante ma sprovvista di carta igienica firmata oppure un dottissimo pluri-graduato incapace di allacciarsi le scarpe senza scomodare Kant, Protagora e Spinoza?
Il discorso non si prefigge l’obiettivo di delegittimare o screditare quanti lavorano o si impegnano per ottenere e fornire questi servizi. L’importante è ricordare che, per l’appunto, sono servizi ideati per aiutare a far germogliare il ricevente. Bisogna allontanarsi definitivamente da un’idea di istruzione fondata sull’arte di trasferire, come in un conto bancario, il sapere da una mente all’altra. Questa transazione, a lungo praticata ed elogiata, si è dimostrata insufficiente in una prospettiva realmente democratica. Il disagio provocato dall’eccesso di certificazionismo è un problema reale che collima con l’ansia di quanti, esterni al mondo accademico o istituzionale, si sentono tagliati fuori da un sistema che dovrebbe accoglierli dando loro la possibilità di contribuire alla sua stessa sopravvivenza e perpetuazione.
La formazione continua, a cavallo tra formalità e informalità, è il grimaldello per scardinare le serrature che danno l’illusione di essere stati relegati altrove, là dove le decisioni si subiscono e le parole hanno il sapore del cibo già masticato da altri. È lo strumento per scrollarsi di dosso la veste da meri consumatori ed entrare nel guardaroba della creazione di eventi, opere d’arte, relazioni, possibilità. Come una pietra focaia dalle proprietà magiche, riesce dove fallisce la sola immaginazione: dona alle mani un prurito febbrile che ricorda un’eruzione di lapilli dalla bocca larga di un vulcano.
E lo fa nel modo più spettacolare: senza fermarsi mai, stratificandosi nel tempo.
Dettagli
Photo by Giorgia Barabaschi
L’articolo, modificato e integrato, era già apparso con il nome di Un professore e un volontario entrano in un caffè…, nel lontano 23/04/2022.
Non è stato facile intervenire sul testo, anzi, ho dovuto lavorare di scalpello per renderlo meno confuso e sconclusionato. Mi auguro di esserci riuscito almeno in parte.





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