Dentro la scatola cranica, là dove materie di più colori e con più funzioni si mescolano tra di loro, c’è un edificio dalle stanze interminabili. È una palazzina degna di un luna park, ma anche una strada stracolma di villette a schiera tutte connesse da pergolati nascosti alla vista e ricoperti di fronde odorose e un po’ minacciose. Questi ambienti, delimitati da pareti così sottili da apparire come gli shogi delle abitazioni tradizionali giapponesi, racchiudono quel che siamo stati, siamo e, forse, saremo. Ogni mobile, ogni suppellettile, ogni chincaglieria e decorazione rappresentano un evento, un concetto o una competenza che ci caratterizza, in senso ampio e lato.
Di questa struttura labirintica e familiare al contempo abitiamo con frequenza pochi locali rischiarati da lampade dalla luce soffusa. Riconosciamo un tappeto sul quale è tessuta la trama di quella volta in cui un compagno delle elementari ci ha lanciato addosso un gelato macchiando il giacchetto nuovo di zecca, oppure quell’abat-jour dal cappello grande che ricorda quel giorno di inizio ottobre in cui un parente prossimo ma non stretto ci ha insegnato a distinguere i funghi commestibili da quelli velenosi.
Attraversando le stanze di questo dedalo chiamato impropriamente memoria, a volte, ci macchiamo di impunibili mancanze. Per quanto portiamo all’attenzione, esiste tanto altro che passiamo sotto silenzio. Silenzio degli occhi e delle labbra.
Laggiù, dove la luce delle lampade non giunge, si trovano i corridoi dell’inconscio e delle pulsioni profonde. Tuttavia, qui dove ci troviamo, nel luogo noto, accanto al divano un po’ consunto ma pulito, rimane, persiste e sopravvive l’ignoto che, sempre vicino, non viene mai evidenziato.
Può l’amore essere una stanza di questo complesso magnifico e cangiante? Alcuni sosterrebbero che dovrebbe essere un’intera ala dell’edificio, data la sua importanza, pienezza e pervasività. Eppure, quanta attenzione viene prestata in ogni istante al suo arredamento? Quanto lo si conosce in via del tutto generale, senza averne esplorato le singole, multiformi e mutevoli particolarità?
Perché l’amore è l’amore, un sentimento soverchiante e liquido, capace di riempire i contenitori concreti come quelli astratti, e, in quanto tale, non risponde a delle regole precise e incasellabili. Non può esistere un documento Excel che ne dimostri le regolarità, né un piano cartesiano che ne illustri l’andamento nel tempo. È così, al singolare, amore, sempre e ovunque, immanente.
E se fosse invece plurale, circostanziato e trascendente?
Niente di quello che ho detto è vero. Non perché non sia vero, ma perché l’ho detto.
Tommaso Landolfi, in Tre racconti, tenta di narrare delle casistiche amorose diverse dalle consuete. Non originali, non rivoluzionarie, né tantomeno esemplari, bensì fuori dalle rotte più percorse e lontane dal seminato di una sovrastruttura soffocante che le vorrebbe tutte dirette verso il lieto fine o il dramma, parimenti stucchevoli al minimo tremito della mano che spande più zucchero o più sale del dovuto.
Al centro delle tre storie troviamo delle donne che non si raccontano in prima persona, piuttosto vengono illuminate e ombreggiate dal punto di vista degli uomini che di loro si sono invaghiti. Sebbene oggigiorno un simile stratagemma possa apparire addirittura sconveniente, c’è da dire che, nell’opera, fa egregiamente il suo dovere.
In La muta, un uomo condannato a morte ripercorre le tappe del suo crimine per comprendere le motivazioni profonde che lo hanno spinto a compiere il misfatto. Da solo, in attesa del giudizio e della probabile condanna, si interroga nel modo più schietto possibile, lontano da condizionamenti esterni e da patetismi da melodramma. Come accettare che la sua vita, l’unica che ha a disposizione, stia per essere troncata di netto? Come convivere con la consapevolezza di avere i minuti contati? Quali sono le variabili in gioco di fronte alla scure del boia? È poi così importante che sia innocente o colpevole, che sappia come morirà e quando? Nel vasto ordine delle cose, che egli, singolo e patetico essere umano, paghi le conseguenze delle proprie azioni, è davvero dirimente? Ma poi, come si muore davvero?
Non gli resta che capire o, perlopiù, provare a farlo. Del resto, non ha di meglio da fare nella sua cella. Quindi, ha amato una giovane ragazza muta e, dopo averla avvicinata, è riuscito a stringere con lei un fugace e intenso rapporto. Tutto, in loro, è anomalo. L’età anagrafica così distante, il modo di relazionarsi con gli altri e con il mondo, le passioni e le aspettative sul e per il futuro. Tutto, ancora una volta, dovrebbe aprire uno iato incolmabile sotto i loro piedi, spalancare una voragine buia e senza fondo. Tuttavia, le insistenti e sornione attenzioni dell’uomo rompono gli indugi della ragazza che, affascinata e irretita dalla sua esperienza più matura e colta, si libra con leggerezza sopra il baratro colmando distanze siderali che avrebbero dovuto paralizzarne il pensiero e le gambe a un tempo.
Il protagonista scandaglia i suoi pensieri e i suoi sentimenti come uno scienziato-letterato. Ne indaga i movimenti e li lascia cadere nell’imbuto dell’inevitabilità. Quell’amore, perché di amore si sta qui parlando, si vena e colora di sfumature dolci e turpi, gravose e serene. Ci sono silenzio e pace nella relazione, così come ci sono ossessioni e malessere. Ci sono desideri contraddittori, voglia di evasione e tentativi di riannodare i fili del tempo. Ci sono, infine, due seni bianchi che inducono l’uomo a tracciare un arco rosso sul corpo dell’amata.
Questa è la sua colpa, il suo crimine: aver ucciso la ragazza che voleva comprendere in sé, che voleva proteggere ma anche possedere. Ribrezzo, pietà, incompatibilità e bruciante passione si mescolano nel calderone offrendo l’immagine di una persona comune, come tante se ne potrebbero incontrare, alle prese con i rimorsi di una coscienza lucida che vuole capire, velocemente, fin dove si estendano i propri confini prima della morte.
Non c’è giudizio che possa portarlo al pentimento, né tantomeno lacrime che possano farlo vacillare. Si avvicina l’ultima ora e ancora non comprende, non capisce. Perché l’abbia fatto. Perché l’abbia voluto fare. Cosa, quale grumo, quale sommovimento lo ha condotto sulla strada del delitto, cosa l’abbia portato a scheggiare e frantumare quanto di più importante aveva e percepiva di volere.
Nonostante l’impossibilità di darsi una risposta, la morte lo avrebbe colto comunque, no? Che sia pronto o meno, redento o lordo di smanie, la grande mietitrice non gli avrebbe concesso una deviazione dal percorso naturale delle cose.
Perché dunque ragionare, perché affannarsi? Ma ovvio, per capire, capirsi… sapendo di non poterci riuscire davvero. Nell’amore e nella morte.
Il mare s’è animato di mille colori; poi è ridiventato grigio; questa mattina era di nuovo splendente. Non lui, lui non ci ha nulla a che vedere: il mio mare di dentro. Che ribolle, che sta per rompere in tempesta, che chiede una vittima, mille vittime se necessario, che fracassa questa mediocre barca della mia vita. Non mi importa di tutto il resto.
La seconda citazione appartiene in verità all’ultimo racconto, ma reputo sia esemplare per concludere quanto scritto fin qui. Cos’è, del resto, la scrittura se non una lunga serie di piccole manomissioni?
Dettagli
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Tutte le citazioni sono tratte da Tre racconti, T. Landolfi, Adelphi, 1998, Milano.





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