Fare i conti con l’intermittenza non è facile, specie nelle relazioni umane. Ciò che è temporaneo e momentaneo, benché sembri ripetersi con una certa frequenza, se non addirittura regolarità, appare come un materiale infido e capace di sgusciare via definitivamente senza potersi difendere in alcun modo. La situazione è chiara: l’abitudine e gli affetti tendono a creare un’aspettativa che dona un senso di stabilità e di appagamento, molto simile a una simpatica abbuffata del proprio cibo preferito. La prospettiva di poter perdere questa fortuna irretisce e sbigottisce, spaventa e innervosisce.
Ciò potrebbe scatenarsi a causa del petrarchesco quanto piace al mondo è breve sogno, ma potrebbe altresì denotare un atavico problema che affligge l’umanità: quello di non saper gestire il possesso, l’esclusività e, in fondo, l’idea che il piacere non è che la minima parte dell’esperienza terrena.

L’incantesimo stregonesco

Ebbi l’impressione che lei, proprio lei, fosse l’insieme di tutto ciò che mi mancava e mi faceva desiderare cose lontane e chimeriche. Tutto ciò che era vago, che non si lasciava chiarire o afferrare, tutto poteva riunirsi nella sua figuretta di zingaresca dama, di ragazzetta già donna, folle, libera e senza pudori. Forse Flora, che andava a letto che ragazzi appena conosciuti, era una di quelle signorine che le donne di Ontàns, specie le anziane, col fazzoletto nero in testa, definivano “sgualdrine”, e di cui parlavano con gelido disprezzo. Allora, se era così, avevo ragione io di pensare che invece esse erano donne dolci e generose come bizzarre nobildonne. Ma come era possibile che il mio giudizio fosse così diverso da quello di tutti? Forse ero irreparabilmente corrotto e immorale…

Il trono di legno è anche un romanzo di formazione. Al suo interno, Giuliano scopre gradualmente cosa siano i grandi eventi della vita: la crescita, le delusioni, le gioie, la morte e l’amore. Eventi, questi, che tendono a riproporsi per ogni essere umano, sempre simili ma così diversi nelle singole esperienze. Come a dire che la morte porta sempre nello stesso luogo, tuttavia a nessuno verrebbe mai in mente di paragonare due trapassi con tutto quello che a loro precede o poi consegue. Ciò vale, ovviamente, anche per l’amore.
Giuliano è un ragazzo selvatico e timido che vive ai confini della sua ristretta comunità. Non ha molti modelli da seguire e, sotto il profilo sentimentale, deve farsi da sé, in mancanza di esempi tangibili con i quali confrontarsi. Sì, può documentarsi attraverso i pochi libri che possiede, ma è cosa diversa rispetto al vivere certe sensazioni che, quando sono di seconda o addirittura terza mano, risultano tanto opache da rischiare di scambiarle anche per altro.
L’arrivo, o per meglio dire l’irruzione, di Flora nella sua vita ha esattamente l’effetto di scardinarne ogni possibile metro di giudizio. Giuliano, a contatto con questa adolescente libera e ribelle, si sente trascinato e strattonato a forza come si trovasse in una burrasca irresistibile. Non fa in tempo a domandarsi quali siano i sentimenti che prova nei confronti di lei che già si ritrova avvinghiato nella sua stretta, nell’incantesimo stregonesco che Flora pare emanare dalla pelle per virtù naturale.
Flora è una creatura fluttuante e tumultuosa: mai ferma, mai priva di slanci nella gioia come nel dolore, è sempre a caccia di una sensazione inappagabile che la spinge, la tormenta e quasi sempre la delude ma che, a onor del vero, le consente di rialzarsi e di ricominciare il can-can. Sogna di essere e di fare qualunque cosa. La ballerina, l’attrice, la cantante. La suora, la monaca e la casalinga. Nulla esce dalla sua orbita definitivamente, così come lei stessa non è in grado di separarsi davvero dalla moltitudine di persone con la quale entra in contatto nelle tappe dei suoi infiniti viaggi. È una farfalla che non conosce riposo né sosta che sia prolungata, svanisce in un battito d’ali dal raggio d’azione di quanti di lei si innamorano, di quanti spasimano e si struggono per il semplice privilegio di essere in sua presenza.
Ciò potrebbe dare l’idea di un carattere eccessivamente volubile – non si andrebbe lontani dal vero con una simile insinuazione – ma al contempo impossibile da banalizzare da una sua complessità intrinseca. Perché Flora, che teme di farsi male in continuazione, che ha paura del vuoto tanto da colmare ogni silenzio e ogni spazio con risate, chiacchiere e amplessi, conosce di sé quel che le basta per afferrare la vita per la criniera e non essere sbalestrata durante il galoppo furibondo della crescita. È sensibile poiché ha paura di avere un’influenza negativa, quasi sciamanica, su quel che la circonda, ed è irrazionale, come prova il gioco dei “cavalli bianchi” per il quale, contati cento esemplari di questo tipo, la ragazza è sicura di essere ricompensata con qualcosa di strabiliante.
Flora si muove nel mondo su scarponcini fatti d’aria e si sporca e lacera pur nell’estremo terrore che ha delle ferite e delle cicatrici. Non solo coglie l’attimo, ma è l’attimo. Attimo che, come il bagliore di una lucciola, è tremulo e inafferrabile, sempre in procinto di nascondersi e sparire dietro un ramo, un tronco, un cespuglio.
Ed è questa Flora, che pare la figlia legittima delle antiche driadi, la prima esperienza amorosa di Giuliano che ne intuisce inconsciamente l’ardore e la capacità, al contempo, di fare attorno a sé terra bruciata.

Lei che va, lei che viene

Ogni volta che sentivo il fischio del treno provavo una scossa, come se lei potesse esserci sopra, e non fossi riuscito a trattenerla soltanto per un banale ritardo. Ma ormai, rassegnato, capivo che la mia ricerca non era che un modo singolare e prolungato di dirle addio. Nella sua vita io ero stato poco più che un incontro momentaneo, uno dei tanti. Non speravo più di ritrovarla, ma la ricerca stessa riempieva la mia esistenza.

Giuliano, nelle assenze di lei, si strugge. Sa e non sa che probabilmente, quando non è con lui, si trova con altri ragazzi, uomini, o in altre compagnie nelle quali lui non potrebbe mai figurare. È povero, privo di mezzi e di vestiti adeguati a presenziare un ballo, un banchetto o una prima al teatro. I suoi sogni nel cassetto sono imprecisi e ottocenteschi, mentre Flora è tutta avanguardia, macchine e velocità. Purtuttavia, l’orizzonte del ragazzo è tutto occupato dall’immagine di lei: lei che va, lei che viene. In più, non giudica la condotta e l’atteggiamento dell’amata. Non ha un metro di giudizio borghese con cui etichettarla, tanto che le voci delle “anziane di Ontàns” gli risultano per certi versi incomprensibili. È vero, vorrebbe che Flora rimanesse al suo fianco più a lungo, ma trova che costringerla in quel ruolo sarebbe una forzatura imperdonabile. Qui, il desiderio di possesso, tipico per quanto spesso sublimato nelle relazioni sentimentali, fa a cazzotti con sé stesso portando il protagonista a lambiccarsi in cerca di una via d’uscita da quella che, a conti fatti, appare come un’aporia, un vicolo cieco.
Cosa c’è di sbagliato, si chiede, nel rispondere a un istinto naturale e primordiale? Cosa nel concedere un corpo che vuole donarsi al prossimo? Cosa c’è di tanto irragionevole nella promiscuità che tutti sembrano temere più del diavolo? In realtà, Giuliano ha sentore delle risposte. Questa libertà di costumi è eversiva, ribelle, scuote i più profondi tabù delle società umane e in quanto tale è un affronto, un esplosivo, gettato in faccia allo status quo. Egli stesso è parzialmente vittima di questo retaggio, egli stesso rabbrividisce all’idea che ciò che tanto ama, desidera e brama possa volatilizzarsi per sempre. Eppure, non è questa parte integrante della creatura che vuole al suo fianco? Oppure è solo fascino, carisma, una bellezza magnetica e irresistibile? È dunque stato solo abbagliato o sussiste qualcosa di vero nei suoi sentimenti? Forse è lecito sottolineare che, per quanto illusorio, anche un abbaglio è reale e si sente, percepisce, patisce.

Le intermittenze dell’amore

Io restavo lì, nel freddo, nascosto da un grosso abete o da una baita, a sentire come l’impennata della gelosia moriva in un lento formicolare di visioni, al centro delle quali era sempre lei, la feudataria, la regina di Saba.

Giuliano non può evitare di confrontarsi con la fenomenologia dell’amante tradito e messo da parte. La gelosia gli monta nel petto al pensiero che Flora possa dimenticarsi di lui ed esser tutta piena e presente per altri. Le caratteristiche del loro rapporto escludono quella che per molti sarebbe da considerarsi la base, le fondamenta, di una relazione di coppia: la reciprocità. Giuliano non possiede alcunché dell’amata, se non i ricordi e i momenti trascorsi insieme, nel passato e nel presente. Il loro futuro, benché si promettano di non allontanarsi l’uno dall’altra, non è solo incerto, ma non tracciato, né tantomeno abbozzato sottoforma di schizzo o prima impressione. È, alla lettera, da esplorare e scoprire, senza poter mettere ipoteche, senza avere il privilegio di fare previsioni e mettere le mani avanti in caso di caduta. Qui, pare sottintendere l’autore per bocca del suo protagonista, c’è da spaccarsi il naso precipitando oppure da volare, rapidi e leggeri, sulle ali dell’entusiasmo.
Se la mancanza di possesso denuda e denuncia il futuro tacciandolo per inconsistente, l’intermittenza del rapporto lo tende come un arco proiettato verso l’orizzonte. A lungo andare, però, non c’è “feudataria”, non c’è Regina di Saba – ed è emblematico che questo sia il titolo di un altro riuscitissimo romanzo di Sgorlon – che possa mantenere il suo incantamento attivo a così grandi distanze. Giuliano si trova costretto a recidere il filo rosso che lo unisce a Flora perché non ha abbastanza energie per sostenere lo sforzo costante di inventarle addosso delle giustificazioni e delle scuse che la rendano, ai suoi occhi, al centro di una dinamica sopportabile. Tarpare le ali alla farfalla significherebbe privarla della sua identità e renderla il divertimento perverso dei collezionisti da salotto e questo Giuliano non può permetterselo. Egli, quindi, deve rispettare il proprio passo, il proprio ritmo, e smetterla di inseguire ridicolmente la sua fata fuggevole nei suoi meandri labirintici.
Non esiste una visione soddisfacente che li veda insieme, nella stessa stanza, a invecchiare raccontando a figli e nipoti dei loro trascorsi. Non esistono i presupposti per un rapporto d’amore stereotipato, conchiuso nelle tappe obbligate di una società che si fa sempre più incalzante e uniformante: nessun fidanzamento ufficiale, nessun matrimonio, nessuna coabitazione in un edificio comune, nessuna nuova famiglia.
Giuliano deve serbare dentro di sé la spettacolarità delle intermittenze dell’amore accettando un dato di fatto nudo e crudo: l’acqua del fiume scorre dalla sorgente alla foce e non viceversa. E, in questo, non c’è colpa alcuna.

Il tempo passato con Flora mi aveva fatto capire che la realtà e la vita sono soltanto un miraggio che non si lascia raggiungere; che esse si possiedono soltanto nel ricordo, nella fantasia, nella parola e nel racconto. La vita era soltanto illusione, attesa di qualcosa che non veniva mai, e noi ombre sfocate e vane, scosse da assurde passioni.

Cosa farsene di queste assurde passioni? Raccontarle ed enumerarle come le perle di una collana o i grani di un rosario.
Che il sentimento più cocente della sua vita fosse destinato a concludersi in modo tanto brusco e repentino è triste? Forse, ma nulla toglie al suo averlo vissuto appieno. Non solo quanto resiste nei secoli dei secoli è importante o significativo. Né, tantomeno, l’intensità di un’emozione è traducibile esclusivamente in un linguaggio specifico. L’amore, in questo senso, può costituire un’esperienza totalizzante e abnegante pur senza promettere fedi, salute e malattia, pur senza essere esclusivo, certo, stabile e duraturo. A volte, è quel che è, e rifiutarlo in quanto tale appare, senza ombra di dubbio, un pavido capriccio.


Dettagli

Photo by Bhushan Sadani
Tutte le citazioni sono tratte da Il trono di legno, C. Sgorlon, Mondadori, 1973.

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2 risposte a “Un pavido capriccio”

  1. Profondità inarrivabili con altre parole

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    1. L’importante è saper nuotare!

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