Indice

Introduzione

Criticare i giovani e i giovanissimi è diventato uno sport internazionale, specie nell’Occidente globalizzato e iperconnesso. I cosiddetti nativi digitali, che alcuni suddividono in gruppi ancora più striminziti quali i bambini digitali, sono colloquialmente descritti come soggetti impossibili da soddisfare, incapaci di reprimere i propri desideri e impulsi, egoisti, egoriferiti, maleducati e vittime delle nuove tecnologie, ergo già dipendenti da un referente esterno prima ancora di aver capito la differenza tra il sopra e il sotto, la destra e la sinistra.
Ragioniamoci un attimo, senza troppi peli sulla lingua. Anzi, in modo provocatorio e un tantinello aggressivo.

Il credito di speranza

Ragazzo, il Dio che tuona cupo, ha l’esito
di ciò ch’esiste, e regola a sua posta.
Non capiscono, gli uomini: viviamo
come le bestie, efimeri, ignorando
come Dio disporrà la nostra fine.
Ecco: smaniamo tutti a vuoto. Intanto
ci nutre la speranza, la fiducia.

Questi versi sono tratti dall’incipit di una poesia greca, del poeta Semonide, esponente della lirica giambica. Vorrei concentrarmi sugli ultimi due, benché il componimento sia tutt’altro che concluso dopo di essi.

Smaniamo tutti a vuoto, mentre ci nutre la speranza in un futuro migliore.
Questo è quel che leggo in questi due versi. È encomiabile che la specie umana sia riuscita a creare un sistema tanto stabile per giustificare ogni suo gesto, ogni sua propensione, ogni sua manomissione nei confronti della vita, l’universo e tutto quanto. Questo sistema, che appare come una dinamica ben collaudata, è quello della fiducia nel futuro, che mi piacerebbe qui definire come un credito di speranza. In generale, piace pensare che gli sforzi dell’oggi siano ancor più significativi poiché un domani fruttificheranno in qualcosa di maggior valore. Il denaro investito, la costruzione – mattone per mattone – di una casa, gli straordinari svolti con la prospettiva di un futuro avanzamento di carriera, la sostituzione di uno strumento in cambio di una sua versione più performante e via discorrendo. Non è solo pragmatismo quello ci spinge a mettere le ghiande nell’albero come gli scoiattoli, bensì anche il frutto di una fede – laica, mistica, religiosa, poco importa – impiegata dal cervello come una panacea a tutti i mali, un meccanismo di difesa inconscio e uno stimolo a proseguire la salita anche a costo di rimetterci via via brandelli di polmone: la speranza.
Ciò è tutto fuorché negativo, è anzi un dispositivo evolutivo di notevole pregio e fattura, una sorta di antivirus o programma di protezione che ci tiene alla larga dalla maggior parte dei baratri esistenziali che la vita ci pone innanzi. Eppure, la speranza, come tutto quel che esiste, bisogna saperla riconoscere, dosare, impiegare, un po’ come si farebbe con una frolla in cucina. Maneggiala troppo, ed ecco che la farai impazzire donandole una maglia glutinica robusta come le mura della città di Troia; maneggiala poco e ti ritroverai solo briciole zuccherine e giallastre tra le dita appiccicose.
Bisogna sapere dove riporre la propria speranza, in che cosa, verso chi indirizzarla. Cosa farne, quali stimoli assecondare e, in sostanza, come autodefinirsi sulla base di tutte queste allegre risposte. Ma cosa c’entra questo discorso con l’introduzione e la poesia? C’entra perché, in alcuni casi, la speranza può diventare un paraocchi, un impedimento alla vista. O peggio, la vuota meta di un altrettanto vuoto e paradossale percorso.

Imitazione e ipocrisia

Gli ultimi decenni, nell’ambito delle ricerche psicopedagogiche, sociali, psichiatriche e antropologiche, hanno mostrato l’importanza di un determinato meccanismo dell’apprendimento umano. Facciamo rullare i tamburi, poiché questa notizia sorprenderà la maggior parte di voi. Sto parlando dell’imitazione. Ebbene sì, con buona pace della lunga querelle tra neoclassicisti e romantici, l’imitazione sembra ricoprire un ruolo davvero decisivo all’interno della formazione del pensiero, del carattere e della personalità umane. Ma cosa significa concretamente?
Che gli esseri umani, fin dalla più tenera età, possiedono due stampelle, o due gruppi di ponteggi e impalcature, per crescere rigogliosi come edera rampicante: il proprio patrimonio genetico e le proprie esperienze dirette e indirette. Ciò vale a dire che tanto il genoma quanto le informazioni apprese durante il corso della vita, specie durante quei periodi in cui la plasticità neuronale è particolarmente spiccata, hanno un impatto significativo sul futuro dell’individuo. O meglio, di tutti gli individui. O meglio alla seconda, di tutte le società umane in quanto riflesso delle interazioni complesse tra gli individui che le formano, sostanziano, riproducono.
Ebbene, se è vero che i pargoli apprendono anche grazie all’imitazione, e qui viene da citare l’importanza delle figure di riferimento primarie – come genitori, parenti stretti, il gruppo dei pari, i professionisti della salute e dell’educazione –, come ci si può stupire di fronte alla postura che le nuove generazioni hanno assunto nei confronti del tempo, dell’autorità e della gestione della loro crescita personale?

Una carrellata impietosa e non esaustiva di esempi

  1. Non stare sempre attaccato a quel telefono!
    Dice l’adulto di riferimento medio, il quale, ancor mediamente, ben di rado si stacca dal suddetto telefono. Ciò vale per ogni dispositivo smart, dall’orologio agli occhiali, dalla televisione al computer, dalla lavastoviglie alla macchinetta del caffè sulla quale si può giocare a memory durante la penosissima attesa di un bicchierino che si riempie.
  2. Impara a gestire i tuoi desideri, sii più educato, meno egoista!
    Sostiene l’adulto di riferimento, mentre con le dita scrolla compulsivamente le offerte dei negozi online per sostituire il tappetino del bagno, rivendere il suo ciondolo in un negozio dell’usato, commentare e recensire un prodotto arrivato con un lieve ritardo come se fosse spazzatura. Mentre, magari, supera un cliente sovrappensiero in una coda, taglia la strada a qualcuno sorpassandolo a destra, passa col rosso perché tanto all’orizzonte non sembra esserci nessuno.
  3. Socializza! Cos’è questa moda dell’ansia sociale, adesso? Ai miei tempi, eh già, ai miei tempi… e vai a lavorare, impegnati, che basta quello per fare strada!
    Afferma l’adulto di riferimento, senza considerare che i tempi, fisiologicamente, cambiano e si trascinano dietro un bagaglio di trasformazioni davvero dirompenti. E, magari, ciò viene sostenuto mentre, al tavolo del cenone di Natale, la zia legge le notizie della rivista patinata, il nonno gioca al sudoku immerso in un mondo di numeri e calcoli, la madre sposta le dita per distruggere delle gemmine colorate o dei frutti sul suo schermo e il padre si lamenta dei soldi che scivolano via osservando le statistiche di una partita di calcio con l’intenzione di strappare l’ennesima schedina.

Il compito della goccia

È una lunga e sproloquiante provocazione, certo. Generalizzare sarebbe folle e il discorso emerso fin qui ha i tratti di un comizio qualunquista e semplicistico. Perché la sua intenzione è quella di scatenare una reazione, pur minima, in chi sta leggendo.
E sì, sto parlando di fastidio. Ripugnanza. Disgusto. Ma nei confronti di chi o cosa? Che una parte raggiunga chi scrive è prevedibile, ma un’altra parte dovrebbe raggiungere tutti coloro che, sicuri dell’incrollabile salubrità delle proprie scelte di vita, non si rende conto di alimentare un meccanismo integrato di questa macchina infernale che riproduce comportamenti disadattivi aspettandosi – contraddittoriamente – che il risultato cambi.
Le parole, da sole, sono vuote e inefficaci. Provate a gridare contro un muro, vi assicuro che non risponderà. Provate adesso a farlo in vicinanza di un’altra persona ed ecco che quelle stesse parole assumeranno un senso, una direzione. Avranno un impatto, genereranno conseguenze. Verranno contrattate, rinegoziate, modificate. Alcune saranno censurate, altre incensate. Ma da questa attività verranno fuori riflessioni, scambi e, soprattutto, azioni. Perché è questo ciò di cui abbiamo bisogno oggi. Di riporre la fiducia, il credito di speranza, non tanto nelle oscillazioni del mercato azionario, non nelle lotterie, negli intrighi geopolitici divenuti ormai dedali claustrofobici, non in una non ben precisata idea di “progresso futuro”, ma nella possibilità di migliorare oggi e di svolgere il compito della proverbiale goccia che, a lungo andare, diventa prima mare e poi oceano.

Non-poesia impressionista

Ho visto bambini con tablet in mano all’età di due anni.
Ho visto bambini sul treno che guardavano
il percorso del veicolo sul quale si trovavano
da uno schermo,
ignorando il paesaggio circostante.
Ho visto bambini incapaci di focalizzare l’attenzione
su un compito per più di cinque minuti
senza smaniare.

Poi ho guardato le persone che avevano intorno,
adulti fatti e finiti.
E questi adulti,
non sarà difficile indovinarlo,
facevano le stesse identiche cose.

Il processo senza verdetto

Immaginiamo, in conclusione, un artigiano. Magari un vasaio. Se il vaso che ci fa vedere presenta evidenti difetti di fabbricazione, con chi ce la prendiamo? Con l’oggetto stesso? Ah! Vaso brutto e cattivo, sei venuto su male! Oppure con altre caratteristiche contestuali forse di maggior rilievo? Credo che avrebbe molto più senso prendersela con il materiale scelto, con la concentrazione dell’artigiano, le sue abilità, in sostanza con il processo che ha portato, a tutto tondo, alla creazione di un qualcosa che, secondo gli standard, appare peggiore. Quando, tra l’altro, è solo diverso ed è stato creato proprio da chi lo critica. E la ragione non va nemmeno cercata troppo lontano.

Dettagli

Photo by Charlie Hales e Igor Omilaev
Citazione tratta da Lirici greci, Einaudi, a cura di S. Beta e traduzione di F.M. Pontani, 2018, Torino.

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