Le avversità di oggi plasmano l’avvenire. L’ostacolo del presente è la sfida da superare per affrontare con ancor più decisione e competenza quello del domani. A costo di ricordare o immaginare che sarà necessariamente diverso da quanto è già stato superato, che potrà trovare i suoi bersagli indifesi o vulnerabili o stanchi. Eppure, il movimento della causa e dell’effetto non si arresterà poiché qualcuno lo fissa o tenta di scardinarlo; il movimento, incessante, farà come il fiume che scava la roccia e, a distanza di anni, decenni, secoli, si svela capace di creare un intero mondo sotterraneo, vasto ed enigmatico.
Siamo nel lutto, Pericle. Né il popolo né i singoli
Cimitero marino, Archiloco.1
faranno festa biasimando il pianto.
Tali furono quelli che l’onda mugghiante
sommerse. Gonfio dell’angoscia è il petto.
Ma c’è, mio caro, per i casi disperati un farmaco:
gli dèi ce l’hanno dato: è la fermezza.
Retaggio alterno, i guai. La sorte cangia, e adesso tocca
a noi: gemiamo, ché la piaga sanguina.
Poi, più tardi, sarà la volta d’altri. Su, coraggio!
Cacciate via quel cordoglio da donne.
Resistere all’onda
La prima scintilla di vita corrisponde all’accettare un dato di fatto: si aprono gli occhi non per volere, ma perché altri hanno così stabilito. È dunque una firma ancora inconscia quella che viene apposta dal neonato con i suoi gridolini nell’aria. Versi acuti che significano accetto di sedermi al tavolo degli scacchi, fate scattare il timer per la prima mossa. C’è tanto di non programmato, in tutto ciò, tanto che cade tra capo e collo inesorabilmente. Non sono le anime del limbo a chiedere di essere messe al mondo: accade, perché altre volontà l’hanno stabilito. Genitori, società, imperativi bioevoluzionistici.
Giunge il lutto, quindi. Anche nella grande città, nel cuore pulsante della civiltà. L’Atene di Pericle, per esempio. Lì, il poeta Archiloco, conferma l’arrivo della Triste Mietitrice, incapace di salvaguardare chicchessia per qualche bazzecola come il merito, l’onore e la rettitudine. Il popolo e i suoi singoli componenti – è mirabile che il poeta già sapesse scindere tra le due diverse entità – devono comportarsi come si conviene: mostrare fierezza, compunzione e fermezza. Resistere all’onda che prima ha sommerso chi ormai non c’è più, chi è rimasto indietro e non avrà l’occasione di accorciare la distanza, chi è diventato silenzio rumoroso, e adesso minaccia le menti di chi è sopravvissuto attraverso ricordi malinconici, nostalgici e uggiosi. Bisogna riconoscersi nel bene come nel male: un petto gonfio d’angoscia non può portare al sorriso, alla risata o alle esclamazioni di gioia. Un petto gonfia d’angoscia deve stare dove gli compete, ossia nella sofferenza e nel senso di perdita e allontanamento. Tuttavia, non può cedere alla marea della disperazione che sarebbe capace di inabissargli le facoltà mentali, il pensiero, la lucidità. Fiero, fermo, deve stare il soldato della vita, in quanto non si è militi solo sul campo di battaglia. Il farmaco, del resto, viene dal cielo, è un dono degli dèi. Dèi che sono natura, cultura, spiritualità e fede. Che sono scienza, magia, studio e intuizione.
Coraggio!
Lo insegna la luna, il satellite gioiello. Non c’è marea che sia eterna, non c’è secca che si possa congelare nel tempo. I guai sono alterni, periodici e capricciosi. Finiscono e, dopo aver abituato alla loro assenza, tornano. Cosa rimane dunque nelle mani, o meglio, sulle spalle di chi ha portato queste croci? La fatica dell’apprendimento e la consapevolezza di aver di nuovo distrutto e riformato i propri muscoli, specie quelli adibiti alla sopravvivenza. Questo avviene perché non v’è crescita né maturazione senza fatica e scontro. La sorte è birichina e cambia, volubile, come chi ha tanti vestiti e non sa quale mettere per fare bella figura. Il dolore dei naufragati si sposta e trasla sui naufraghi, sui sopravvissuti. C’è da ricordare il petto gonfio d’angoscia il quale, nonostante la fermezza, è diventato una piaga, una ferita che sanguina. Quale consolazione può sollevare il morale? Che la vita umana è una fune tessuta pezzo dopo pezzo, che passa di mano in mano, fino a quando a un corpo che cade ne sopraggiunge uno che s’alza. E si continua così, coraggio!, perché dopo la burrasca c’è la bonaccia e dopo la bonaccia la burrasca. Così è: legge ineluttabile. Allora, sussurra il poeta soldato, tanto vale farsi trovare pronti, forti, solidi. Ricordando che non si è solo, mai, nemmeno sul fondo di un pozzo. Perché finche si è umani si è parte di un insieme impossibile da scindere nelle sue parti costituenti. Si è fiume che lento erode la roccia millenaria.
Allora avanti, coraggio, avanti, coraggio!
- pp. 4-7, Lirici greci, A cura di S. Beta, traduzione di F. M. Pontani, Einaudi, Torino, 2018. ↩︎
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Photo by Jeremy Bishop





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