Sul frontone del tempio di Apollo a Delfi è stata incisa un’iscrizione famosa al punto da divenire famigerata: nosce te ipsum, ossia conosci te stesso. Per secoli, la citazione è stata portata in auge da filosofi, scrittori e pensatori quale strumento di indagine privilegiato per comprendere sé stessi, per sottolineare l’importanza dell’introspezione e per sottrarsi alla tirannia unilaterale del mondo esterno e dei suoi giudizi trancianti e delle sue esigenti aspettative. Il filosofo tedesco Nietzsche, attraverso la rilettura di un lirico greco chiamato Pindaro, ha fornito alla modernità una variante interessante di questa iscrizione, quasi a costituirne la seconda parte, una specie di necessaria integrazione: divieni ciò che sei.
Al lettore contemporaneo può sembrare facile, addirittura tautologico, conoscere sé stesso. Come se non fosse il frutto di esercizi costanti e di un addestramento che inizia con la vita stessa. È un’illusione ragionevole e ben giustificata dal funzionamento del cervello, ma spesso non corrisponde alla realtà dei fatti. Basti pensare al rapporto che esiste tra l’Io e la memoria, tra l’oblio e l’identità, tra quel che si vuole e quel che si deve fare.
Sinestesie
Nel racconto Iris, di Hermann Hesse, c’è più, molto di più, della rievocazione del giardino d’infanzia dell’autore. Oltre agli scorci autobiografici, che pure illuminano la storia mostrando l’ombra lunga di tutti gli oggetti e donano una sfumatura autunnale, tremolante e vibrante a ciò che viene rappresentato, i temi portanti della narrazione si allontanano dal particolare del vissuto concreto per trattare argomenti di portata generale, umana nell’accezione più ampia possibile, come la memoria, l’oblio, l’identità e l’arduo compito di diventare sé stessi.
Il protagonista è un individuo di nome Anselm. Inizialmente viene mostrato come un bambino dalle spiccatissime doti naturalistiche. Trascorre la maggior parte del tempo nel giardino di casa e nei campi tutt’intorno, esplorando l’ambiente con rispetto, passione e il piglio dell’amante. Impara così a conoscere piante, alberi, insetti e animali d’ogni tipo, in modo intuitivo e non sui libri o sui manuali tecnici. In particolare, adora gli iris e si sente coinvolto dal concerto che la natura ha predisposto per tutti gli esseri del creato. È l’esperienza diretta a guidarlo, un’esperienza che non viene manovrata da altri che dall’appassionata curiosità del bambino. Pertanto, egli arriva spesso a fondersi con quel che vede, a sognare quel che sogna la natura stessa. In un trionfo di sensazioni e impressioni fuggevoli, Anselm, attraverso i propri sensi sovrastimolati, riesce a intravedere una verità profonda che si nasconde in bella vista: nota sé stesso e il percorso che dovrebbe compiere per realizzarsi. Anselm, però, è ancora un bambino che del mondo esterno e della società conosce poco, oltre agli amici e ai genitori. Inoltre, non sa che questa comunione con la natura è tutt’altro che scontata e presente nel vissuto degli altri esseri umani.
Questa sua età dell’oro, corrispondente all’infanzia e alla prima fanciullezza, viene gradualmente e inesorabilmente spazzata via dalla crescita. Il suo corpo comincia a mutare e con esso desideri, sogni e aspirazioni. Il giardino, di momento in momento, cambia faccia per l’adolescente: non più scrigno di ogni tesoro, bensì erba, terra, fango. Il suo sguardo, dunque, si fa più analitico, razionale e scientifico. Le sinestesie intense che ne hanno cullato l’infanzia lasciano il posto alle definizioni da manuale, all’osservazione da entomologo, da classificatore di farfalle stilettate con degli aghi e inserite all’interno di stupende teche di vetro. Il bambino prima affascinato è adesso un giovane adulto rigoroso che ha sostituito la musa della magia con quella della tecnica.
Età dell’oro
Anselm si allontana da casa, va a vivere e studiare altrove. Socchiude il cassetto con i ricordi dell’infanzia che lascia lì, a macerare. Si distanzia dalla madre, pur amata, e dal giardino per inseguire le sirene degli studi, della carriera e della grande città. Nonostante si lasci trascinare in avventure mondane e sociali, è uno studente preparato e diligente, dotato anche di una sua brillantezza. Ciò gli consente non solo di terminare gli studi con ottimi risultati, ma addirittura di coronare l’obiettivo di diventare un professore. Anselm, infatti, quando passeggia sui ciottoli della città, percepisce il rispetto che promana da chi lo incontra: egli è giovane, intelligente, economicamente stabile, industrioso e di belle speranze. Sa godere della compagnia di un buon libro e i suoi studenti, nei limiti del possibile, lo apprezzano e seguono. Certo, non ha una cerchia di amici molto nutrita e gli interessi sentimentali sono piuttosto striminziti, ma segue il suo decoroso binario, il suo percorso di vita, raccogliendo quel che ha seminato. E se è vero che, di tanto in tanto, si ritrova a fantasticare sul suo vecchio giardino, è vero allo stesso tempo che scaccia quel pensiero come una zanzara fastidiosa. Ma per quale motivo? Ne teme la suggestione, ha paura di diventare svogliato e ingenuo? Di essere sviato dalle proprie ambizioni? No, tutt’altro, ne intuisce il fascino inaccessibile. Perché l’Anselm del presente non è più in grado di provare le intense sensazioni di una volta, anzi, non ricorda nemmeno quale parola scomodare per descriverle. Tanto che, tristemente, giunge a chiedersi se non si tratti solo del rimasuglio di qualche sciocca allucinazione.
L’equilibrio quasi perfetto e armonico della sua vita si infrange quando decide di chiedere la mano della sorella del suo migliore amico. Questa donna, di nome Iris come i fiori che più amava del suo giardino d’infanzia, è colta, cagionevole di salute ed estremamente sensibile. Si tratta di una figura femminile che potrebbe ricordare la Fosca di Tarchetti ma che, infine, si mostra come il suo contraltare solare e spiritualmente limpido. Non è una femme fatale che irretisce con il fascino malsano della decadenza, bensì è una sibilla che porta Anselm a compiere il passo decisivo verso la riscoperta del sé. Iris, infatti, si rivela disposta ad accettare la richiesta di matrimonio ma a una condizione: Anselm deve affrontare il turbamento e il disagio che prova ogniqualvolta pensa al suo giardino. Sì, può sembrare una richiesta inverosimile, un artificio di trama, eppure, calato nella bocca di Iris non è altro che l’unico discorso possibile, l’unica condizione sensata per accettare di vivere accanto a un altro essere umano. Non la ricchezza, non la sicurezza, né tantomeno la rispettabilità sociale è quel che ammira, bensì la comunione d’intenti, l’essere accanto a chi è presente a sé stesso.
Anselm accetta la condizione, benché sia turbato. E il motivo di tanta preoccupazione viene presto svelato.
Sondava i propri ricordi, che aveva sempre creduto di portarsi dentro ben ordinati, e così facendo giungeva a straordinarie, sorprendenti scoperte. Il suo tesoro di memorie era infinitamente minore di quanto avesse supposto. Interi anni mancavano, gli apparivano vuoti come fogli intonsi.1
Egli, in nome dello studio, della tecnica e della maturità, ha svuotato la propria mente dai ricordi. Ha attraversato la vita come un automa consapevole solo dei passi da fare per giungere alla destinazione sperata. Ciò lo ha reso un uomo moderatamente buono, richiesto e dalla compagnia gradevole, un uomo limpidamente nella media, equilibrato, mai eccessivo, fervente o animato da desideri tali da fargli rischiare qualcosa di concreto. Adesso, grazie alla richiesta sui generis di Iris, deve recuperare quello che ha dilapidato strada facendo. Deve ricordare e tuffarsi in quell’età dell’oro che, come tutti, ha allontanato come se farlo fosse necessario per diventare adulti. Ma, adulti, anagraficamente, lo si diventa comunque anche senza rispettare le convenzioni e le aspettative dei pari e della società. Anselm si ritrova stretto nei panni di un’adultità convenzionale, tradizionale e conservatrice che, trovandolo disarmato, rischia di stritolarlo definitivamente.
Il serpente del conformismo
Pieno di dolore, di una crescente tristezza e angoscia, il pover’uomo s’avvedeva di quanto inconsistente e vuota fosse la vita che s’era lasciato alle spalle e che più non gli apparteneva […] Prese a scrivere: voleva, riandando anno per anno al suo passato, mettere nero su bianco le sue esperienze di maggio momento, per averle saldamente in pugno. Ma quali erano le sue esperienze più importanti?2
Ma egli, con un degno moto d’orgoglio, oppone resistenza al serpente del conformismo e si avventa su quanto è possibile riesumare dal passato. Scrive e rielabora. Attraversa lo spazio e il tempo suscitando l’imbarazzo e lo sbigottimento di quanti lo conoscono. Diventa svagato, lunatico e costantemente sovrappensiero. Perde il filo della conversazione a metà discorso, si allontana dalle aule colto da un’intuizione durante le lezioni fino a ripiegare nel rifugio infantile del giardino. La casa natale, ormai, è vuota. Nessuno più lo attende. Tuttavia, le stagioni non si sono scordate il loro mestiere e i fiori sbocciano, la terra trema di semi nuovi, gli insetti, le farfalle e gli animali si rincorrono, si azzannano, si riproducono.
Anselm deve compiere un atto dinamitardo, ma non sa da dove cominciare. Cosa è davvero importante? La carriera, il lavoro, la grande città che ha sconfitto la notte? Oppure c’è altro?
E, spaventato, sollevava lo sguardo dal foglio e si chiedeva se era quella, proprio quella e null’altro, la vita. E si batteva con la mano la fronte, e rideva, rideva.3
Deve andare ancora più a fondo, contrastando l’oblio che naturalmente caratterizza la memoria. Deve profanare sé stesso e smottare la terra che ha gettato sul proprio Io. Così facendo, gli sforzi di tanti decenni gli appaiono vacui, benché non inutili, forse traslucidi. Si sente come il marinaio che è stato incantato dalle sirene e ciononostante si è salvato giungendo nel prossimo porto. Perché? Come?
Al culmine della sua prostrazione, dove rinascita e morte combattono tra loro, il suo migliore amico gli comunica una notizia sconvolgente: Iris sta morendo. Anselm riesce a raggiungerla prima che sia troppo tardi e, durante la loro ultima conversazione, la donna svela a quello che mai diventerà suo marito che, alla fine, tutta quella fatica che ha imposto all’uomo non l’ha portato più vicino a lei, ma a sé stesso. Non lo ammette con spirito di rivalsa, né con odio, gelosia o invidia. Lo sostiene come se fosse stato il suo obiettivo fin dall’inizio.
E chissà, magari la canzone dei fiori del piccolo Anselm è uno spazio privilegiato che esiste per ogni essere umano, benché assuma aspetto, forma e consistenza diversa. Per Iris, si può immaginare, questo spazio doveva essere quello in cui avrebbe potuto salvare un’anima persa lungo la via.




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