Brenno, Alarico, Genserico e von Frundsberg. La Città Eterna saccheggiata e trattata come delle spoglie di cui appropriarsi, da spartire e dilapidare come in un becero casinò. Contee e marchesati, regni e imperi hanno visto in faccia, provenire da vicino o da lontano, gli sguardi ammiccanti della fine. Tramonta il potere in ogni lido, non c’è lembo di terra sul pianeta che non abbia assistito a questo crepuscolo. Tuttavia, rinasce, come l’araba fenice, sempre, perché la cenere è feconda e non ci sono vuoti che l’industriosità umana non sappia colmare. Nel bene come nel male.

Giovani, e fino a quando inerti? Quando avrete un cuore?
Non vi fa vergognare dei vicini
tanto lassismo? State qua, seduti, come in pace:
e tutto è nella morsa della guerra […]

Lo scampo, Callino1.

Schermaglie
Qual è l’evento che traccia una linea scura tra il prima e il dopo? Cosa demarca il confine tra il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, il bello e il brutto? Cosa indica che è stato superato il segno e che, da adesso in poi, ci si ritroverà in un terreno inesplorato da affrontare come gli esploratori moderni nell’intricatissima Amazzonia degli aborigeni? La capacità di sopportazione. Capacità che varia da cultura a cultura, di società in società e addirittura di corpo in corpo. Capacità che, a volte, assume l’aspetto di una compiacente e complice procrastinazione.
Bisogna sbrogliare la matassa gettando via i fronzoli e i fili sbrindellati o troppo sottili. Gioventù: parola agrodolce che significa rigoglio d’energie e fame di prospettive nuove, ma anche sventatezza e incoscienza. Lì, dove la mancanza di esperienze si fa stimolo alla vita, pare che ci si possa affidare solo all’incessante battito del cuore capace, pulsando, di irrorare sangue fresco nell’intera macchina biologica. È vero, sembra incolta, sprovveduta, questa macchina, ma ha carburante da vendere nonostante ne sfrutti un quantitativo imbarazzantemente alto per sostentarsi. Dunque, perché non impiegare le energie per raggiungere uno scopo? Perché dissipare tempo, desideri e sogni in una paludosa stagnazione? Di fatto, delegando l’uso di queste energie ad altri, lasciando a loro ogni consenso-non-informato?
Fin quando, giovani, sarete inerti? Quando dimostrerete che essere al mondo non significa solamente stare, ma anche lasciare un segno, il pur minimo segno, del vostro passaggio?
Perché avete diritto a prendervi uno spazio, ad abitarlo, ad animarlo, a difenderlo. La vostra esistenza non è la munizione nell’arma di chi vi sta sopra nella piramide sociale né tantomeno il piolo della scala che chi è più in basso desidera sfruttare. La vostra esistenza è la vostra esistenza. Ciò non significa sdoganare un malsano egocentrismo individualista, bensì essere consapevoli. Consapevoli di avere il diritto alla vita, alla soddisfazione, alla frustrazione, al fallimento e al successo. Non si dovrebbe osservare con falsa saggezza e sciocca calma mentre qualcuno, attivamente, cerca di strappare di dosso agli altri diritti conquistati in secoli di schermaglie fisiche quanto mentali.

Appare per un istante
Non vi vergognate? Quando vedete che altri si prendono il vostro in maniera indebita? Quando le strade che potreste percorrere vengono sbarrate da volontà che non sono né divine, né naturali, bensì tutte umane, ma contrapposte alla vostra? A cosa porta tanto lassismo, tanta bieca accettazione di uno stato delle cose troppo mutevole, veloce, predatorio?
La pace è una conquista e non un dato di fatto. Piacerebbe, a tutti, considerarlo tale, ma non c’è niente di più arduo da realizzare che un progetto che prevede l’armonia, l’equilibrio dinamico e la salute per la maggioranza delle parti coinvolte. Se là fuori, già, proprio oltre la soglia di casa, oltre i vetri delle finestre, nel cielo e nella terra, si consumano eccidi, massacri, genocidi d’ogni forma – nel diritto, nella salute pubblica, nella giusta possibilità di manifestare dissenso, nella vita nel senso più stretto possibile – non è indecoroso rimanere immobili, magari attendendo che il cadavere del nemico passi oltre il fiume come recita l’antico proverbio? Perché pare che sempre meno nemici scelgano questo metodo per andarsene e che, contemporaneamente, sempre più speranzosi si riuniscano alla foce. Una foce ormai sovraffollata, in cui ci si pestano i piedi, ci si trova in disaccordo, ci si guarda in cagnesco in una strenua, inutile e ridicola guerra tra poveri. Poveri cristi, per citare un’altra massima.
Se la morsa della guerra stringe, quale risorsa impiegare se non quell’energia che il corpo produce? Impiegare e non bruciare, poiché non sono i giovani a doversi sacrificare sugli altari delle ambizioni delle generazioni passate. Ma, da che mondo è mondo, al tavolo delle trattative non si siedono gli spettatori passivi, gli osservatori imparziali o gli ignavi che corrono dietro bandiere irraggiungibili mentre vengono punti da insetti deformi, no, a quel tavolo si siedono coloro che hanno agito per impedire che il loro lembo di terra, la loro regione, nazione, continente, pianeta, diventasse un po’ più brutto, sozzato di una nuova quantità di sangue scuroversato e diritti calpestati e tetti crollati sotto l’ingiusta potenza di fuoco di un assalitore che viene da lontano, appare per un istante, deflagra morte e poi addio, se ne va, torna piccolo piccolo a essere piccolo piccolo altrove. Ma sentendosi un gigante.
Bellezza, giustizia, bene non sono muse da invocare, bensì cuccioli da accudire con pazienza, amorevolezza e rigore.

Prudono le mani nella rievocazione dei versi di Callino, che vogliono tornare sulla carta, ancora:

Giovani, e fino a quando inerti? Quando avrete un cuore?
Non vi fa vergognare dei vicini
tanto lassismo? State qua, seduti, come in pace:
e tutto è nella morsa della guerra […]

Anche chi scrive si trova allibito, codardo e risibile lungo la foce dissennata del fiume.

  1. Lirici greci, A cura di S. Beta, traduzione di F. M. Pontani, Einaudi, Torino, 2018 ↩︎

Una risposta a “La foce dissennata del fiume”

  1. Continua a pelarle, quelle gatte, Gianmarco. Io probabilmente per arrivare allo stesso punto avrei preso una strada molto più corta, tu invece ci porti dietro Callino, Brenno, gli imperi, gli ignavi e mezza biblioteca. Ma forse serve anche questo. Servono linguaggi diversi per svegliare persone diverse. E se dietro tutta questa “spidocchiatura” letteraria c’è il tentativo di scuotere chi se ne sta seduto sulla riva ad aspettare, allora continua a scrivere. Di gente ferma alla foce ce n’è abbastanza. Di gente che prova almeno a smuovere qualcosa, molta meno.» IGS.

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