Ognuno ha le proprie ragioni. Ciascuno si muove su una scacchiera che in parte è personale, in parte pubblica e condivisa con gli altri. Le persone sono pedoni dal movimento pluridimensionale e dal carattere intersoggettivo. Purtroppo, a differenza degli scacchi, all’interno della partita dell’esistenza le regole non vengono rispettate con lo stesso rigore, ma pur esistono e, quando entrano in conflitto, c’è da guardarsi le spalle anche quando si è un pacifico pezzo che non si è mai mosso contro niente e nessuno.

Parentesi
Il castello è alla stregua di un luogo disabitato. Vi abitano un Barone vedovo e solitario e un poeta, di nome Floribert, che vive come un eremita. Il Barone, da quando ha perso la sua Baronessa, non ha di certo perso il gusto per la caccia delle gonnelle, ma gli anni avanzano e le sue energie decrescono, benché sappia sfoggiare un aspetto da gentiluomo un po’ brizzolato e sicuramente affascinante. Al contrario, il poeta Floribert non si arrischia più a raggiungere le città animate da mille chiacchiere e dalla folla tumultuante. Egli è diventato un’anima schiva, benché di misantropo non abbia nulla. In più, la sua ispirazione si è come rarefatta da quando è morta la Baronessa e dei suoi versi celebri che lo hanno reso famoso e stimato non rimane che il ricordo. È ancora rispettato, certo, considerato un uomo sensibile, saggio e sapiente, ma viene trattato come un’esuvia, o meglio, un libro dalla copertina polverosa e già un po’ annerita.

La gioia della vita, per Floribert, consiste nel vivere alla giornata, mangiando quel che c’è nella dispensa del Barone, che di rado incontra nei corridoi del castello, e intrattenendo pochi scambi con la servitù rimasta. Ogni tanto, qualche vecchio amico lo viene a trovare e lui lo tratta con ogni riguardo. Si confrontano sui tempi andati, trascorrono assieme ore liete e giulive. Tuttavia, non sono che parentesi, momenti brevi di un’esistenza condotta a basso volume e fuori dai radar. Ciononostante, anche Floribert serba nel petto un’emozione che è viva e non decrepita: quello per una donna, vedova anch’essa, figlia dell’ultimo guardiacaccia del Barone. Ella vive nell’unica dimora che ancora si affaccia sul giardino del castello ed è lì da quando il marito è venuto a mancare poiché ha potuto riscuotere l’eredità paterna ricevuta in dono da un antenato del Barone stesso. La donna è ancora formosa e di corporatura seducente, in più, aggiunge a ogni gesto quel tocco di naturale civetteria che tanto attira l’attenzione degli uomini che vivono nei dintorni del castello. Non è una ninfa, né un’elfa, né tantomeno lo stereotipo della classica cortigiana. È solo una donna che bada alla zia cieca e si occupa di sopravvivere dignitosamente, senza mentire a sé stessa sui desideri e le voglie del proprio corpo.  

Il fiore all’occhiello

Le povere vecchie donne la benedicevano e le baciavano la mano, gli uomini la salutavano con inchini profondi e sparlavano di lei, i bambini le correvano incontro e le chiedevano qualcosa e si lasciavano accarezzare le guance.
«Perché sei così», le chiedeva il Barone alle volte e la minacciava con gli occhi bui.
«Hai forse qualche diritto su di me?», chiedeva lei e si intrecciava i lunghi capelli scuri.1

Non ha una brutta reputazione, la donna. Anzi, è rispettata dalle anziane poiché si offre sempre di compiere per loro dei piccoli lavoretti. Agisce in modo disinteressato, per il bene suo e dell’intera piccola comunità, ed è un fiore all’occhiello che storcerebbe le labbra a sentirsi definire in questo modo. Gli uomini, che dire di loro, se la vedono per i sentieri del villaggio la salutano inchinandosi, un po’ sornioni e un po’ affascinati, subito prima di andare a spettegolare sulle sue virtù e avventure. Sì, è una donna dai costumi liberi, ma non peccaminosi. Non indulge in alcun tipo di atteggiamento malevolo, semplicemente risponde con trasporto alle offerte amorose che le giungono da chi le piace e aggrada. Senza illusioni e ipocrisie, ipoteche e manipolazioni. Tantoché i bambini la adorano, le vanno incontro e si fanno accarezzare come se fosse una madre o una sorella maggiore collettiva. Tuttavia, c’è chi non apprezza la sua promiscua liberalità. Il Barone, infatti, fa parte della schiera dei suoi amanti e frequentatori e, da bravo signore feudale in rovina, esigerebbe dalla donna fedeltà, castità e monogamia. Ebbene, lei non è tipa da farsi indietro e da gettare la polvere sotto i tappeti. Anzi, lo affronta con dignità e compostezza quando il discorso cade su simili recriminazioni. La sua risposta è chiara e cristallina: Hai forse qualche diritto su di me? E il Barone, a questo, non può replicare in alcun modo. Del resto, pur per la legge del tempo, non essendo sposati non potrebbe avvalersi di carte e inchiostri per soggiogarla al suo volere.
Dunque, la donna è sospirata e amata da quanti la conoscono e non offre privilegi a chicchessia: è equa, bilanciata e schiettamente rispondente ai voleri della natura. Ciò non cambia quando si fa avanti l’ennesimo spasimante, il fratello del Barone in visita, che impara a non avere occhi che per lei e, con liberalità da nuovo ricco, sperpera la dote ricevuta dalla moglie altolocata per fare la corte a questa donna del popolo sulla bocca e nella mente di tutti. Lo fa, sì, e con quale arte! Quale qualità di mezzi e ingegno! Ma lei è una fortezza inespugnabile, o meglio, apprezza l’interessamento e si comporta come al solito, offrendo la sua compagnia senza dilapidare sé stessa né fare promesse che non si possono mantenere
In tutto questo, l’unico a non avere il coraggio di avvicinare la donna è colui che la vagheggia e idealizza di più: Floribert.

Ciò non basta a frenare

Se a parlare di lei erano i bambini, si illuminava tutto e stava ad ascoltarli come se si trattasse di una canzone.2

Il poeta non assiste alle schermaglie amorose che riguardano il villaggio, ma si limita a essere lo spettatore tranquillo del suo stesso affetto impossibile. Egli ascolta i bambini mentre parlano dell’amata e se ne rallegra, illuminandosi come se il miglior cantante del mondo gli stesse dedicando la melodia più dolce del creato. In più, nel perfetto anonimato, si concede un vezzo che gli risulterà fatale: ogni anno, nel periodo di prima fioritura delle rose tea, le coglie e le porta sulla soglia della casa della donna come omaggio silenzioso. Un gesto romantico e ingenuo, certo, sul quale poco ci sarebbe da ridire. Tantopiù che non lo impone, ma lo elargisce come un regalo, anche qui, quasi disinteressato.
Ma ecco che le ragioni di ognuno si mescolano e ingarbugliano. I due Baroni scoprono di condividere la loro predilezione per questa donna e, per il più abbiente, ciò è inaccettabile. Allora affronta la sua amata chiedendole di diventare il suo interesse esclusivo portandola a rifiutare il discorso nella sua essenza più intima. Il messaggio è chiaro: quando c’è, c’è. Quando può, può. Quando vuole, vuole. Con buona pace di questi maschi che si pavoneggiano nella polvere in maniera alquanto ridicola.
Ma si sa, è difficile rinunciare a qualcosa di agognato verso il quale, tra l’altro, si è convinti addirittura di poter accampare dei diritti o delle pretese solo sulla scorta di soldi, attenzioni e risorse spese. Questo Barone straniero non accetta lo stato delle cose e, una notte, si apposta fuori dalla casa dell’amata con un’arma carica tra le mani. Vuole cogliere sul fatto quel mascalzone di suo fratello e fargliela pagare. Il sangue del suo sangue non è altro che un ostacolo da eliminare. Qualcuno si avvicina cautamente alla porta e pare depositare un oggetto sulla sua soglia. Ha un modo di fare modesto, i gesti non sono né bruschi né tradiscono una certa voluttà. Ma ciò non basta a frenare il dito sul grilletto dell’uomo appostato.

Diabolica precisione

Il tiratore rimase ancora a lungo nascosto, ma non arrivò nessuno e la casa rimase in silenzio. Allora si avvicinò cautamente e si chinò sulla vittima che aveva perso il cappello. Angosciato e meravigliato riconobbe il poeta Floribert.
«Anche lui», gemette e se ne andò.
Le rose tea rimasero sparse a terra, una finì in mezzo al sangue.3

L’assassino è sinceramente dispiaciuto di aver ucciso il poeta Floribert, ma liquida la faccenda come si farebbe con un povero vermicello schiacciato per sbaglio sotto il tacco della scarpa. Inoltre, viene tacciato come “uno dei tanti” e quell’anche lui ha il sapore di un insulto nei confronti dell’ingenuo cadavere. Significa: era fatto di carne e sangue come tutti gli altri, era gretto e superficiale nonostante fosse un poeta, era caduto nella trappola della bellezza come un uomo qualunque. Tuttavia, non lo era, lui, un uomo qualunque. Ma è difficile da spiegare quando si è un corpo morto sulla soglia della casa dell’amata, mentre il tuo regalo si imbratta nel sangue. Le ragioni di ognuno hanno una diabolica precisione, chirurgica, e, spesso, colpiscono proprio chi meno se lo sarebbe meritato.

  1. pag. 155, Leggende e fiabe, H. Hesse, Newton Compton Editore, 1988, Roma. ↩︎
  2. ivi, pag. 156. ↩︎
  3. ivi, pag. 158. ↩︎

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