Ombre sinistre, luci strepitose
Un grande della poesia italiana del Novecento, Giuseppe Ungaretti, scrisse questi celebri versi nel bosco di Courton durante il luglio del 1918: Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie. Una strofa, quattro versi scarnificati, enjambement che tagliano e cuciono assieme una delle poesie più significative, citate e riconoscibili del secolo breve.
La caducità della vita, qui paragonata alle foglie della stagione autunnale, è un tema caro alla poesia di tutti i tempi poiché universale e trasversale, come tutta l’ottima poesia dovrebbe essere. La brevità e l’iconicità di questo componimento consentono al lettore di immaginare una scena ben precisa, un quadro che non sfigurerebbe in alcuna galleria. La foglia è colta nel suo estremo momento, là dove un refolo di vento potrebbe staccarla e portarla lontana dal suo ramo, dal suo albero, dalle sue radici, solo per essere calpestata altrove, per decomporsi, essere azzannata da qualche animale selvatico. Non è però la caduta a dominare la fantasia, bensì l’istante precedente che si dilata nel tempo fino a diventare un anatema, una maledizione imminente che più fa soffrire quanto più dura quella che, a tutti gli effetti, è la salvezza.
Ricordare che questi versi siano stati scritti al fronte, durante la Grande Guerra, non è secondario, così come non lo è nemmeno il luogo emblematico della loro composizione: un bosco, appunto. Non è così difficile figurarsi un giovane Ungaretti steso tra le rocce scoscese, i sentieri scomodi, il fango e le foglie bagnate, spezzate, in attesa di cosa? Una pallottola traditrice, il suono della ritirata o, peggio, quello della carica? Del segno celeste di una prossima salvezza, del simbolo inequivocabile di una fine imminente? Tutto, in questo stato d’animo, può sprigionare ombre sinistre o brillare di luci strepitose: il cadavere di un verme, la penna di un volatile, un’impronta sconosciuta custodita dal terriccio, un ramo spezzato, un grumo di bacche aperte, fragranti, vagamente inquietanti.
Sopra o sotto? Dov’è che andrà il dito dell’imperatore di fronte ai gladiatori.

Bagnati dai raggi di sole

Siamo come le foglie nate alla stagione florida
– crescono così rapide nel sole -:
godiamo per un gramo tempo i fiori dell’età,
dagli dèi non sapendo il bene, il male.
Rigide, accanto, stanno due parvenze brune:
l’una ha un destino di vecchiezza atroce,
l’altra di morte. E il frutto di giovinezza è un attimo,
quanto dilaga sulla terra il sole.
Ma come varca la stagione il suo confine, allora
essere morti è meglio che la vita:
il cuore sperimenta tanti guai; la casa a volte
si strugge e viene la miseria amara;
uno è privo di figli: li desidera, e scende
nell’aldilà con quell’accoramento;
un altro ha un morbo che lo strema. Non c’è uomo
che da Zeus non riceva guai su guai.

Come le foglie, Mimnermo1

Uno dei predecessori di Ungaretti fu Mimnermo, esponente della lirica elegiaca greca, un individuo particolarmente legato agli effetti del tempo sul corpo umano, sulla sua psiche e, in generale, sulla sua condizione esistenziale.
Gli esseri umani, scrive, sono come foglie nate nella stagione più adatta, rigogliosa e promettente di tutte: la primavera. E come crescono, bagnati dai raggi di sole! I semi diventano presto germogli e i germogli piante robuste, gagliarde, proiettate verso l’alto con l’ambizione di godere di sempre più luce. Tuttavia, questa crescita impetuosa, che quasi non ha consapevolezza di sé stessa, è così rapida da rovesciarsi presto nel suo contrario. Gli anni migliori della vita – i fiori dell’età – sfuggono velocemente perché goduti troppo in fretta – per un gramo tempo – e quel che è peggio è che ciò avviene senza aver ancora formulato una coerente e solida idea dell’esistenza – in quanto gli dèi non hanno ancora concesso di conoscere il bene e il male. La vita nella sua interezza e pienezza non può, secondo Mimnermo, scindersi dalla morale. Un’esistenza degna e paga e vitalistica ha bisogno di confrontarsi con il dissidio insanabile tra il giusto e lo sbagliato, tra la buona e la pessima condotta. E si rammarica che i giovani abbiano le energie per sostenere questo urto, questo scontro, ma non l’esperienza, né tantomeno un sistema di valori da poter difendere, sostenere e riprodurre. Tanta forza, sì, ma diretta dove? È questa, forse, una delle domande implicite più struggenti del componimento.

Metà giorno o poco più
Accanto al giovane virgulto che cresce senza requie, senza sapere che il suo apice corrisponderà all’inizio della sua decadenza, si profilano due sentieri: quello di una vecchiezza sempre più arida e quello di una morte precoce. Quale delle due è preferibile? Nel mondo greco non esisteva unanimità al riguardo, ma la maggior parte dei poeti e pensatori avrebbe risposto: la morte, sì, la morte capace di imbellire e onorare il morso avido al frutto della giovinezza, l’azzannata voluttuosa che dura fintantoché il sole dilaga sulla terra. Come a dire un giorno, anzi, metà giorno o poco più. Istanti di gloria, velleità guerriere, retaggi culturali disfunzionali, a ognuno la scelta della propria bandiera.
Per Mimnermo la situazione è chiara: quando la stagione delle energie varca il suo confine, cioè supera quella soglia fatta di grandi ardimenti, pensieri e propositi, la morte è preferibile alla vita. Perché sopportare i malanni che, sicuramente, la vita riserverà alle persone? Perché resistergli quando, è noto, si avranno sempre meno risorse per far fronte alle difficoltà? Qui, il poeta aggiunge dei dettagli pratici, che fanno fuoriuscire il lirismo dei primi versi come aria da un palloncino bucato: il cuore non può che sperimentare tanti guai come una casa in rovina – compresi i rapporti familiari e non solo le considerazioni economiche – la miseria che porta a un’acida solitudine da vegliardi incattiviti, una malattia insanabile e debilitante, l’assenza di figli e compagnia che possano, in qualche modo, addolcire l’avvicinamento all’aldilà. Perché gli esseri umani, conclude dunque il poeta, sono destinati per volere degli dèi a ricevere guai su guai.
Non è un finale consolatorio, né ottimista, ma al contempo si allontana da un nichilismo senza sbocchi o sfoghi. Perché, è legittimo ricordarlo, Mimnermo ha lasciato una traccia da seguire anche nei momenti bui, anche quando tutto sembra in procinto di crollare, peggiorare e annichilirsi: la capacità di distinguere il bene dal male e di agire di conseguenza.
Che essere umani, per quest’uomo tanto distante nel tempo da noi, significasse proprio questo?

  1. pag. 59, Lirici greci, A cura di S. Beta, traduzione di F. M. Pontani, Einaudi, Torino, 2018 ↩︎

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