L’età anagrafica è un numero che prova una certa antipatia nei confronti delle operazioni matematiche. È difficile sottrarre gli anni come se non fossero mai trascorsi, è impensabile addizionarne degli altri provenienti dal futuro. La moltiplicazione e la divisione, paradossalmente, risultano operazioni ben più compatibili con l’età. Un essere umano può aver attraversato delle fasi tanto diverse da poterne ricavare dei capitoli ben distinti gli uni dagli altri; può, altresì, aver avuto esperienza di così tanti eventi da, come si suol dire, aver vissuto più vite in una sola. Ci vuole una certa cautela nel maneggiare questo numero, poiché è molto meno limpido di quanto non sembri di primo acchito.
[…] nulla c’è che non si addica a un giovine
finché la cara età brilla nel fiore.
Da vivo, tutti gli uomini l’ammirano, le donne
l’amano; cade in prima fila: è bello.
Resista ognuno ben piantato sulle gambe al suolo,
mordendosi le labbra con i denti.
I vecchi e i giovani, Tirteo.1
L’espressione più sana e invidiabile
Si parla della gioventù, o si parlava?, come di un’età gagliarda. Un’epoca corta, sì, ma non per questo insignificante, anzi, capace di dare senso all’intera esistenza. Perché è in quel lasso di anni che la forza fisica è al suo culmine, le tessere della mente iniziano a prendere una forma distinguibile e non più amorfa e si giunge a concepire, sentire, immaginare il desiderio, il sogno, l’ideale e, dunque, il futuro nelle sue innumerevoli e cangianti fisionomie. Specie nelle epoche antiche e negli anni della civiltà classica, non era vista come un periodo di transizione, un’epoca di passaggio, ma come l’apice della parabola. Ciò perché, con schietta ed efficace ingenuità, si pensava che più la circostanza da affrontare era ardua e più aveva chance di superarla chi era dotato di grandi qualità fisiche e mentali. Il corso della storia era plasmato anche sulle decisioni impulsive di giovani dall’ardore infantile, oppure da puer senex, da giovani con un animo anziano, più riflessivo e meditabondo, e non solo dalla voce imperiosa e autorevole delle passate generazioni – che, tuttavia, veniva rispettata come la fonte d’autorità per eccellenza.
Là dove l’aspettativa di vita era sensibilmente più esigua e là dove la pericolosità dell’ambiente era ancora letale, due abilità si affinavano su tutte le altre: attenzione e concentrazione. Capacità necessarie alla sopravvivenza e non orpelli per far arricchire delle multinazionali senza volto. L’attenzione non era posta alla mercé del primo mercante di turno, era anzi la risorsa per evitare di finire nei guai, per fronteggiare questioni mai viste e per affermarsi all’interno del proprio gruppo di appartenenza. Il giovane era chiamato ad assumersi le sue responsabilità, a dare peso estremo alla sua parola, a mostrare decisione e acume nel suo agire e riflettere, a essere, in fondo, parte attiva, integrante e vivificante di quella società di cui doveva essere l’espressione più sana e invidiabile.
Fibra di un prato immenso
Fintantoché il giovane è giovane, può compiere qualunque impresa. O meglio, può cercare di portare a termine qualsiasi incarico. Perché brilla di luce propria e questa scintilla genera inevitabilmente invidia e ammirazione. Perché questo bagliore è forza, carisma, spregiudicatezza e intelletto… o la promessa che questi doni possano essere raggiunti davvero. È energia potenziale che ancora non si è specializzata, un carburante staminale e pregno di vigore creativo. Qualcosa da temere, qualcosa da imbrigliare e da apprezzare. L’unico crimine che lo può martoriare è quello di soffocarne il flusso e di asfissiarne il corso, in poche parole di manipolarlo.
Finché il giovane è vivo, può godere della piena ammirazione dei suoi simili. Può dimostrare il suo valore, entrare nella schiera di chi prende le decisioni e ambire a trovare un posto nella comunità. Può essere amato e temuto, rispettato per il semplice fatto di opporre resistenza al lento disgregarsi di tutte le cose.
Se cade in prima fila, cioè sostenendo intero l’urto dell’attacco nemico, viene considerato ancor più bello. Il giovane, così, diventa un eroe, un’effigie da riprodurre, la testa coronata dietro una moneta d’argento. Egli ha così difeso la famiglia, la patria, le istituzioni e non ha permesso di gettare discredito su tutta la popolazione che, con i piedi ben saldi a terra, rappresenta. Perché egli è, poco prima che la spada vibri un fendente verso il suo petto che si offre al metallo, la singola fibra di un prato immenso che, sorvolato dal vento, risuona delle note di ogni stelo.
È però una trappola, questa, per il giovane. Poiché mentre incarna il massimo della virtù – di ciò che gli hanno insegnato essere la virtù – sta per perdere tutto quello che possiede al mondo. Gli occhi per vedere, le mani per afferrare, la gola per comunicare. Ecco perché, quando migliore non potrebbe essere, in lui si insinua, forse, il rimpianto supremo. Eroe, sì, al costo di tutto. Generoso, forte, esemplare, sì, mentre il sangue scorre prima dalle labbra morse che dalla ferita mortale.
- pag.39, Lirici greci, A cura di S. Beta, traduzione di F. M. Pontani, Einaudi, Torino, 2018 ↩︎
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Photo by Doncoombez
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