L’arte la riconosci. Non parla il linguaggio comune o colloquiale, né tantomeno un linguaggio sofisticato ed escludente, tipico di certe interpretazioni elitarie di stampo accademico. L’arte possiede il dono spesso ricercato dagli attivisti con le migliori intenzioni di tutto il mondo: l’inclusività naturale. Perché di fronte a Il sole di Pellizza da Volpedo, il Partenone di Atene, Balloon Girl di Banksy o L’uovo dell’angelo di Mamoru Oshii si può rimanere sorpresi, interdetti, sconfitti, affascinati, frustrati, infastiditi, irretiti ed estasiati, ma senza aver possibilità di scampo dal sentimento estetico e artistico che da queste opere promana, come il feromone dell’animale nella fase del corteggiamento. Esatto, l’arte non è solo questione di dottrina, studio, tecnica ed erudizione, l’arte è anche prima impressione, soggezione, turbamento e impatto. Quel che è meglio è quanto segue: è possibile trovarla in ogni dove.

Tracciare un sentiero

A drag path etched in the surface
As evidence I left there on purpose
A sad sap laying on the surface
Can you find me?
I dug my heels into the gravel
As evidence for you to unravel

Drag path, Twenty One Pilots1

A metà 2026 appare evidente lo strapotere guadagnato dalle Intelligenze Artificiali. Sono capaci, a oggi, di riprodurre una quantità indescrivibile di materiali, anche di stampo artistico, benché non si tratti d’altro che di surrogati, imitazioni spesso credibili, altre volte francamente disturbanti. Questa prolifica abilità è stata ottenuta facendo ingerire ai software una quantità mastodontica di opere davvero realizzate da esseri umani, opere che sono state dunque metabolizzate, riassemblate e cannibalizzate come cibo istantaneo per astronauti. Tuttavia, c’è ancora chi si strugge per creare qualcosa di originale o significativo utilizzando le proprie forze, esperienze e, se serve, l’aiuto esterno di altri pitecantropi socializzati e sapiens sapiens.
Drag path è una canzone del gruppo Twenty One Pilots e, a dispetto della bellezza del connubio testo-più-melodia, che è pur lodevole, colpisce per la bellezza del suo videoclip. Il video, infatti, è capace di catturare l’essenza stessa del significato delle parole con un’atroce precisione. È quasi fisicamente doloroso seguire lo svolgersi della canzone mentre si guarda l’animazione in stop-motion e si rimane con il fiato sospeso fino alla fine, quando esso si riversa fuori dai polmoni proprio nel momento in cui un imprevisto colpo di scena ribalta l’interpretazione di tutto quello che è stato ascoltato e visto.
Drag path è in grado di tracciare un sentiero, di mostrare quanto sia e sarà sempre possibile non arrendersi all’inevitabile influenza che gli strumenti eserciteranno sulla vita di tutti quanti noi. È una strada intagliata sulla superficie, lasciata come prova affinché altri la notino e, notandola, si trovino nelle condizioni di riflettere, aiutare, non abbandonare. Arte.

Uno specchio profondissimo

In my dream, I saw him
The man without a head
On my screen, I saw him
When I was four and ten
I didn’t mean to see him
It all happened so fast
What does it mean to see him
Now all this time has passed?

Infohazard, Ninajirachi2

Infohazard è una canzone, sì, che si accompagna a un video dall’editing sorprendente, ispirato e impegnativo, sì, dalle sonorità elettroniche ipnotiche, da musica electro-trance, sì, ma è, soprattutto, uno specchio profondissimo sulla vita attuale che pare spaccarsi nel centro per rivelare la profondissima tana del Bianconiglio di Alice.
L’autrice deve confrontarsi con un argomento poco discusso, o mai abbastanza discusso: l’impatto che le esperienze digitali hanno avuto e hanno ancora nella formazione e crescita degli individui. Quali effetti hanno avuto e avranno il sovraccarico di informazioni, la velocità dilagante, la digitalizzazione delle relazioni umane, la percezione di un tempo che sfugge sempre dalle mani poiché insufficiente e l’eccessiva possibilità di scelta che porta all’ottundimento dei sensi e alla stasi esistenziale? Ancora non è dato saperlo ma, attraverso l’arte, è possibile indagare degli scenari plausibili che, una volta simbolizzati, ci parlano con una crudezza e una meticolosità che hanno del chirurgico.
Cosa vuol dire sognare ancora, da adulti o giovani adulti, un’immagine disturbante e orrorifica vista in periodi fragili e plastici della vita, ossia a quattro e dieci anni? Cosa vuol dire averla introiettata, mangiata, assimilata senza volerlo, senza aver dato il proprio consenso, senza l’intenzione di fare quella specifica esperienza? E sì, Internet e il digitale hanno permesso di superare barriere spaziali e temporali arricchendo le capacità umane oltre ogni dire, ma non è tutto oro quel che luccica ed è necessario porre sotto una lente critica anche quegli strumenti che sembrano piovuti dal cielo per semplificare l’esistenza.
Dunque: non avevo l’intenzione di vederlo, è tutto successo così velocemente, cosa significa vederlo ancora [l’uomo senza testa], ora che tutto questo tempo è trascorso?
Arte, sì, che non deve essere solo letta e recensita, discussa e confezionata, ma anche vissuta sulla propria pelle, con i neuroni pazzi di esplosioni elettrochimiche.

  1. https://youtu.be/m0BFZkPsoWY?si=z4kC_INShirspHRA ↩︎
  2. https://youtu.be/p2ZdeIKJA8c?si=T-saWCccEAnptir6 ↩︎
Dettagli

Photo by Dan Farrell
Immagini della presentazione: Il sole, Pellizza da Volpedo; Partenone di Atene; Balloon Girl, Banksy; Locandina del film L’uovo dell’angelo, Mamoru Oshii.

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