L’eccesso paralizza, non favorisce. Vale per il bene quanto per il male. La compresenza di svolte, curve, sentieri che si biforcano non facilita la scelta, bensì la rende più complessa, aumentando la necessità di stabilire dei confronti, di fare dei paragoni, di consumarsi alla ricerca del meglio a disposizione.
È ragionevole ponderare, come la bilancia, due pesi contrapposti. È saggio tenere a mente, nei limiti del possibile, le variabili in gioco, anche quando aumentano i giocatori. Succede però che la cifra si alzi al punto di diventare illeggibile, così poco trasparente da tramutarsi in torbida. Non la scelta tra un impiego e un altro, tra un corso di studi e un altro, tra un partner, un amico, un evento sociale, un’aspirazione e un altro, piuttosto l’imbarazzante obbligo soggettivo di stabilire quale scorcio di labirinto sia il più adatto. Modellato sulle esigenze e potenzialità del singolo. Una trappola inibente, una paralisi scioccante perché figlia non tanto della privazione, di un’assenza di risorse, ma di una sovrabbondanza di occasioni.
Sorge così il fastidio, si riproduce sottoforma di irritabilità e aggressività, passiva o attiva, sboccia in insoddisfazione e nervosismo cronico. Le mille strade si assottigliano in un solo binario. Quale malvagio stregone ha compiuto l’orrenda fattura? Come è stato possibile trasformare un crocevia all’aria aperta in un’ammuffita, stantia e claustrofobica galleria? Fiorisce il rimpianto: si è scelto male, si è prestata poca attenzione a quanto era di valore e troppa a ciò che non interessava davvero, si è stati deviati e traviati da innumerevoli attori, infine non si è dove si sarebbe voluti essere. La mente è lontana dal corpo, il corpo è lontano dalla mente.

[…]
Madre di prepotenza è sazietà, se la ricchezza
è tanta e l’uomo manca d’equilibrio.

piacere a tutti in gradi cose è arduo.

Equità, Solone1

In mezzo ad altri giardini
La libertà nasce nella reciproca capacità di autolimitarsi. Nell’abilità di mettere un segno, stabilire un confine e accettare la finitezza del proprio essere. Non è libero chi si rinchiude nel proprio cortile mentale, ma chi è consapevole di vivere in mezzo ad altri giardini: umani, animali, naturali, spaziali. Chi asseconda il proprio irrefrenabile bisogno di soddisfare un impulso, quale che sia l’impulso, non sta facendo sfoggio di libero arbitrio, piuttosto si sta comportando come il bambino capriccioso incapace di pazientare e gestire l’attesa.
La scarsità di stimoli porta alla loro valorizzazione: meno si ha, più si tende ad apprezzare quel che si possiede. In ciò, parrebbe stare il successo recente della filosofia minimalista. Niente sfarzi, niente eccessi. Nessun magazzino stipato: né fuori, né dentro. In più, la fatica mentale – che esiste e non è inferiore di grado rispetto a quella fisica – è minore quando la mente deve affrontare meno compiti, eseguire meno scelte. Ciò significa forse che bisogna abbandonare tutto, darsi alla vita monastica o addirittura vestire i panni sdruciti degli eremiti? Salire su una selva di colonne sempre più alte come il Vecchio Stilita per sfidare le intemperie e avvicinarsi al cielo? La tentazione pare promanare da queste parole e dal trionfo del minimalismo: ma non sarebbe che l’ennesimo eccesso, un altro elemento di disturbo che allontana dall’equità e dall’equilibrio.

Il biglietto dorato
La sazietà genera irrequietezza, specie in una comunità competitiva. L’affamato ben di rado ha le forze per assalire il suo simile, a meno che il suo obiettivo non sia strappargli quanto ha con sé pur di sopravvivere. Quando la pancia è piena – metaforicamente – viene stuzzicata la fantasia. Il corpo non richiede le calorie necessarie per non crollare a terra come un sacco di patate, ma domanda, come l’Oliver Twist di Dickens, some more, qualcosa in più. Ed ecco insinuarsi la gola e la dolce prospettiva di togliersi uno sfizio.
Si guarda nelle proprie tasche e si contano le monete. Due soldi, o forse uno, in pieno stile Fabbrica del cioccolato. Una sola chance per trovare l’agognato biglietto dorato. Sul bancone ci sono caramelle gommose, alcune lucide e altre circondate da una patina di zucchero, caramelle tozze e dure, da mordere; caramelle morbide da suggere; bastoncini di liquirizia e liquirizia avvolta in rotelle patinate; gelati, d’ogni forma e colore e consistenza e provenienza, brioche e cornetti, lingue di gatto e tartellette, bon-bon, maritozzi e panne cotte che sembrano creme caramel che sembrano zuppe inglesi che sembrano coppe del nonno gourmet.
Un soldo, una scelta. Trenta minuti davanti alla magica teca di vetro. I pro e i contro si affastellano nella mente. La dieta, le calorie, gli zuccheri. La voglia di abbassare lo stress, di azzannare il cortisolo, di concedersi uno sgarro. La linea, il girovita, la prova costume. Tutto quello che quel soldo avrebbe potuto comprare e che non è presente. Perché non c’è una fetta di panettone glassato? Ci sono le tartellette e non ci sono le crostatine all’amarena? Dov’è la torta della nonna, dove le barchette alla nutella, le zeppole, i bignè… algoritmo, serve un algoritmo che tenga tutto assieme. La risposta è: cornetto ripieno. Dannazione, non c’è il miele, ma solo l’onnipresente crema di pistacchio. Va bene lo stesso, cornetto ripieno sia. Lo si porta alle labbra, subito-subito, si addenta, scatta la dopamina, la serotonina, tutti gli ormoni in ina che servono allo scopo. Dling-dling, è il rumore della slot-machine azionata dopo la scelta. Quale goduria! Buono, il cornetto. Se non fosse che il cliente successivo ordina il maritozzo con la panna e sfoggia un volto così estasiato, così maledettamente in sollucchero, che… che… ha fatto la scelta migliore! No, è un idiota per aver scelto il meno desiderabile degli sgarri. Ma per chi, per cosa, quando, come?
Un soldo, una scelta, domani. Domani! Ecco il segreto. Domani un altro soldo, un’altra scelta. Domani maritozzo, o forse tartelletta! Domani lingua di gatto e liquirizia. E dopodomani, oddio, che bello, il dopodomani! Magari cornetto di nuovo. Un soldo, una scelta, dopodomani! E se… e se… ma questa fetta di pandoro? Ma non era panettone? Dopodomani, ieri l’altro, l’altroieri. Dling-dling. Un soldo, una scelta: infiniti soldi, infinite scelte.
Dling-dling!
Che retrogusto amaro, che acidità di stomaco. Sulla lingua rimane un residuo spiegazzato, sembra d’aver addentato un pezzo di alluminio. Il biglietto, il biglietto dorato! Sì, nell’esofago, nello stomaco, nell’intestino.

  1. pag 51, Lirici greci, A cura di S. Beta, traduzione di F. M. Pontani, Einaudi, Torino, 2018 ↩︎
Dettagli

Photo by iMattSmart
Scomodare Solone per queste stronzate. Ah, me ne vergogno.

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